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OO 329 - Liberare l’uomo per ricostruire la società



Quinta conferenza
Volontà sociale e rivendicazioni del proletariato

IndietroAvanti

Basilea 9 aprile 1919


Dalla catastrofe bellica si sta sviluppando un potente movimento, fomentato dalle rivendicazioni del proletariato. È un movimento che sta parlando agli uomini con fatti importanti, con fatti che hanno già afferrato una grande parte dell’Europa, con fatti che senza dubbio bisogna superare trovando dei modi per dare all’umanità un nuovo indirizzo sociale. Proprio tenendo conto di come sono iniziati questi fatti che parlano a gran voce, ci si può chiedere: vediamo già da qualche parte anche una sufficiente volontà sociale, una volontà sociale derivante da una comprensione più profonda della situazione storica che stiamo vivendo nel mondo di oggi? Infatti sembra proprio che l’importante sia la volontà sociale. Perciò sono molto soddisfatto di essere stato invitato dagli studiosi locali a parlare, oggi, di ciò che, volendo rendermi utile al presente, ho espresso sotto un certo punto di vista a proposito del rapporto fra le rivendicazioni sociali e la volontà sociale necessaria nel mio libro I punti essenziali della questione sociale nelle necessità del presente e del futuro, che verrà presto pubblicato.

Che il suddetto movimento sia un fenomeno tanto profondamente incisivo della storia mondiale sembra proprio dipendere dal fatto che in ciò che sta avvenendo oggi si manifesta una specie di realizzazione del programma noto come il ‘Manifesto comunista di Marx’, che settant’anni fa ha fatto il giro del mondo. Non è poi tanto importante che, a seconda delle proprie condizioni di vita, a seconda delle proprie visioni sulla vita, si concepisca in un modo o nell’altro ciò che nella nostra evoluzione storica si trova compreso fra i due limiti costituiti dal manifesto comunista del 1848 da una parte e da ciò che oggi si sta riversando sull’Europa dall’altra. L’importante è che adesso ci troviamo di fronte a fatti dalla voce tonante, davanti a fatti di fronte ai quali bisogna assolutamente prendere posizione. E dovrà prendere posizione ciò che può risultare per i prossimi anni, per i prossimi decenni proprio grazie alla trasformazione del pensiero scientifico e della concezione del mondo che diventerà necessaria, insieme anche ad altre cose, sotto l’influsso di questi fatti tonanti che stanno avvenendo adesso.

Questo è il motivo per cui parlo davvero molto volentieri di questo problema a studiosi che vogliono coltivare quella che può essere la trasformazione del nostro attuale pensiero scientifico e dell’attuale concezione del mondo in pensiero, in conoscenza, del futuro.

Per come oggi si presenta quella che si è soliti chiamare ‘la questione sociale’, possiamo dire che essa nasce soprattutto da due importanti rivendicazioni. In realtà entrambe queste rivendicazioni, così come si presentano, si riferiscono a fenomeni della nostra vita economica. Possiamo dire che una di queste due rivendicazioni culmina nella pretesa che abbia fine quella conduzione della vita economica che nel corso dell’epoca più recente si è formata nel mondo civile attraverso il capitale. E in secondo luogo si può accertare che il proletariato esige che la forza lavoro umana assuma una posizione nuova nella vita sociale.

Ora, anche se all’inizio questi due importanti fenomeni in cui oggi si estrinseca il movimento sociale sono economici, non significa che ciò che è necessario per risolvere sia oggi che nel prossimo futuro la questione sociale vada ricercato solo all’interno degli impulsi economici. Certamente, per come si è sviluppata la vita dell’umanità civile nel corso dell’epoca più recente, si evidenzia che di preferenza le forze umane, tutto l’impegno delle persone, è stato assorbito da ciò che risultava dall’evoluzione economica. Perciò non fa meraviglia che Karl Marx, il pensatore più importante del mondo proletario (perché infatti lo è ancora oggi), abbia orientato lo sguardo prima di tutto sulla vita economica.

A lui, a Karl Marx, possiamo dedicare qualche minuto di attenzione, non perché io creda che le rivendicazioni proletarie moderne siano nate da ciò che il proletariato ha imparato da Karl Marx, ma perché ciò che è emerso nei sentimenti più profondi, negli impulsi fondamentali della vita dell’anima del proletariato moderno (prima solo lentamente nel corso degli ultimi secoli, poi più velocemente nel corso del XIX secolo), a tutt’oggi è venuto ad espressione nel modo più intenso nel pensiero di Karl Marx, perché egli si è fatto interprete di ciò che oggi, più o meno inconsciamente o coscientemente, vive in milioni di persone.

Ora, proprio perché negli ultimi settant’anni gli impulsi che Karl Marx ha espresso profeticamente già nella prima metà del XIX secolo e poi anche in seguito sono maturati sempre più nelle anime di questi milioni di persone, proprio per questo motivo a chi fa parte delle masse proletarie il suo modo di vedere sembra tanto illuminante. A lui, a Karl Marx, sembrava che quel che deve succedere nell’epoca moderna derivasse (come è noto nelle cerchie più vaste) dall’evoluzione che la vita economica, grazie al capitale privato, ha compiuto negli ultimi secoli con lo sviluppo della tecnologia e dell’industria moderna e con il modo di condurre queste aziende, queste attività industriali e tecnologiche. In generale tutto l’andamento dell’evoluzione umana gli sembrava consistere nel fatto che nel corso delle epoche storiche certe forme economiche vengono sempre sostituite da altre forme economiche. Secondo Karl Marx, la forma economica che si è sviluppata nell’epoca moderna sulla base delle concezioni capitalistiche si spingerà fino alla propria dissoluzione; questo ordinamento economico, che ha sempre più necessità di proletarizzare grandi masse umane, richiamerà il proletariato stesso contro di sé, perché le forme della vita economica che si sono sviluppate non potranno che essere dissolte dalle forze produttive che si creano all’interno di queste forme economiche stesse. Le forze produttive sono in continua trasformazione. Le forme produttive tendono a rimanere conservatrici. Alla fine arriva il momento in cui le forze produttive non sono più in condizione di inserirsi nelle vecchie forme economiche.

Karl Marx riteneva che quel momento si stesse avvicinando, poiché vedeva che il proletariato, con le sue forze produttive, avrebbe dilaniato l’ordinamento economico in cui il proletariato stesso era stato inserito.

L’elemento caratteristico che sta alla base di questo pensiero è che è nello sviluppo economico stesso, che Karl Marx vede, per così dire, i motori trainanti che spingono il proletariato a quei punti che poi porteranno ad un nuovo ordinamento economico, il che però per lui significa un nuovo ordinamento del mondo.

Ora, naturalmente alla trasformazione della vita economica moderna pensata da Karl Marx si collegano anche la trasformazione di tutto ciò che costituisce l’intera ampiezza della vita statale e la trasformazione di tutto ciò che costituisce la vita spirituale. Infatti Karl Marx pensa l’evoluzione umana interamente nel senso del moderno pensiero scientifico. Egli si è completamente allontanato dalla visione dei pensatori socialisti più vecchi, che allora credevano che la cosa più importante fosse la volontà umana, che fa presa sulla struttura della vita sociale umana. Karl Marx crede che in sostanza le persone debbano volere a seconda di come la necessità dell’ordinamento economico ne determina la volontà. E dall’ordinamento economico stesso, dalla maniera in cui gli uomini producono, da come gli uomini fanno attività economiche, si formano gli ordinamenti statali, si forma il diritto, si forma la moralità, e così via, si forma anche, come sovrastruttura, come qualcosa che si limita a rispecchiare la vita economica, quella che si chiama cultura spirituale. E oggi, se si conosce ciò che avviene nelle anime dei proletari, si può dire che questo modo di vedere è diffuso nelle cerchie più vaste: l’uomo è inserito nella vita economica e la vita economica, la maniera in cui l’uomo si nutre, la maniera in cui può condurre il resto della sua vita, determina il modo in cui si sente soddisfatto dell’ordinamento giuridico, determina quale ordinamento giuridico si possa costituire. La vita economica determina anche il suo modo di pensare, il suo modo di sentire, ciò che egli produce nell’arte e nella scienza. Ormai è così per vasti ambienti; in vastissime cerchie alla guida del proletariato, in particolare, quella che è la vita spirituale è considerata un’ideologia. ‘Ideologia’ è una parola che si sente sempre ripetere in continuazione quando il proletariato si riferisce a quella che egli considera appunto essere la vita spirituale. Questo, da un lato.

Dall’altro, il proletariato volge la sua attenzione alla vita statale. Ma in questa vita statale egli trova impresso ciò che chiama (sempre secondo l’usanza di Karl Marx) la lotta di classe che regna ovunque su ogni cosa. E infine volge la sua attenzione alla vita economica, che è quella che gli è più vicina, perché egli vi è direttamente inserito. E poiché vede che la sua vita è interamente occupata proprio dalla vita economica, sviluppa quella che esprime con le parole ‘concezione marxista della storia’. La sviluppa partendo dalla sua convinzione che in sostanza l’intero corso della storia dell’umanità consista in lotte economiche, che sia improntata a forme della vita economica, e che tutto il resto dipenda da questa vita materiale. E questo si connette a sua volta al sentimento che egli ha nei confronti della cultura delle sfere dirigenziali, cultura in cui egli tuttavia non può penetrare con la sua anima e che spesso, nel suo rigore scientifico, gli sembra una specie di cultura di lusso, che egli percepisce come ideologia.

Oggi ci troviamo ad un punto dell’evoluzione della cultura europea, in cui dobbiamo chiederci più in profondità di quanto ce lo si sia chiesti da settant’anni a questa parte nelle cerchie socialiste e non socialiste: “In realtà che cosa c’è alla base di questa visione del proletariato, di questa visione secondo la quale tutta la vita spirituale sarebbe un’ideologia e tutta la vita statale trascorrerebbe nella lotta di classe, questa visione per cui tutta la storia reale sarebbe solo il risultato dell’evoluzione materiale?” Al materialismo nelle sue più svariate forme tendeva proprio quel modo di pensare dell’umanità moderna cui era stato spinto anche Karl Marx con le sue idee e con tutti i suoi impulsi.

A questo punto possiamo chiederci: perché dunque le idee di questi pensatori importanti, determinanti, sono state messe su binari che portano a pensare che l’unica norma di tutta l’evoluzione umana sia la vita economica? Cos’è, dunque, che ha immesso il pensiero del proletariato moderno stesso su quegli stessi binari?

Chi non studia l’evoluzione dell’epoca moderna secondo la storia convenzionale, ma crea nuove vie che già oggi già possono aiutarlo a vedere più in profondità nella storia, trova certamente un fenomeno molto, molto strano, che può aiutarlo a trovare una risposta alla domanda che abbiamo testé posto.

Certamente la vita economica dell’epoca moderna ha preso un corso che, diciamo, si può capire nello stesso modo in cui si capiscono i fatti scientifici. Di questa vita economica non si può dire che non sia soggetta ad una certa necessità che va capita scientificamente. Per come si è sviluppata, se si studiano le cose in modo adeguato non si può affatto dire che questa vita economica di per sé potesse essere diversa. Però poi, se ci si fermasse lì, si arriverebbe ad una visione estremamente pessimistica della vita.

Ma si pongono altre domande. Solo che lo sguardo delle persone, le loro forze, si limitavano, direi come ipnotizzate, alla vita economica.

Altri settori della vita si sono sviluppati in un modo che oggi bisogna considerare assolutamente diverso da quello del mero sviluppo economico. Era insito in tutto il modo di vedere dell’epoca moderna di considerare l’economia, in un certo senso, anche come la madre degli altri due settori principali della vita umana: della vita statale e della vita spirituale.

Si direbbe che a causa dei pregiudizi scientifici a Marx e ai suoi seguaci era chiaro che la vita economica contiene le cause. Da queste cause prende forma la vita statale o giuridica e si sviluppa la vita spirituale. Ma è così? Questa è la grande domanda. Oggi ci troviamo già ad un punto di svolta dove è necessario capire che questa osservazione fondamentale è per intero radicalmente falsa, che è impossibile capire gli altri due rami della vita umana nel suo complesso a partire dalla vita economica e dai suoi effetti; così come a partire dalla vita economica è impossibile capire la vita statale o giuridica, a partire dalla vita economica è impossibile anche capire la vita spirituale.

Questa è proprio la caratteristica dell’epoca moderna: che quest’epoca moderna nella sua concezione del mondo e della vita non ha avuto nulla che le abbia reso possibile superare questo pregiudizio secondo il quale la vita economica starebbe alla base di tutto il resto della vita umana.

Nella vita spirituale, nella vita giuridica e nella vita economica si manifestano tre aspetti di una cosa più profonda, di una cosa che giace più a fondo nella natura umana. Essi stanno l’uno accanto all’altro. Questo è quel che dobbiamo cominciare a capire. Bisogna spazzare via (e questo inietterà volontà sociale nelle rivendicazioni proletarie) bisogna fare piazza pulita dell’errore di seguire solo la scienza, i pregiudizi della scienza, come se nell’ordinamento economico ci fosse la causa di fondo degli altri due ambiti della vita: dell’ambito giuridico e di quello spirituale.

Chi vuole capirlo deve innanzitutto notare una cosa. Guardate la maniera in cui si è sviluppato il pensiero moderno, il modo moderno di considerare il mondo. Più di quanto si creda, questo pensiero, questo modo di considerare il mondo, è legato alle conoscenze scientifiche. Se io fossi dell’idea che la vita pratica, la prassi della vita quotidiana, dipendesse in qualche modo da teorie, da concezioni, da concetti e idee, così come si può pensare basandosi su una filosofia unilaterale, non avrei mai fatto l’osservazione che ho fatto. Ma io non considero così il corso della storia. Ciò che si esprime in tutta l’ampiezza della vita, configurando la vita, impulsando la vita, mi sembra addirittura solo venire ad espressione in modo più o meno sintomatico nel modo di pensare di un’epoca; sicché non dedurrei mai la vita pratica dal modo di pensare, ma penso che il modo di pensare, il modo di vedere, siano espressioni sintomatiche manifeste di ciò che avviene nelle profondità dell’anima umana e che configura anche la vita pratica, infine anche quella economica.

In tutte le sfere della vita, nel modo di pensare è fluito quello che si potrebbe chiamare il pensiero scientifico. Ma qual è l’unica cosa cui questo pensiero scientifico si riferisce? A tal proposito oggi ci sono ancora molti pregiudizi, e credo che coloro che oggi vivono con questo modo di pensare si stupiranno molto dei cambiamenti, ci dovranno abituarsi, che subirà l’attuale modo di vedere. Con ogni certezza ciò che oggi si ritiene addirittura assiomatico, addirittura assolutamente valido, verrà contestato, sarà soggetto ad importanti, potenti metamorfosi. Come pensano, oggi, in un vasto settore proprio i pensatori che pensano in modo assennato? Come pensano in un determinato settore? Pensano: oggi in realtà non capiamo ancora la vita, e nemmeno l’anima; in sostanza capiamo solo tutto ciò che all’interno dell’ordine temporale non ha vita, cioè, diciamo, capiamo solo ciò che è morto. Però si considera come un ideale che, dalla sempre crescente comprensione di ciò che è morto, un giorno si svilupperà anche la comprensione del vivente.

Ma si dovrà capire che tutto il modo di vedere che abbiamo sviluppato negli ultimi tre, quattro secoli, che è il nerbo del pensiero scientifico, tutto questo modo di vedere è adatto solo a capire ciò che è morto. Proprio per questo motivo le scienze naturali sono diventate tanto grandiose: perché questo modo di vedere è adatto a capire ciò che è morto, tutto ciò che è morto, che si trova anche nelle piante, negli animali, nell’uomo, in tutto il vivente. Attraverso le scienze naturali capiamo solo ciò che di morto è ovunque presente.

Questo modo di pensare che ha reso così grande proprio la scienza rovina, corrompe tutto quello che è il pensiero sociale e che deve costituire la base della volontà sociale, per il semplice motivo che la volontà sociale deve orientarsi ad un organismo sociale che sia in grado di vivere. Ma se con questo modo di pensare non si riesce a capire il vivente nella natura esteriore, come possiamo considerarlo adatto a fare in modo che l’organismo sociale sia capace di vivere? Alla struttura più interiore del pensiero moderno si lega il fatto che l’uomo è costretto a riconoscere il proprio sbigottimento, la propria goffaggine nel campo della vita sociale. Qui deve avvenire innanzitutto una metamorfosi del modo più interiore di vedere le cose, del modo più interiore di pensare, per non trovarsi più così sbigottiti e impacciati.

Oggi chi osservi senza pregiudizi tutto quanto si impone qua e là come novità sociale ha effettivamente il sentimento che si rianimi in un ambito diverso la stessa superstizione medievale che Goethe incarnò in modo drammaticamente tanto bello nella seconda parte del suo Faust nella scena dell’Homunculus. Nel medioevo si credeva di poter addirittura ristabilire l’organismo umano unendo materie morte e forze morte secondo una capacità di comprensione con cui in realtà l’uomo domina solo ciò che è morto. Ritenendola una superstizione, vi si è rinunciato; ma è come se la stessa superstizione si fosse trapiantata da un ambito ad un altro. E quella che oggi spesso si impone come concezione sociale assomiglia ad una teoria dell’Homunculus, come se non si avesse alcun concetto di ciò che si dovrebbe configurare come organismo sociale vivente, come se si volesse comporre l’organismo sociale nello stesso modo in cui l’alchimista medievale voleva comporre l’homunculus basandosi sul modo di pensare scientifico rivolto soltanto a ciò che è morto. È soprattutto questo, che deve essere superato.

Nella società umana, accanto allo sviluppo economico ci sono lo sviluppo dello Stato, che fra l’altro consiste innanzitutto nell’elaborazione del diritto, e la vita spirituale.

Come ho detto, lo sviluppo economico può essere concepito scientificamente. Possono esserlo anche gli altri due settori del complesso della vita umana? Può esserlo la vita giuridica?

Può esserlo la vita spirituale? - In epoca moderna, per rispondere a questa domanda bisogna un po’ tener presente la configurazione di questi due settori della vita. Quando tre-quattro secoli fa, contemporaneamente allo sviluppo della tecnica e del capitalismo venne fuori anche il più moderno orientamento della concezione del mondo, tutto il pensiero delle cerchie dirigenziali premeva per includere sempre più nella vita statale da un lato la vita spirituale e dall’altro la vita economica.

Sostanzialmente fino ad un alto grado la vita spirituale è già fluita nella vita statale. Nel fatto che i settori spirituali della vita che prima erano più o meno autonomi, che si erano sviluppati in modo più autonomo, sono stati inseriti nell’ordinamento giuridico statale si vede addirittura il progresso vero e proprio dell’evoluzione umana più recente. Quanto si è orgogliosi, tanto per dirne una, per il fatto di essere giunti a comprimere l’intero apparato scolastico nell’ordinamento giuridico statale!

Con la vita economica non è andata così velocemente; ma certamente si è considerato un progresso essenziale il fatto che nella struttura statale siano stati inseriti i grandi enti delle comunicazioni, la posta, il telegrafo, le ferrovie; e di volta in volta, quando le cerchie dirigenziali lo trovavano opportuno per i propri interessi li hanno sempre più trasferiti dalla vita economica a quella statale.

Dato che adesso, nell’epoca più recente, lo sguardo è orientato come ipnotizzato proprio sulla vita economica, e dato che il proletariato è inserito prevalentemente nella vita economica, nel proletariato è sorto l’ideale di ricorrere allo Stato moderno a proprio vantaggio nello stesso modo in cui precedentemente vi avevano fatto ricorso, nel proprio interesse, le cerchie dirigenziali, che avevano usato lo Stato, sviluppatosi da tutte le possibili forme precedenti, come una cornice in cui comprimere, come una possente cooperativa, l’intera vita economica.

Si può addirittura mostrare che anche la moderna questione proletaria si è sviluppata sempre più sotto questa ipnosi economica. Pensate solo ancora agli anni Ottanta, agli anni Settanta del XIX secolo! Qual era allora l’ideale delle classi della socialdemocrazia in Germania, qual era l’ideale socialdemocratico?

Ora, fino agli anni Novanta i due punti principali dell’ideale della socialdemocrazia erano più o meno questi: il primo era l’abolizione di tutte le disuguaglianze sociali e politiche; il secondo era l’abolizione dei rapporti di salariato veri e propri, del lavoro salariale. Queste, diciamo, erano due rivendicazioni che provenivano da una coscienza umana generale. Queste due rivendicazioni non hanno ancora del tutto la caratteristica di orientarsi esclusivamente alla vita economica. Negli anni Novanta al posto di questi due ideali che ho appena menzionato, ne sono venuti fuori due sostanzialmente diversi: il primo è la trasformazione di tutta la proprietà privata di mezzi di produzione in proprietà comune; il secondo è la trasformazione della produzione di merci in produzione socialistica diretta e condotta dalla società e per la società. Qui le rivendicazioni socialdemocratiche sono interamente sfociate in un programma puramente economico.

Così, diciamo, proprio nel suo attuale programma economico la socialdemocrazia mostra di essere l’ultima esecutrice di ciò che in sostanza la concezione borghese del mondo ha prodotto negli ultimi secoli.

La rivendicazione che vive all’interno del proletariato moderno si può vedere nel modo giusto solo se si ha chiarezza sul fatto che queste rivendicazioni non sono altro che l’ultima conseguenza di ciò che l’ordinamento borghese del mondo, l’ordinamento economico borghese ha creato fino ai giorni nostri. Ma la cosa è andata ancora oltre. Anche quella che vi ho appena caratterizzato come la più recente concezione del mondo, che è totalmente compenetrata dagli impulsi delle scienze naturali, si è formata all’interno della sfera borghese nel corso degli ultimi secoli, diventando la concezione del mondo e della vita che viene posta alla base di ogni cosa. Le menti che si sono poste alla guida dei proletari da dove hanno ricavato i loro attuali pensieri, da dove hanno ricavato ciò che immettono in tutta la loro volontà sociale? Lo hanno ereditato dal patrimonio del pensiero scientifico borghese.

Possiamo proprio dire che a tutt’oggi l’assunzione dell’orientamento scientifico borghese è l’ultimo grande atto di fiducia che le cerchie proletarie hanno fatto nei confronti della borghesia; in sostanza l’hanno fatto fino ad oggi. Infatti hanno assunto la concezione borghese del mondo. E con questa concezione borghese del mondo sono stati messi alle macchine, sono stati inseriti in una vita che li inaridisce, in una vita che per loro è arida: quella del capitalismo; sono stati strappati da tutti quei generi di professione che rispondevano alla domanda: “Che cosa sono io, in realtà, nel mondo?” Davanti alla macchina priva di d’anima e all’interno dell’ordinamento capitalistico in cui l’uomo non è che una ruota, non si risponde alla domanda: “Che cosa sono io, realmente, in quanto uomo, nel seno dell’evoluzione umana?”

Qui il proletario fece sentire innanzitutto l’esigenza di ottenere una risposta a questa domanda da parte della scienza, dell’orientamento scientifico stesso. Per il proletario le immagini della nuova concezione del mondo divennero una cosa completamente diversa che per le classi borghesi. Chi fa parte delle classi borghesi è ancora inserito in un ordinamento economico e della vita che in sostanza contiene dappertutto la tradizione, che è permeato da ciò che è stato tramandato dai tempi antichi. Per quanto sia convinto di ciò che è risultato nell’epoca più recente sotto l’influsso esclusivo della mentalità scientifica, questo non conquista tutta la sua persona; oltre a questo orientamento scientifico moderno gli rimangono ancora impulsi religiosi, spirituali, artistici e altri ancora provenienti da altrove. Per il proletario, questo orientamento scientifico moderno è quello che dovrebbe rispondere alla sua domanda: “Che cosa sono io, in quanto uomo?”

Oh, dopo aver osservato numerose anime proletarie, anime che hanno conservato il proprio sentimento di umanità e il loro anelito alla dignità umana, uno sa quanto ardente sia il loro desiderio di ricevere, proprio in base all’orientamento scientifico moderno, una risposta alla domanda: “Che significato ho io nel mondo in quanto essere umano?” Ed ecco che si spinge davanti a queste anime ciò che è già contenuto nella parola ‘ideologia’: una vita spirituale che non garantisce all’uomo il suo collegamento con il mondo spirituale, una vita spirituale che deve consistere solo in idee irreali, solo in ideologia; una vita spirituale che non può sostenere le anime. Il singolo può anche non saperlo, ma gli effetti che ne derivano stanno nell’anima! A inaridire le anime è il fatto che il proletariato ha accolto dalla borghesia e dalle cerchie dominanti un pensiero, una concezione del mondo, che non può colmare gli esseri umani, il fatto che il proletario, che è stato strappato dal vecchio ordinamento della vita, non può credere, non può collegarsi alle antiche tradizioni alle quali continuano ad aderire gli altri, e il fatto che questa mentalità scientifica moderna, che non serve ad altro che a capire ciò che è morto, non può dargli alcuna risposta a domande su cose più elevate cui egli tuttavia in modo più o meno inconscio sente di anelare, sulla vita della propria anima in seno all’ordinamento del mondo. Questo si trova nel fondo di ogni anima proletaria; per quanto ciò che ne viene fuori si estrinsechi in forme ancora così cattive, è questo che giace sul fondo delle anime proletarie. E perfino quel che si manifesta sotto forma di atti di violenza da parte del movimento proletario di oggi, si manifesta solo perché è presente quella desolazione dell’anima che si è prodotta sotto l’influsso di ciò che ho appena descritto.

Osserviamo il modo in cui nell’ultimo periodo si sono sviluppati i modi di vivere in cui l’uomo ha anche qualcosa d’altro oltre all’ordinamento scientifico che dava al proletario quanto appunto descritto. Come si sono sviluppati? Certo, la fede nello Stato che è risultata nel corso dell’epoca più recente è saldamente ancorata in molte anime che non vogliono affatto cambiare modo di pensare: quella fede nello Stato che prenderebbe volentieri sotto le sue ali anche tutta la vita economica e anche tutta la vita spirituale! Essendo questa fede tanto profondamente ancorata, dai fatti si impara veramente poco. Infatti forse che in realtà gli ultimi quattro anni e mezzo non abbiano parlato in modo del tutto chiaro di quel che gli Stati, con le loro missioni, hanno raggiunto in una grande parte della Terra? Verranno tempi in cui si vedrà che l’immensa catastrofe mondiale che abbiamo vissuto è stata una conseguenza della struttura di tutta l’organizzazione dello Stato moderno. E se si va a cercare che cosa abbia spinto gli Stati in questa catastrofe mondiale per il loro stesso modo di agire, bisogna certamente chiedersi: gli Stati come hanno cercato di superare e come possono superare questa combinazione dei tre ambiti della vita: della vita spirituale, della vita statale o giuridica, e della vita economica? In quanto Stati, sono stati trascinati nella guerra mondiale! E soprattutto chi osservi i punti di partenza di questa guerra mondiale troverà forti argomentazioni contro la continuità, la conglomerazione, la struttura interna degli Stati che sono sorti negli ultimi tre-quattro secoli dell’evoluzione umana.

Ma da un altra cosa si vede come in realtà si sia sviluppata la vita spirituale proprio nell’epoca in cui veniva occupata il più possibile da ciò che appartiene allo Stato, nell’epoca in cui si era tanto orgogliosi di estendere sempre più il potere dello Stato su tutto ciò che è spirituale.

In sostanza questo è un capitolo dell’evoluzione storica più recente che si può dipingere solo con forti tratti di pessimismo! Proviamo ad osservare questa vita spirituale degli ultimi tre-quattro secoli: le sono state inneggiate molte lodi. Ma sostanzialmente le sue qualità caratteristiche sono state poco sottolineate. Sulla vita spirituale degli ultimi tre-quattro secoli, le voci del nostro tempo si troveranno costrette ad esprimere cose ben diverse dagli inni di lode che le sono stati cantati, che sono stati espressi. Lasciate che metta in risalto un tratto caratteristico di questa vita spirituale.

Se abbiamo uno sguardo realmente privo di pregiudizi, non vediamo come sono comparsi i grandi personaggi, gli uomini importanti, nel corso degli ultimi tre-quattro secoli? Se non hanno operato proprio nell’ambito che era direttamente necessario per la vita che appunto si conduceva, sono stati proprio gli spiriti più eminenti a fare un effetto in qualche modo dirompente? A tal proposito non ci si dovrebbero fare illusioni.

Prendiamo in considerazione, per esempio, una personalità molto, molto significativa dell’epoca più recente: Goethe. Le persone conoscono realmente Goethe? Al contrario! In sostanza non sappiamo nulla di Goethe! Forse che la grande, possente, imponente vita spirituale che vive in Goethe è in qualche modo entrata nelle anime delle persone? No, da nessuna parte! Nella stessa Germania, dopo che Goethe era stato più o meno un beniamino di cerchie illustri, negli anni Ottanta è stata fondata una ‘Società goetheanistica’. Questa ‘Società goetheanistica’ è un affare nazionale, come sarebbe necessario per il patrimonio di Goethe? No, egregi convenuti! Uno, che ha operato a lungo all’interno di questa ‘Società goetheanistica’, ma che è sempre stato in opposizione proprio con chi questa ‘Società goetheanistica’ la dirigeva, può dirvelo: questa ‘Società goetheanistica’ è un’organizzazione pedante, erudita, di ciò che esteriormente ha qualcosa a che vedere con Goethe, ma non interiormente! La vita spirituale dell’epoca più recente, non solo con Goethe, ma con tutti gli altri grandi, non è passata alla vita umana generale. È una vita spirituale che, per così dire, l’umanità moderna non è stata capace di accogliere. E quando l’ha accolta, al massimo l’ha accolta come si accoglie una cosa o l’altra a livello di sensazione, informandosi su questo o quello e, diciamo, anche rendendo presentabile una cosa o l’altra. Per esempio, dopo aver avuto a lungo il suo consiglio direttivo, alla ‘Società goetheanistica’ infine venne in mente di fare presidente della ‘Società goetheanistica’ un ex ministro delle finanze prussiano che non aveva mai avuto un qualche rapporto interiore con Goethe! Questo è solo uno dei fenomeni caratteristici; potremmo non solo decuplicarlo, potremmo centuplicarlo, moltiplicarlo per mille volte, per milioni di volte, occupandoci della vita spirituale moderna. La vita spirituale moderna è caratterizzata proprio dal fatto che i più vasti ambienti dell’umanità non sono stati capaci di accogliere proprio le opere importanti, che queste opere importanti sono dovute vivere nel modo più tragico come parassiti dell’evoluzione umana. Questo fa parte, in un senso più profondo di quanto normalmente si creda, dello sviluppo della coscienza sociale e di tutta la vita sociale dell’epoca più recente. E se non ci si vuole degnare di vedere in questi fenomeni della vita spirituale qualcosa di importante per lo sviluppo sociale moderno, allora non si troverà mai il passaggio ad una volontà sociale reale, ricca di contenuto.

Per certi versi la vita spirituale più recente è diventata una sterile teoria. Perché? Chi sa quali sono le condizioni per una vita spirituale reale sa che, per prosperare, la vita spirituale non può mai essere inserita nella sfera di competenza di un qualche potere esteriore. Si sono riuscite ad inserire negli apparati statali le scienze naturali, che sono orientate solo a ciò che è morto, e tutti quei rami spirituali che sotto la coercizione delle nuove circostanze si sono accostati alle scienze naturali. Però si sono estratti da questi apparati statali quei rami della vita spirituale che poggiano sulle capacità più individuali delle persone, che dovrebbero proprio sviluppare una forza d’urto nell’uomo riguardo alla volontà che c’è nell’anima. Perciò la nostra vita spirituale più recente manca di quella forza dirompente che avevano le antiche rappresentazioni religiose, perché negli ambienti più vasti le persone non sono in grado, non sono in condizione, di accogliere ciò che penetra nell’evoluzione dell’umanità e che purtroppo deve appunto vivere tragicamente da parassita.

Troveremo una spiegazione per questi fenomeni. Essa consiste nel fatto che nell’epoca più recente si è vista una forma particolare di progresso nella fusione della vita spirituale con la vita statale. Finché non si prenderà atto del fatto che in quest’ambito è necessaria una radicale inversione di marcia, da questa parte non potrà venire il risanamento sociale. Nell’organismo sociale sano, la vita spirituale, la vita della scuola e tutti gli altri rami della vita spirituale, devono costituire una parte a sé autonoma; devono essere estratti dalla struttura dello Stato, al quale in realtà deve restare solo il compito di provvedere alla vita giuridica, alla vita realmente politica.

Potremmo richiamare l’attenzione su alcuni fenomeni per discutere del fatto che non soltanto l’amministrazione della scienza, la gestione della vita spirituale, è diventata dipendente da strumenti di potere e da coercizioni statali, ma anche i contenuti della scienza stessa ne sono diventati dipendenti, la dedizione interiore alla scienza ne è diventata dipendente. Così vediamo che in realtà proprio chi è grande come scienziato, se è uno scienziato di scienze naturali, è davvero poco adatto per il pensiero sociale e per la volontà sociale. Facciamone un esempio caratteristico: negli ultimi tempi come spirito spregiudicato si potrebbe menzionare Oscar Hertwig, un importante scienziato naturale in ambito biologico, che nel suo eccellente libro Il divenire degli organismi – una confutazione della teoria del caso di Darwin ha svolto un lavoro indicibilmente importante per lo sviluppo del nuovo pensiero scientifico. Lo stesso Oscar Hertwig ha fatto lo sciagurato tentativo, in un piccolo libretto, di applicare il suo modo di pensare scientifico naturale alla vita statale sociale e giuridica. In accostamento alla grande opera di Oscar Hertwig nell’ambito delle scienze naturali, non si può immaginare un lavoro abborracciato più insensato, più malsano, di questo libretto infantile sulle questioni sociali, sulle questioni giuridiche e altre questioni simili, questioni scientifiche dell’epoca più moderna! Questa è proprio una dimostrazione del fatto che sotto la statalizzazione della vita spirituale si è formato un modo di pensare che semplicemente non può penetrare in ciò che giace in seno alle esigenze sociali. In un modo strano questo ingranaggio spirituale è andato a dipendere da qualcos’altro; sicché infine eruditi come lo storico Heinrich Friedjung davvero ormai non sono più affatto delle rarità. Veramente non parlo per animosità contro Heinrich Friedjung; egli era un mio caro amico d’infanzia, ma oggi i tempi sono talmente gravi che vengono considerati solo gli interessi materiali. Quel Heinrich Friedjung, lo storico che, come si dice, ha scritto un’opera che ha fatto storia sull’Austria più moderna, ha applicato il metodo documentario storico, il metodo di ricerca dello studio dei documenti storici; egli si è posto con la sua storia a servizio del ministro degli esteri austriaco, il barone Ahrental, e crede di aver dimostrato secondo un metodo storico esatto che certe macchinazioni ostili all’Austria siano derivate da sette cospiratori. Si è arrivati ad un dibattimento su questa tesi. Heinrich Friejung è riuscito a richiamare l’attenzione sul fatto di non essere affatto uno storico da prendere alla leggera, ché l’università di Heidelberg lo ha nominato dottore honoris causa. Nonostante Friedjung abbia dimostrato secondo un rigoroso metodo storico che i documenti con cui il barone Ahrental voleva condannare i Serbi sono veri, il tribunale ha dovuto riconoscere che sono grossolane falsificazioni.

In quell’occasione è stato condannato il metodo storico stesso. Solo che oggi purtroppo viviamo in un’epoca in cui non si prendono queste cose con abbastanza serietà, soprattutto non in modo abbastanza profondo, in quanto la vita spirituale in genere, nonostante la serietà con cui viene coltivata, scorre come una corrente marginale che accompagna il resto della vita. Per me è sempre stato caratteristico di questa esteriorità con cui oggi si può prendere la vita spirituale più profonda quello che vorrei chiamare ‘il conte con le due tasche dei pantaloni’. Ho conosciuto questo conte con le due tasche dei pantaloni, una persona di spirito, l’ho conosciuto in una delle mie visite all’Archivio di Nietzsche. Era una personalità fidata dell’Archivio di Nietzsche. Aveva due tasche dei pantaloni e quella volta, proprio mentre stavamo uscendo dall’Archivio di Nietzsche, da una mi tirò fuori una Bibbia, una Bibbia completa in corpo cinque; poteva nasconderla nella tasca dei pantaloni. Disse: “Vedete, la porto sempre con me. Ma ne ho anche un’altra” e tirò fuori dall’altra tasca lo Zarathustra, sempre pubblicato in corpo cinque, per mostrarmela. Così il conte aveva portato con sé, o comunque voleva portare con sé, i due libri più importanti per lui! Vorrei dire che questa è una manifestazione puramente simbolica di alcune faccende simili dell’uomo moderno e in genere del suo modo di porsi nei confronti delle cose spirituali. Il conte che aveva due tasche nei pantaloni era in tutto e per tutto un simbolo: in una tasca c’era la Bibbia, nell’altra lo Zarathustra di Nietzsche. Così vediamo quanto la vita spirituale più recente sia diventata sterile, infeconda, nonostante tutti gli inni di lode.

Così vediamo che la vita statale, così come si è sviluppata nell’epoca moderna fino ad oggi, con la catastrofe mondiale si è condotta in un certo senso da sé all’assurdo. Qui non bisogna chiedersi se ciò che ci ha portati alla catastrofe bellica, ciò che ci impedisce di avere padronanza sugli attuali fatti sociali non viva proprio nella confluenza dei tre settori più importanti della vita, la vita giuridica, la vita spirituale e la vita economica?

Chi si occupa della maniera in cui, a poco a poco, questi tre rami della vita umana sono finiti nella vita statale non può che riconoscere che il risanamento dell’organismo sociale si trova nel tornare a separare, a discernere i tre settori menzionati. Si penserà sull’organismo sociale in modo vivace, pieno di vita, e non solo alla maniera dello Homunculus, solo se se ci si interroga veramente sulle condizioni di vita della vita spirituale da una parte, della vita giuridica o politica dello Stato dall’altra, e infine sulle condizioni della vita economica. Allora però si arriverà anche a capire che questi tre settori della vita hanno basi di tipo assolutamente diverso e che essi si sviluppano nel modo migliore se ognuno di questi settori della vita è posto rigorosamente su se stesso.

Nell’epoca moderna se non lo si capisce è solo perché appunto lo sguardo delle persone è stato rivolto, come sotto ipnosi, esclusivamente alla vita economica. E così si vedeva l’uomo inserito con la sua forza lavoro nella vita economica, soprattutto se era proletario. Nella vita economica, nel circolo economico, in realtà dovrebbe muoversi soltanto la merce o opere simili a merci. Anche il proletario moderno sente che è così. E lo esprime nelle sue rivendicazioni, anche se lo formula con parole diverse, sente che il fatto di essere attaccato al processo economico, come la merce stessa contraddice la sua dignità umana. Come le merci hanno un prezzo che deve essere reciprocamente determinato, così nella formazione dei prezzi ha un prezzo anche quella che è la forza lavoro umana. Da un lato, questo è l’aspetto dirompente della dottrina di Karl Marx: il fatto che egli portò ad espressione i sentimenti più profondi del proletariato riguardo alla forza lavoro, il fatto che egli richiamò l’attenzione sul fatto che, come le merci vengono comprate e vendute sul mercato delle merci secondo la domanda e l’offerta, così la forza lavoro viene comprata e venduta sul mercato del lavoro. In questo senso bisogna diventare ancora più estremi di Karl Marx, per arrivare al risanamento dell’organismo sociale. Bisogna che sia chiaro che la forza lavoro umana è una cosa che non si può assolutamente mai paragonare alla merce e che quindi in nessun senso può avere un prezzo come una merce qualsiasi. L’uomo che deve immettere sul mercato la sua forza lavoro lo sente, sente che ormai siamo già arrivati al momento dell’evoluzione umana in cui deve decadere anche una terza cosa, oltre alle altre due che sono già decadute nel corso dell’evoluzione umana. Nell’evoluzione umana prima è decaduta l’antica schiavitù, dove si poteva comprare e vendere l’intera persona; poi è decaduta la servitù della gleba, dove si poteva comprare e vendere già meno, della persona; adesso deve decadere anche la terza cosa, che l’ordinamento economico capitalistico continua ancora a conservare; deve decadere il fatto che sul mercato del lavoro si possa comprare e vendere il lavoro umano. Infatti, vendendo la sua forza lavoro, l’uomo deve andare egli stesso insieme alla sua forza lavoro. Dovendoci andare egli stesso, vende in un certo senso ancora interamente se stesso. È questo che si sente: siamo arrivati al punto dell’evoluzione umana in cui non si deve più vendere e comprare niente dell’uomo, dove alla vita economica deve rimanere solo ciò che, separatamente dall’uomo, può avere un valore di per sé. Cioè in futuro alla vita economica, al circolo economico, potranno appartenere solo la produzione di merci, il traffico di merci e il consumo di merci.

Ciò che dell’uomo si celava nella vita economica, ciò che in parte vi si cela ancora oggi, la forza lavoro umana, deve esserne estratto. Non lo si estrae dalla vita economica se non gestendo la vita economica autonomamente nell’organismo sociale sano, in modo che la forza lavoro non sia una cosa economica, ma una cosa giuridica, cioè se accanto all’organismo economico si sviluppa lo Stato di diritto, lo Stato politico. Nella vita economica regnerà la fratellanza, che per così dire è una fratellanza in grande stile, dove una vita associativa nasce dalle unioni professionali, dalla regolamentazione della produzione secondo il consumo ecc. Nello Stato politico, che a sua volta si svilupperà accanto alla vita economica in modo del tutto autonomo, come uno Stato sovrano accanto a un altro Stato, regnerà l’uguaglianza democratica di tutti gli esseri umani. Tutte le istituzioni dovranno essere tali per cui vi si imponga e vi si esprima ciò in cui tutti gli uomini sono uguali fra loro, ciò che riguarda tutti gli uomini. Qui bisognerà prima di tutto stabilire ciò che si riferisce al diritto del lavoro, oltre a molte altre cose. Ma per il movimento sociale si tratta prima di tutto del diritto del lavoro. In maniera del tutto indipendente dall’ambito economico, nello Stato giuridico indipendente, fra gli uomini regnerà l’uguaglianza, sia che essi lavorino spiritualmente, sia che lavorino fisicamente: il diritto del lavoro verrà regolato lì. Che cosa succederà in questo modo? In questo modo succederà che la vita economica, come un ambito in sé conchiuso, da una parte confinerà con l’ordinamento di natura, dall’altra parte confinerà con la vita giuridica. La vita economica dipende dall’ordinamento di natura. Nella vita economica molto dipende dal fatto che in una determinata annata i campi siano fruttuosi o no, da quali forze ci sono nel sottosuolo. Grazie alla tecnica si possono modificare le condizioni naturali aumentando la fecondità del terreno, anche attraverso altre condizioni della vita economica si possono superare, però ciò che è presente attraverso queste condizioni naturali determina un limite. Questo si esprime nella formazione dei prezzi della vita economica, in tutte le istituzioni della vita economica. A nessuno passerà per la testa di volere in qualche modo far dipendere la natura dalle istituzioni della vita economica. Altrettanto indipendenti della natura stessa, altrettanto indipendenti quanto lo sono i semi che germogliano dal suolo indipendentemente dalla vita economica, altrettanto indipendenti devono essere i diritti del lavoro regolati all’interno della vita giuridica. Il lavoratore entra nel circolo economico con dei diritti che si formano all’esterno della vita economica, così come le forze di natura sono esterne al circolo economico. Tutta la formazione dei prezzi, tutto ciò che in genere si sviluppa nella vita economica, si sviluppa poi sulla base del diritto del lavoro sorto all’esterno della vita economica. Il diritto del lavoro va a formare i prezzi, ma il prezzo della forza lavoro umana non viene determinato dal circolo economico.

Solo questo potrà creare un rapporto sano fra il lavoratore manuale e il lavoratore spirituale che lo dirige. Allora il lavoratore non avrà più bisogno di stipulare l’odierno illusorio contratto sulla sua forza lavoro, ma potrà stipulare quell’unico contratto possibile che si riferisce alla relativa suddivisione di ciò che è stato prodotto insieme dal lavoratore fisico e dal dirigente intellettuale. Ciò che è necessario in quest’ambito non si potrà raggiungere in alcun altro modo che non sia la rigorosa separazione della vita statale dalla vita economica.

Dall’altra parte, però, è altrettanto necessario che sia libera, autonoma, la vita spirituale. Ciò che si può sviluppare nello Stato si sviluppa in modo sano solo se lo Stato si limita a regolare ciò che vale ugualmente per tutti gli uomini. La vita spirituale viene semplicemente uccisa, se la si vuole formare sulla stessa base sulla quale si formano i diritti e la vita politica. La vita spirituale deve formarsi sostentando e amministrando le facoltà individuali umane poste su se stesse. Allora sarà una vita spirituale che viene emancipata dalla vita statale, che ora sarà in grado di sostenere realmente l’anima umana. Non sarà ideologia, non sarà una vita spirituale che contiene solo concetti astratti; sarà una vita spirituale che dimostrerà la sua stessa realtà in tutta pienezza, che sosterrà l’uomo con la sua anima, che tornerà ad inserire l’uomo in un ordinamento spirituale. Questo è ciò che il proletario odierno ancora respinge. Nel fondo dell’anima egli desidera ardentemente una vita spirituale del genere, perché sente che altrimenti l’anima si atrofizza.

Questo grido che reclama la libera configurazione della vita spirituale è una faccenda tremendamente seria. Per questo la cosa è tanto seria: perché tutti gli impulsi umani, tutto ciò che si è formato secondo le correnti concezioni moderne, secondo le abitudini di pensiero, si oppone al risanamento dell’organismo sociale. E questo è anche il motivo per cui si parla volentieri di questa esigenza della vita spirituale libera, della vita spirituale libera posta su se stessa, con coloro che oggi rappresentano la gioventù. Per poter portare nel futuro la scienza e la concezione del mondo, la vita spirituale in genere, bisogna che la vita spirituale sia diversa da quella che può poggiare sulla base dello Stato. Dovreste sentire che c’è qualche differenza se l’insegnante delle classi inferiori sa che quel che deve fare è gestito da persone che lo gestiscono solo all’interno di un organismo spirituale posto su se stesso, se un insegnante sa di non dipendere da nessun genere di norme statali. Se ad ampio raggio lo Stato non agisce più sull’educazione, se coloro che vogliono diventare teologi, giuristi, medici ecc. non dipendono più dallo Stato, e soprattutto se si sente anche che, se la vita spirituale si svilupperà dai suoi stessi bisogni, si avrà bisogno di ciò che per lo spirito è necessario per l’umanità: si svilupperà una vita spirituale in grado di retroagire sugli altri settori della vita umana nel suo complesso. Avendo già discusso della forma che effettivamente le rivendicazioni proletarie riguardanti l’abolizione del rapporto salariale devono assumere, adesso possiamo richiamare l’attenzione su quale sia la vera forma della questione del capitale.

Al giorno d’oggi molte persone parlano di spirito, di quello spirito che nell’evoluzione degli ultimi secoli è diventato ombra, ideologia. Da questo spirito non si può trarre nulla che supporti le anime. Per lo più questo spirito, questa vita spirituale, è diventata una cosa che non ha alcuna forza d’urto per arrivare alla vita immediatamente pratica. Perciò Karl Marx non trovò nient’altro che la vita economica, a garantirgli ancora una qualche realtà. Egli diceva: “È nella pratica, che l’uomo deve sentire che il suo pensiero ha realmente un significato, che la verità del suo pensiero si può realmente sviluppare. Ma questa pratica la si è trovata solo nella vita economica.” La vita spirituale deve poter decidere da sé la propria prassi di vita basandosi su basi che siano reali. È proprio questo, a rendere queste cose estremamente serie. Ma allora questa vita spirituale non avrà quelle astrazioni che oggi sono il nostro grande Male sociale interno; allora questa vita spirituale prenderà forma come qualcosa di molto concreto. Oh, osserviamo ancora una volta questa vita spirituale da un certo punto di vista. Vediamo che all’interno di questa vita spirituale si sono formate delle esigenze etiche, vediamo che all’interno di questa vita spirituale, su determinate basi filosofiche, si sono fondate etiche del sentire, etiche dell’amore per il prossimo, etiche dell’ordinamento cosmico divino o morale. Di che cosa parlano queste etiche? Esse parlano molto della necessità dell’amore per il prossimo, di carità fra gli uomini, di fratellanza. Però i loro concetti, le loro idee, restano appunto nelle astratte stratosfere, sono vaghe, non discendono nell’immediata vita quotidiana. Filistea – questa è la parola, anche se esprime in modo radicale qualcosa che alle persone non sembra tanto radicale – filistea è diventata la nostra vita spirituale. Aleggia nelle astratte stratosfere, non riesce ad immergersi nella realtà quotidiana immediatamente pratica. Però vi si deve immergere. Deve diventare anti-filistea. La forza dello spirito potrà manifestarsi nella vita sociale solo se la vita spirituale si immergerà in quella che è la quotidianità dei bisogni della vita di tutti i giorni, se lo spirito si affermerà facendo presa sulle azioni quotidiane più immediate che l’uomo compie. Ma allora si vedrà che la questione del capitalismo verrà risolta contemporaneamente alla questione della vita spirituale. Detto astrattamente, si dice molto, quando si dice che il capitale privato ha portato la vita umana moderna alla rovina e alla guerra economica e che bisogna che venga apportata una correzione. All’inizio non si sa far altro che dire: allora la proprietà privata deve finire. Si può essere tanto onesti quanto può esserlo solo uno che abbia questa rivendicazione, e tuttavia si può essere del parere, proprio conoscendo più a fondo gli impulsi sociali, che trasformando la proprietà privata in proprietà collettiva non si raggiunge nulla di speciale. Al contrario, al posto del capitalismo atrofizzante subentrerebbe il non meno atrofizzante burocratismo. Al posto di trono e altare subentrerebbero fabbrica e ufficio. Si può anche mettere in dubbio, che questo migliorerebbe le cose. L’importante è che si realizzi realmente ciò che si intende veramente, ciò che vive realmente nel subconscio dei proletari: che il capitale, che c’è laddove lo si gestisce avvalendosi delle capacità individuali delle persone, in un certo modo intervenga nel processo economico. Non bisogna affatto essere a servizio dell’egoismo del singolo, ma della collettività. Infatti in quest’ambito il proletario sente un principio estremamente importante dell’economia politica, che forse non è mai stato sottolineato dai moderni esperti di economia politica proprio perché è preso a prestito dalla vita in modo tanto corretto, perché è veramente tanto importante. Nell’etica, nella moralità, si parla dell’altruismo e degli egoismi come di due cose contrapposte; si trova bello l’altruismo e tremendamente orrendo l’egoismo. Non si riflette su quanto segue: basta osservare la vita economica ordinaria per accorgersi che nell’organismo sociale in cui, nel senso moderno, al posto dell’antica economia primitiva è subentrata l’economia basata sulla distribuzione del lavoro, si verifica che tanto più la distribuzione del lavoro è progredita, e tanto meno il singolo individuo può lavorare economicamente in ogni caso per se stesso.

Ho così espresso un principio economico che mi sforzo di rendere popolare dal 1904; solo che l’umanità non vuole capirlo, questo principio economico. Che lo si voglia o no, in un organismo sociale in cui prevale la distribuzione del lavoro (il che avviene in ogni organismo sociale del mondo civile moderno), in un simile organismo sociale non si può agire e operare in modo economicamente egoista. Tutto il lavoro che il singolo compie deve spettare alla collettività. E tutto ciò che spetta al singolo, gli spetta da parte del capitale sociale. Da quando l’economia naturale è stata superata con l’introduzione del denaro, dopo l’ulteriore suddivisione del lavoro avvenuta grazie all’uso del denaro, questo è diventato un principio economico fondamentale: che in un organismo sociale in cui prevale la distribuzione del lavoro l’uomo non può lavorare per se stesso, può lavorare soltanto per gli altri. In realtà in un organismo sociale si può lavorare per se stessi tanto poco, quanto si può divorare interamente se stessi. Direte: se uno fa il sarto e si fa un vestito, sta lavorando per se stesso. Non è vero, se questo succede in un organismo sociale in cui c’è la divisione del lavoro; perché il rapporto che egli instaura fra la giacca e se stesso, producendo questa giacca per sé in un organismo sociale con la divisione del lavoro, è del tutto diverso che in un’economia primitiva. Sicuramente oggi non è possibile, in questa breve esposizione, provarvi la piena validità di questo principio, ma la si può provare, ed è un fatto sul quale richiamerò l’attenzione nel mio libro I punti essenziali della questione sociale. Si può dimostrare che se oggi un sarto si cuce una giacca, se la cuce perché questa giacca serve al suo prossimo, per poter lavorare per gli altri. Oggi il sarto non deve fabbricare la giacca soltanto per l’autoconsumo, non la deve fabbricare in senso egoistico, è mezzo di produzione. Ha assunto quest’altro carattere semplicemente per il fatto che il sarto vive in un organismo sociale che poggia sul principio della divisione del lavoro.

Fra tutto ciò che succede, questo altruismo economico è l’elemento attivo. Se si pecca contro ciò, cioè se su questo fondamento che si realizza da sé si pone quella sovrastruttura attraverso la quale ci si appropria in modo egoistico dei frutti che in realtà nel processo sociale reale fluiscono alla collettività, allora si mette al mondo quella che chiamerei ‘una menzogna reale’. L’egoismo dell’odierno ordinamento economico non è altro che una somma si menzogne reali, di peccati contro ciò che in realtà effettivamente avviene sotto la superficie e che soggiace alla legge dell’altruismo sociale ed economico.

Ed ecco la reazione dell’anima proletaria, che sente che nell’organismo sociale moderno poggiante sulla suddivisione del lavoro economicamente domina l’altruismo, ecco la reazione al malsano egoismo menzognero che si estrinseca nella lotta contro il capitalismo.

Al posto di quella che oggi in vastissime sfere delle classi dirigenziali dell’umanità è semplice incomprensione sociale, deve subentrare la comprensione sociale. Allora la comprensione sociale farà anche sì che ciò che avviene attraverso il capitale sia una circolazione e si farà in modo che chi gestisce il capitale sia sempre giustificato a farlo per via delle sue capacità individuali. Nel momento in cui le sue capacità individuali non giustificano più che sia lui a gestirlo, bisogna trovare i mezzi e le vie per passare il capitale ad un altro, le cui capacità individuali giustifichino a loro volta che sia lui a gestire questo capitale in modo proficuo per la collettività umana.

Questo è ciò che si troverà curando liberamente le capacità individuali delle persone nell’organismo spirituale: che funzionerà la circolazione del capitale.

In realtà oggi una cosa simile a quella che intendo io c’è solo per la proprietà più meschina che abbia l’economia moderna, la più meschina di tutte, cioè la proprietà spirituale. Della proprietà spirituale si ammette che essa effettivamente esiste solo grazie all’ordinamento sociale; anche se poggia sulle capacità individuali, la sola individualità dell’uomo non è in grado di compiere opere spirituali. L’opera spirituale la dobbiamo sempre agli impulsi sociali. Abbiamo l’obbligo di restituirla agli impulsi sociali. Perciò è giusto che ciò che uno produce spiritualmente un periodo dopo la sua morte diventi patrimonio spirituale comune. In un modo simile, anche se i tempi devono essere diversi, la proprietà materiale del singolo individuo è giustificata solo fintanto che una persona possa rivendicare il diritto di disporne per via delle sue capacità individuali. Quel che una persona può trattenere finché estrinseca queste capacità individuali deve trovare i mezzi e le vie, lungo la via lunga della gestione dell’organizzazione spirituale, per arrivare a sua volta ad altre persone poste a servizio della collettività. Al posto dell’attuale proprietà privata subentrerà la circolazione della proprietà dei mezzi di produzione. Questa sarà la grande soluzione della questione del capitale. Quando oggi si parla di socializzazione dei mezzi di produzione, in quest’ambito è un balbettio. Con la socializzazione dei mezzi di produzione si realizzerebbe solo un ordinamento che sarebbe burocratico, e che a sua volta farebbe rinascere la stessa tirannia da parte di coloro che oggi presentano le loro rivendicazioni, ma mai quella che può realmente creare un organismo sociale sano. L’organismo sociale sano si crea facendo circolare il capitale fra persone spiritualmente capaci. Circolazione del capitale significa che nel corso del tempo ciò che deve essere amministrato in modo capitalistico possa veramente essere amministrato nel modo migliore per tutti.

Anche a questo posso soltanto accennare. Anche su questo troverete ulteriori spiegazioni nel mio libro I punti essenziali della questione sociale nelle necessità del presente e del futuro. Ma da quanto ho detto vedete che non si cerca la vita spirituale stessa solo nei suoi ambiti appunto più spirituali, ponendola su se stessa, ma che anche ciò che nella vita economica dipende dalle capacità spirituali, dalle facoltà spirituali dell’uomo, prenderebbe le vie giuste per il risanamento del futuro rendendo autonomo l’organismo spirituale. È soprattutto questo, che non produrrà più solo pensieri vaghi, vita spirituale vaga, vita spirituale di lusso, ma una vita spirituale che si accorge che lo spirito è presente proprio perché esso può penetrare ovunque nella vita materiale.

Se si osserva il reale fondamento dell’umanità, così come lo sviluppa l’uomo di oggi, in questo momento storico, lo si vede bene; i vecchi slogan sulla realtà dello spirito o della materia andrebbero eliminati.

Io vi parlo dal punto di vista di una scienza dello spirito, ma una scienza dello spirito per la quale la vecchia disputa su spirito e materia è diventata una assurdità. Perché ad essere importante è la terza cosa, quella di cui spirito e materia sono le espressioni esteriori. Se si perviene a questo terzo elemento, dove non si guarda né allo spirito, né alla materia, ma alla sempre vivente spiritualità cosmica stessa, allora si perviene a ciò che non pone più come causa una singola parte dell’intera vita umana, bensì ne porta ad espressione tutte e tre le parti: la vita economica, la vita giuridica o politica e la vita spirituale, che sono le tre manifestazioni di qualcosa di profondamente primigenio. Allora si supererà il grande errore, che oggi è diventato un errore pratico della vita, di voler basare tutto sulla vita economica. Allora nell’organismo statale non si realizzerà un’unità imposta astrattamente, ma si svilupperanno per vitalità propria la vita economica, la vita giuridica o statale e la vita spirituale. E sviluppandosi andranno a formare un’unità.

Non penso ad un qualche ripristino degli antichi ceti sociali: il ceto intellettuale, quello contadino e quello militare. Anzi, tutto ciò che è legato ai ceti, alle classi sociali, sarà superato proprio articolando l’organismo sociale stesso nelle sue tre parti. Ma l’uomo è inserito in queste tre parti come l’elemento unificante. Per me l’uomo è inserito in una qualche professione, in una delle parti. Con le altre parti è in connessione vivente. Per libera fiducia manda i suoi figli nelle scuole o nell’organizzazione spirituale. Nella vita economica è inserito senz’altro; nella vita statale e giuridica è inserito perché la vita statale deve gestire innanzitutto ciò davanti a cui tutti gli uomini sono uguali.

Anime deboli e pensatori deboli immaginano che con ciò che ho appena detto in sostanza si comprometterebbe soprattutto l’unità della vita statale. Sì, ma negli ultimi secoli che cos’è che più di tutto ha compromesso questa unità della vita statale? Proprio il fatto che si è cercata un’unità astratta, proprio il fatto che si sono mischiate e fuse insieme caoticamente queste tre parti dell’organismo sociale che dovrebbero svilupparsi in modo autonomo. Come la vita spirituale prospererebbe, con questa unità, ve l’ho mostrato. Ma la vita economica, nonostante ci sia lo Stato, si è sviluppata in un modo tale per cui oggi in numerosi ambiti del mondo civile si sviluppa un’ardente opposizione contro quella che è la vita statale.

Ci sarà un risanamento soltanto se ci si apre un varco per abbandonare l’usuale modo di pensare usuale su questo argomento e arrivare a concepire in modo vivente l’organismo sociale sano. E l’unica concezione di organismo sociale sano è quella per cui si articolino l’uno accanto all’altro, per così dire come Stati sovrani che sono l’uno accanto all’altro e provvedono alle faccende comuni solo attraverso i loro delegati, l’organismo economico, l’organismo giuridico o politico e l’organismo spirituale. Ancora oggi molti sono contrari. Ma chi, come me che vi sto parlando, sta per compiere sessant’anni e per tutta la sua vita cosciente ha sempre orientato lo sguardo allo sviluppo del movimento proletario, ma non limitandosi a pensare sul proletariato, ma imparando sempre dal suo destino reale a pensare insieme al proletariato, sa quanti pregiudizi si ammonticchino ancora oggi contro quanto è il tempo stesso a richiedere, cioè contro ciò che in sostanza poggia nell’inconscio delle anime proletarie: la triarticolazione dell’organismo sociale. Anche se ho visto come, decennio dopo decennio, si siano ammonticchiati pregiudizi contro questa concezione, che secondo me è l’unica che contribuisca al risanamento dell’organismo sociale, io non faccio parte di quelli che indulgono al pessimismo, non faccio parte di quelli che se ne stanno lì impauriti anche se oggi gli eventi assumono un aspetto che per alcuni è spaventoso, non faccio parte di quelli che, giunti quasi alla vecchiaia, dicono: “Quanto, quanto è stato fatto invano!” No, io faccio parte (e vorrei dirlo solo come considerazione personale alla fine di questo incontro, affinché possiate anche capire tutto lo stato d’animo del mio discorso di stasera), io faccio parte di quelli che, guardando indietro alla propria vita, non direbbero: “Se tu potessi essere ancora giovane, vorresti riviverla, la vita?” io non direi mai: “No” io direi invece sempre: “Sì!”

Con questo ottimismo mi sento lontano da molti che hanno vissuto con me questa vita fino alla mia età e che, come purtroppo bisogna dire per quest’epoca, non sono affatto riusciti a pervenire a ciò che può risolvere gli urlanti fatti del presente; ma ho fiducia che coloro ai quali mi sento vicino, che sento vicini anche se sono tre volte più vecchio, che coloro che oggi sono giovani e ai quali oggi con mia grande soddisfazione posso parlare della cosa principale, potranno crescere in un’epoca in cui certamente all’inizio ci sarà molto dolore da attraversare, molta sofferenza, molto di tragico, ma in cui sarà anche presente la possibilità di cambiare modo di pensare con molta forza, con molta intensità. Perciò non ho nemmeno paura che proprio in questa cerchia saranno in molti a chiamare ‘utopia’ quello che ho detto oggi.

Al giorno d’oggi si potrebbe chiamare ‘utopia’ una cosa completamente diversa, che è anche stata chiamata ‘utopia’ recentemente, qui a Basilea, da Kurt Eisner, morto tragicamente da poco, che nella sua conferenza ha detto: “Duemila anni fa nemmeno l’utopista più audace sarebbe stato capace di immaginare il mondo con la sua amministrazione e il resto dell’ordinamento sociale in cui viviamo!” La realtà di oggi è la più grande utopia. Non fa meraviglia che poi, quando si parla di una realtà che viene richiesta dall’anima umana, che viene richiesta dalla ragione umana, che quando si parla di una realtà del genere, essa appaia come un’utopia.

Ma quelli che oggi sono giovani cresceranno uscendo dall’attuale utopia reale ed entrando in realtà reali. Grande forza, grande coraggio, ed una certa buona volontà per la spiritualità: queste tre cose comporranno la vera volontà sociale. E da questa sintesi della reale vita sociale con le esigenze del proletariato si svilupperà ciò che deve avvenire per il risanamento delle nostre condizioni.

Il mio presupposto di oggi è che la gioventù di adesso troverà la via dello spirito per giungere a quella sapienza che si sta sollevando dall’orizzonte sociale addirittura con segni di fuoco. Ed è per questo motivo che oggi ho voluto rispondere all’invito che mi è arrivato proprio da parte degli studenti con grande soddisfazione, con grande amore. Se in coloro che oggi hanno tutta la vita davanti si trovano forza vitale, coraggio di vivere ed una forte spiritualità, e una volontà sociale che si compone di queste tre cose, allora, nonostante tutto ciò che oggi si manifesta incalzando e devastando, l’evoluzione umana andrà avanti. Allora arriverà ciò in cui possiamo ancora sperare.

Ma allora oggi possiamo già sperare in qualcosa che dimostrerà che la vita umana vale sempre la pena di essere vissuta, se la si vuole fondare sulla libertà dello spirito, sull’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a ciò su cui si può realmente fondare la dignità umana, e su una vita economica che nella sua fraternità, nel suo lavoro fraterno è pari alla libertà della vita spirituale e all’uguaglianza dell’ordinamento democratico della vita statale.

Dibattito

Rudolf Steiner:

Mi permetterò di addentrarmi un po’ in alcune singole considerazioni dell’egregio oratore.

Per prima cosa vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che capisco che le cose che ho detto in riferimento all’ordinamento sociale, all’organismo sociale, non possono suscitare, diciamo, piena convinzione in un batter d’occhio. Anche oggi in questa conferenza, che senz’altro è già stata abbastanza lunga, ho solo voluto dare, in un certo senso, degli stimoli che poi in un qualche modo vanno perseguiti.

So quanto con quale straordinaria forza si sia radicato quel che il primo egregio oratore ha detto sulla proprietà privata, sull’esigenza di socializzare i mezzi di produzione. Vorrei solo farvi notare una cosa: nevvero, oggi normalmente ci si è assoggettati alla rappresentazione, oppure si ha normalmente l’opinione, che i fatti esteriori siano solidi; ma in noi sono molto più solide le nostre abitudini di pensiero. E a ciò cui per lungo tempo ci siamo abituati nel pensiero, innanzitutto come società umana, ciò cui ci siamo abituati non solo da decenni, ma perfino da secoli, non può lasciare indifferenti. Perciò non sarà facile notare che in realtà, in tutto ciò che oggi assume le forme del passaggio dalla proprietà privata alla proprietà collettiva, si cela qualcosa di ben giustificato come rivendicazione, ma che non può essere così direttamente oggetto della volontà sociale, perché lì c’è un residuo che non sarà superato, ma che sarà superato se vi addentrate realmente con la massima serietà in ciò che io ho presentato oggi. Quello che oggi nessun socialista supererà nelle abitudini di pensiero, e di conseguenza nemmeno negli impulsi della volontà, è il concetto di proprietà. La proprietà privata la si vorrebbe abolire: ma poiché ci si è abituati così risolutamente al concetto di proprietà, non si riesce a superare il concetto di proprietà. La proprietà deve esserci; dunque, poiché non può essere proprietà privata, si richiede la proprietà comune, la proprietà sociale, la statalizzazione e così via.

Se solo riflettete bene su quello che vi ho esposto oggi, il vecchio concetto di proprietà sparisce del tutto. Gli oggetti che oggi sono proprietà (il capitale, i mezzi di produzione) circoleranno. Questo significa che c’è un organismo vivente. Il gestore di certi mezzi di produzione sarà sempre chi ha le migliori capacità per esserlo. Forse alcuni, se leggeranno ciò che, pur ancora in modo non esaustivo, ho presentato a proposito della questione sociale nel mio libro che uscirà fra un paio di giorni, si convinceranno del fatto che questa non è un’utopia.

Però ora si tratta proprio di perdere certe abitudini di pensiero che sono troppo presenti in tutto ciò che gli uomini oggi fanno. È questo che intendevo quando ho richiamato l’attenzione sul fatto che i mezzi di produzione possono essere collegati ad una persona solo fintanto che la capacità di questa persona lo giustifica. Vedete, oggi fra le altre scienze che sono completamente assoggettate all’influsso del modo di pensare delle scienze naturali, anche fra quelle di cui non ce ne si accorge, ci sono anche tutte le scienze sociali e le scienze storiche; abbiamo una politica economica anche all’interno di tali scienze. Ma si continua sempre a non accorgersi di una cosa. E forse qui posso anche parlarvene. Al giorno d’oggi le persone soffrono troppo di una malattia che Marx molto giustamente chiamò ‘mors immortalis’, la morte che non si può uccidere. Nella vita tutto è movimento; solo l’astrattezza che l’uomo si fa nella propria testa è effettivamente qualcosa di solido. Questo è quello che rimane. Perciò nell’epoca in cui si è formata la concettualità, rispetto alla precedente capacità di visione, precisamente a partire dalla metà del XV secolo, in quest’epoca moderna che si distingue in modo essenziale da tutte le epoche precedenti, spesso le persone sono vittime sacrificali dei concetti. Se ci addentriamo nelle nostre scienze più elementari, nella metodica, nella teoria, abbiamo reali errori [. . .]. Non porta ad impulsi sociali viventi utili, ma si forma in un pensiero senza speranza sull’ambito sociale. Perciò si avrà difficoltà ad addentrarsi nella vivace rappresentazione dei concetti cui si aspira in quanto ho esposto oggi. Ci si vorrebbe attenere a qualcosa che conservi in piedi il vecchio concetto di proprietà. Bisogna abbandonarlo del tutto, il concetto di proprietà! E il primo oratore, se pensa fino in fondo quello che ho detto oggi, vedrà che in realtà nella pretesa di statalizzare o di socializzare i mezzi di produzione non c’è altro che, appunto, la pretesa di mettere a beneficio della collettività ciò che viene prodotto attraverso i mezzi di produzione. Ma questo forse (gli attuali esperimenti lo dimostrano, dove vengono fatti, ma non voglio affatto discutere di questi esperimenti che si fanno adesso), con tali esperimenti forse questo viene raggiunto fino ad un certo grado. Invece verrà raggiunto quando i mezzi di produzione circoleranno realmente, se non sarà la collettività (che è solo un’astrazione, che può realizzare qualcosa solo a partire da una qualche decisione della maggioranza), se non sarà la collettività ad avere la proprietà dei mezzi di produzione, ma se i mezzi di produzione circoleranno tanto liberamente, quanto liberamente circola, per esempio, la proprietà spirituale, che trent’anni dopo la morte di una persona circola liberamente, ma che in quel caso viene gestito naturalmente dall’organismo spirituale.

Ciò che si dovrebbe raggiungere con la pretesa della socializzazione dei mezzi di produzione potrà appunto ancora intervenire nella libertà del singolo, senza in qualche modo mettere a maggese le capacità umane individuali. Lo si raggiunge nel modo di cui ho parlato oggi.

Io mi impegno (ormai posso dire veramente da trentacinque anni nell’ambito della questione sociale) a pensare sempre le cose fino in fondo, a non cercare mai teorie, ma a cercare nella vita immediata ciò che è possibile per la vita.

Se pensate fino in fondo ciò che ho esposto oggi, vedrete che in qualsiasi punto si può semplicemente spingere l’ordinamento sociale esistente nella direzione da me indicata. Perciò quel che ho detto è il contrario di qualsivoglia utopia: è qualcosa di immediatamente pratico. Che si cominci in Russia, dove ormai la distruzione ha raggiunto certi livelli, o qui in Svizzera, dove ciò che è vecchio sta ancora in piedi, continua in qualche modo fino a oggi, ovunque le più disparate istituzioni più concrete possono spingersi nella direzione che ho indicato: verso la separazione della vita spirituale, della vita economica e della vita giuridica. In un certo senso bisogna solo invertire la rotta, che negli ultimi tempi, negli ultimi decenni, ha preso la direzione contraria. Alla posizione di monopolio di singole persone come ci si potrebbe arrivare, se il rapporto fra un singolo individuo e l’altro viene regolato in quella parte dell’organismo sociale che è lo Stato giuridico? Ad una posizione di monopolio non si può arrivare perché, come mostrerò anche nel mio libro, si può decidere fin dall’inizio chi debba dirigere una data azienda, mentre ciò che risulta dalla congiuntura sociale o deve essere ceduto all’azienda, oppure deve andare appunto alla collettività come compensazione, cioè deve passare ad un altro che abbia la capacità di dirigere quell’azienda. In questo modo si evitano tutti i danni causati dalla posizione che la proprietà privata ha adesso. Dalle mie spiegazioni si dovrebbe notate che appunto si raggiunge realmente ciò che anche altri vogliono raggiungere, ma che vogliono raggiungere con mezzi insufficienti. Questo è quanto avevo da dire soprattutto in riferimento al primo egregio signore che è intervenuto in questo dibattito.

Certamente, egli ha richiamato l’attenzione su una cosa molto giusta. Vedete, egli ha descritto persone che vanno dicendo che il singolo Stato sia un organismo nello stesso senso in cui nelle scienze naturali un organismo è appunto un organismo. In tal modo egli fa riferimento ad un pensiero falso. La verità è che, se si vogliono fare dei paragoni, bisogna farli giusti; allora il singolo Stato può al massimo essere una cellula, l’intero organismo può essere la Terra che pratica l’economia. Questo è quello che, diciamo, pregiudica questa verità: il fatto che si pensi come un tutto ciò che è spazialmente limitato. Questa direzione del pensiero si interromperebbe subito, se si vedesse che questa organizzazione, che si chiama Stato, se non negli organismi reali [. . .] non può essere così, ma può esserlo per cellule che si compongono, dunque, senza addentrarsi troppo in queste sciocchezze, diciamo, vorrei solo dire che qualcosa di giusto c’è: che l’intera Terra oggi è già diventata una specie di lavoro unitario. Però lo si spiega in un senso diverso da come l’ho spiegato io. E, come ho detto, non mi sono occupato di queste cose in modo teorico, ma basandomi sulla vita immediata.

Naturalmente al secondo oratore bisogna dare ragione, quando dice: l’amore per il prossimo deve diventare il pensiero fondamentale. Solo che a tal proposito vorrei richiamare l’attenzione su una cosa. Voglio assumere il punto di vista del secondo signore che è intervenuto. Ho sempre considerato fecondo che qualcuno cercasse, diciamo, delle possibili obiezioni. Vedete, è già da duemila anni che si parla di amore per il prossimo, come ha detto il secondo egregio signore. Tuttavia, nonostante si parli di questo amore per il prossimo – vi prego, osservate gli ultimi quattro-cinque anni! Dunque forse è importante che non è che si parli di amore per il prossimo, ma di come si parla di amore per il prossimo, se se ne parla in modo astratto o se si va a vedere nel concreto come questo amore per il prossimo possa diventare attivo. E qui voglio assumere il punto di vista dell’egregio signore che è intervenuto. Vedete, uno dei detti più importanti, uno dei detti più belli, cioè uno dei detti dei vangeli più importanti per gli uomini, di Gesù Cristo, è: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dell’evoluzione del mondo”. La traduzione corretta sarebbe più o meno così. Adesso è già arrivato il momento di capire che queste sono parole vere nel senso più cristiano. Non dobbiamo cercare Cristo solo nei vangeli, non dobbiamo cercare solo il Cristo che è stato messo nei vangeli per così dire come in in una bara, dobbiamo cercare il Cristo che vive, che si aggira fra di noi. Dobbiamo ascoltare attentamente ciò che il Cristo ci annuncia ogni giorno di nuovo. Credo che ascolti il Cristo nel modo giusto chi è in grado, in ogni nuova epoca, di percepire ovunque si manifestino i segni del tempo ciò che il Cristo dice per ogni epoca in un modo nuovo. E penso che oggi Egli ci parli attraverso i tempi in modo che noi non possiamo rimanere fermi, neanche fermarci alle parole con le quali in passato è stato predicato l’amore per il prossimo, ma che dobbiamo progredire raggiungendo nuove forme anche nella concezione di vita, così come progrediamo in modo molto evidente a nuove forme della vita stessa. Vorrei che rifletteste su questo punto.

Recentemente a Berna ho ascoltato un oratore, un religioso cattolico, che ha parlato di questo argomento con grande efficacia. Quell’uomo ha parlato in modo del tutto simile al signore che ha fatto il secondo intervento. Anch’egli ha detto: “Deve regnare l’amore per il prossimo; innanzitutto deve essere Gesù Cristo a guidare il movimento sociale moderno.” Direi che effettivamente nulla può essere più ovvio di questo. Ma poi questo signore (a Berna, intendo) ha continuato a parlare, sì, certamente in un modo molto efficace, ma il suo discorso mi ha ricordato le stesse cose che avevo letto già quarantacinque anni fa nel mio libro di scuola: rimangono parole. Quel signore ha usato le stesse parole. Ho dovuto pensare: “Nonostante questo, fra la stesura nel mio libro di scuola e le parole di quel signore c’è la terribile catastrofe mondiale!” Dunque oggi sarà ben necessario anche cambiare modo di pensare, concepire le cose in modo diverso da come sono state prese prima. Oppure non dovremmo imparare proprio niente? Dovremmo ricominciare sempre col solito tran tran, a ripetere, come i nostri predecessori, ‘amore per il prossimo’; però così, nonostante abbiano predicato l’amore per il prossimo, non sono riusciti ad impedire l’arrivo di giorni terribili. Non si tratta di predicare l’amore per il prossimo! Ho detto spesso nelle occasioni più diverse: se nella stanza c’è una stufa e mi rivolgessi a lei con lo stesso atteggiamento con cui di questi tempi, nella concezione borghese del mondo, si è abituati a parlare di ogni tipo di esigenze etiche, delle quali fa parte anche l’amore per il prossimo, allora dovrei dire: “La stufa ha il dovere di scaldare la stanza”. Ma per quanto mi impegni, dicendole: “Cara stufa, è tuo dovere scaldare la stanza” e per quanto continui a ripeterglielo più e più volte, la stanza continuerà a restare fredda! Ma posso risparmiarmi il discorso, riempiendola di legna e accendendola. Allora faccio la cosa concreta, allora la stanza si scalda. A volte si parla della maniera in cui nella vita economica si debbano formare le associazioni, di come, come ho detto, la fratellanza dovrebbe regnarvi in grande stile, e di come la si realizzi nella vita concreta; quando si parla di come si debba articolare l’organismo sociale, si parla di qualcosa di concreto. Lì c’è già tutto, anche quel che vuole essere amore per il prossimo! Ma nelle complicate circostanze di oggi limitandosi a parlare semplicemente di amore per il prossimo non si riesce ad ottenere niente. E quando si dice: “Bisogna essere guidati da Gesù Cristo” è ovvio che dobbiamo essere guidati da Lui. Ma non si tratta di parole, ma di ciò che uno fa. Non si tratta di ripetere “Signore! Signore!” lo è già da sé! Invece si tratta di seguirLo realmente.

Se qualcuno dice che i grandi settori della vita devono costituire un’unità e che non riesce bene ad immaginare come sia possibile separarli, vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che una buona volta è necessario fare questo passo in avanti nell’ambito del pensiero sociale, passo che adesso purtroppo le scienze naturali, da parte loro, non sono riuscite a fare nel loro ambito.

Nel mio libro Gli enigmi dell’anima ho richiamato l’attenzione su come, avvalendomi di tutto ciò di cui oggi riuscirebbero già ad avvalersi le scienze naturali, nel corso di una ricerca spirituale durata trent’anni sono riuscito a scoprire che l’organismo umano è triarticolato, che l’organismo umano si divide realmente in: organismo neuro-sensoriale, che è centrato in se stesso, che ovviamente attraverso gli organi di senso è anche in rapporto con il mondo esterno; in secondo luogo poi c’è il cosiddetto organismo ritmico, l’organismo del respiro e del cuore; e in terzo luogo l’organismo del ricambio. Tutte le attività dell’organismo umano sono contenute in queste tre parti, che però sono centrate in se stesse, e che cooperano alla tanto grandiosa unità proprio perché ogni parte ha in sé il suo centro, e grazie al fatto che ogni parte è centrata in se stessa si realizza appunto l’unità vivente. In quest’ambito non si pensi alla maniera delle scienze naturali; non voglio giocare con le analogie come Schaffte o Meray, ben lungi da me! Ma vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che il pensiero sano fa molta fatica ad intraprendere questa tripartizione riguardo all’organismo sociale. In riferimento all’organismo sociale non dobbiamo prendere questa tripartizione solo in senso teorico, ma tradurla in realtà. Non riesco a capire perché dovrebbe essere difficile immaginare che un’organizzazione spirituale si gestisca in se stessa, si gestisca per così dire sovranamente in se stessa, lo Stato giuridico a sua volta sovrano in se stesso e lo Stato economico si gestisca sovranamente in se stesso. L’unità superiore si realizza bene proprio solo nella viva cooperazione; mentre se si introduce fin da principio un’unità, sia che essa sia un’unità orientata alla vita economica, sia che essa sia un’unità nella vita giuridica, come in questo vecchio Stato di diritto, o che sia vita spirituale, come fu nelle antiche istituzioni teocratiche, queste tre parti si disturbano; mentre non si disturbano, se cooperano all’unità vivente, se le si centra in se stesse; solo che questa centratura deve avvenire nel modo giusto.

Recentemente a Basilea un uditore mi ha obiettato che non riusciva neanche ad immaginarsi come sarebbe, perché per esempio la giustizia, il diritto deve essere presente in tutte e tre le parti. Sì, certamente il diritto e la giustizia devono essere presenti in tutte e tre le parti, come l’aria nella sua materialità deve essere presente, modificata, in tutte e tre le parti dell’organismo umano; ma a tal fine deve essere rielaborata in sé attraverso il sistema del respiro e del cuore in una parte specifica. In tal modo essa è particolarmente efficace per le altre parti. La giusta unità viene creata proprio perché una parte produce e sviluppa nel modo giusto ciò che è necessario alle altre. È su questo che poggia l’organizzazione viva. È questo, che va capito bene, perché l’importante è proprio questo.


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Trad. 06/2022