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OO 337a - Idee sociali – realtà sociale – prassi sociale – Vol. I



SERATE DI STUDIO DELLA LEGA PER LA TRIPARTIZIONE DELL'ORGANISMO SOCIALE
Prima serata di domande

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Stoccarda, 25 maggio 1919



Domande sulla Tripartizione dell'Organismo Sociale I



Emil Molt: Ho l'onore di darvi il benvenuto questa sera e di ringraziarvi per il vostro essere così numerosi, il che significa che il nostro invito è arrivato alle persone giuste. La “Lega per la Tripartizione dell'Organismo Sociale” ha ritenuto opportuno invitare a questa serata una serie di personalità, affinché voi possiate fare tutte le domande che vi stanno a cuore – domande che sono sorte, ad esempio, ascoltando le conferenze –, e il Dott. Steiner in persona possa rispondere ad esse. Pensiamo che le conferenze che da circa 4-6 settimane si tengono qui a Stoccarda, si facciano non soltanto per portare agli ascoltatori qualcosa di interessante, ma soprattutto per far maturare in chi le ascolta qualcosa che poi possa tradursi in azione. Inoltre pensiamo che, per far nascere un movimento come il nostro, non sia sufficiente che vi siano poche persone a fare da motori trainanti, ma debbano esserci collaboratori provenienti da tutti gli strati sociali. Ora vi prego di prendere la parola e prego il Dott. Steiner di rispondere a tutte le domande che verranno fatte.

Dott. Schmucker: Faccio notare anzitutto che io faccio una domanda esclusivamente come privato cittadino. Nella risoluzione che è stata presa nelle diverse conferenze, il governo viene esortato ad invitare il Dottor Steiner a realizzare il prima possibile la tripartizione sociale di cui lui parla. Ora, devo confessare francamente, che non ho ancora avuto il tempo sufficiente per approfondire il suo libro e studiarne tutte le conferenze. Vi prego, dunque, di scusarmi se la mia domanda rivelerà il fatto che io ancora non so se il Dott. Steiner ha già preso posizione rispetto alla questione che mi sta a cuore.
Ed ecco la mia domanda: supponiamo che il governo un giorno sia dell'opinione di voler collaborare con il Dottor Steiner; supponiamo che il Dottor Steiner si trovi a ricoprire un qualche Ministero, ad esempio quello del Lavoro; egli si ritroverebbe in un ufficio pieno zeppo di carte e scritti governativi, e troverebbe tutti i codici che trattano la soluzione della questione sociale, ad esempio la legge per la tutela dei lavoratori, la legge sull'assicurazione degli impiegati, ma soprattutto le molte leggi che sono state promosse dal nuovo governo dopo il grande sconvolgimento della guerra, e che vanno tutte in una direzione, che è quella di soddisfare il più possibile le richieste degli operai e degli impiegati. Come si immagina, ora, il Dott. Steiner questo lavoro? La continuazione nel futuro del precedente modo di governare? Che cosa deve accadere alle attuali rappresentanze popolari, alle assemblee regionali e all'assemblea nazionale?

Rudolf Steiner: Lei ha posto la domanda da una determinata prospettiva, dalla prospettiva del governo. Pertanto, anch'io sarò costretto a risponderLe soltanto da questa prospettiva. E la mia risposta immediata è che, in una prima azione di governo, si dovrebbe, naturalmente, ancora prescindere da tante cose che potrebbero accadere in conseguenza di questa prima azione di governo.
Come prima azione di governo – e qui ovviamente parliamo del tutto apertamente tra di noi –, io mi metterei a pensare, cosa che naturalmente sembrerebbe avere poco a che fare con la questione di cosa io farei nel caso in cui fossi posto a capo del Ministero del Lavoro, e trovassi lì dentro codici di leggi e altre cose simili e dovessi continuare a lavorare lì. Ma voglio solo far notare in anticipo formalmente, che io con la stesura della risoluzione della quale Lei parla non ho avuto proprio nulla a che fare. Non potrei accogliere questa interpretazione della risoluzione, ma potrei solo caratterizzare la mia posizione rispetto alla questione.
Ad esempio, dovrei anzitutto ribadire il fatto che io non appartengo nel modo più assoluto ad alcun Ministero del Lavoro, che non avrei nulla a che fare con un tale posto, per il semplice motivo che un Ministero del Lavoro, all'interno di una comunità statale unitaria non potrà proprio più esistere in un prossimo futuro. Per questo di recente, in una conferenza, ho parlato del fatto che la prima azione di governo dovrebbe consistere nel fatto di prendere iniziativa rispetto ad una serie di cose, per poter porre anzitutto una solida base per poi procedere oltre.
In primo luogo, si deve capire che un attuale governo, in un certo senso, è la continuazione di quello che è scaturito come governo da circostanze precedenti. Nella diretta continuazione di circostanze precedenti si trova però soltanto una parte di questo governo, ossia quella parte che comprenderebbe il Ministero della Giustizia, quello degli Interni – per la sicurezza interna –, e quello della Salute. Queste cose consisterebbero nella continuazione di ciò che è risultato da precedenti disposizioni di governo. Per tutto il resto, un tale governo dovrebbe prendere l'iniziativa di diventare un Ministero di liquidazione, ossia, un Ministero che prende iniziativa su tutta la linea, per costituire una base per una libera vita dello spirito, che poggerebbe sulla sua amministrazione e costituzione, e che dovrebbe organizzarsi a partire da se stessa, quando viene superato il passaggio dalle attuali alle future circostanze. E allora questa amministrazione avrebbe anche la sua corrispondente rappresentanza, che allora naturalmente non potrebbe essere configurata allo stesso modo delle attuali rappresentanze popolari, ma che dovrebbe scaturire dalle speciali circostanze della vita spirituale. Ciò si dovrebbe costruire soltanto a partire dall'auto-gestione della vita spirituale; in questo senso, la cosa riguarda soprattutto l'ambito scolastico e quello culturale – questi, da una parte, dovrebbero essere lasciati alla libera amministrazione della vita spirituale.
Dall'altra parte, un Ministero della Liquidazione dovrebbe, a sua volta, consegnare ad una vita autonoma dell'economia tutto ciò che, ad esempio, è circolazione e commercio di beni.
Anche il Ministero del Lavoro dovrebbe trovare la sua amministrazione in organizzazioni che scaturirebbero dalla vita economica. Queste sarebbero naturalmente cose molto radicali, ma da questa prospettiva può trattarsi solo di cose radicali. Solo in questo modo si sarebbero poste le basi per trattare in qualche modo questioni concrete. Con ciò che ora ho spiegato non viene cambiato nulla riguardo a ciò che si costruisce dal basso verso l'alto. Qui viene indicato solo il percorso sul quale, a partire da ciò che già esiste, può essere creato il nuovo. Soltanto se venissero create a partire dalla vita economica quelle organizzazioni che continuassero ciò che sta nei libri delle leggi da voi citati, soltanto allora si potrebbe intraprendere un passo ulteriore. Sarebbe solo un passo quello che in seguito si potrebbe fare. Non ho in mente un programma, ma una successione di passi, che sono tutti atti e fatti reali. Tutto ciò a cui mi riferisco nei miei libri e nelle mie conferenze non sono indicazioni su come si deve procedere, ma su come creare le condizioni affinché gli uomini vengano a trovarsi nei contesti giusti per potere fare le cose. Le leggi economiche possono scaturire soltanto dalla vita economica stessa, e soltanto se in questa si esprimono secondo i loro impulsi tutte le corporazioni che, proprio a partire dalle singole concrete condizioni della vita economica, possono contribuire in qualche modo alla creazione della vita economica stessa.
Pertanto, da parte del governo io vedrei come primo passo appunto questo: il capire che si deve trattare di un governo di liquidazione. Sono ben disposto ad approfondire altre speciali questioni legate a queste cose.

Dott. Schmucker: Supponiamo che si ricorresse ad una sorta di auto-amministrazione per la regolazione della vita economica. Potrebbero i consigli di fabbrica che ora devono venire introdotti, in base al disegno di legge imperiale, per le singole fabbriche, servire quali strumenti, se – come, del resto, è intenzione fare – venissero estesi verso l'alto, attraverso l'unione dei consigli di fabbrica del Baden-Württemberg in un consiglio regionale dei lavoratori, o in un consiglio di fabbrica regionale, e, al massimo grado, in un consiglio di fabbrica nazionale o in un consiglio per l'economia nazionale? Il disegno di legge deve usare l'espressione “consiglio di fabbrica” per una rappresentanza che diventerebbe una rappresentanza di soli lavoratori, nella quale non sarebbero inclusi gli imprenditori.
Come il consiglio di fabbrica collabora con l'imprenditore, così imprenditori e operai potrebbero partecipare entrambi al consiglio regionale, e poi al consiglio per l'economia imperiale non sarebbero rappresentati soltanto i lavoratori, ma anche gli imprenditori, in modo tale che anche a questo livello vi sarebbe una rappresentanza paritaria. Il Dott. Steiner potrebbe trovare praticabile il pensiero per cui, con una tale organizzazione, una parte delle esigenze della vita economica verrebbe soddisfatta, e che a queste corporazioni di autogestione economica verrebbero assegnati tutti gli ulteriori compiti che, secondo l'opinione del Dott. Steiner, dovrebbero essere svolti da corporazioni economiche in qualità di corporazioni in autogestione?

Rudolf Steiner: Vi prego di prendere il paio di frasi che dirò come introduzione, non come delle astrazioni, bensì come riassunto di esperienze, le quali possono essere riassunte, appunto, soltanto in tali frasi.
Così come si è sviluppata la struttura della vita economica, la vita economica soffre del fatto che non sia affatto possibile una armonizzazione degli interessi all'interno della struttura esistente. Voglio accennare solo ad un paio di cose riguardo a questo. Nello sviluppo della nostra vita economica, l'operaio non si interessa affatto alla produzione – prescindo ora dall'interesse davvero assurdo della partecipazione agli utili, che io ritengo cosa non pratica. L'operaio si interessa alla vita economica, per com'è la situazione attualmente, soltanto in quanto consumatore, mentre il capitalista, a sua volta, in fondo si interessa alla vita economica soltanto in qualità di produttore, e comunque sempre in quanto produttore dal punto di vista del profitto – questo è il suo punto di vista, a livello economico, e non può essere diversamente. Pertanto, oggi non vi è alcuna possibilità di creare una vera armonizzazione degli interessi di consumatori e produttori; essa non è contenuta all'interno della nostra struttura economica.
Ciò che dobbiamo ottenere, è di riuscire a fare interessare allo stesso modo, sia all'aspetto del consumo che a quello della produzione, tutte le persone che partecipano alla creazione della struttura economica, in modo tale che in nessuno di coloro che vi partecipano, dandole forma – non solo attraverso il loro giudizio, ma anche attraverso la loro opera -, sia presente soltanto un interesse unilaterale per la produzione o per il consumo, ma che, attraverso l'organizzazione della vita economica stessa, sia presente interesse per entrambe, in pari misura. Questo può essere ottenuto soltanto quando arriviamo alla situazione per cui, a partire dalla vita economica stessa, da tutte le sue forme, possiamo spingere gradualmente le persone alla creazione di piccole corporazioni, che in seguito, naturalmente, si mettono insieme tra loro. Devono essere corporazioni, perché devono fondarsi sulla fiducia. Questo è possibile soltanto quando le grandi corporazioni si formano gradualmente e in modo omogeneo, a partire dalle piccole, e, dunque, solo quando a partire da tutte le diverse forme della vita economica abbiamo, con i loro giudizi, e anche con la loro influenza, che dipende dalla base economica, le individualità che, da ogni parte, attraverso la loro unione, operano in modo sociale per la direzione della vita economica in quanto tale. Pertanto, se vogliamo socializzare, non possiamo socializzare la vita economica attraverso istituzioni, ma solo attraverso il fatto di riuscire ad interessare le persone, nel modo su esposto, alle istituzioni, e solo se poi queste persone partecipano attivamente alla vita di queste istituzioni. Quindi, ciò che io considero attualmente come la cosa in assoluto più necessaria, è che noi ci esimiamo del tutto dal fare delle leggi attraverso le quali vengano istituiti dei consigli di fabbrica, ma che invece abbiamo la possibilità di creare dei consigli di fabbrica a partire da tutte le forme della vita economica – in modo tale che anzitutto siano presenti –, e poi di fare in modo che, da questi, si crei un consiglio di fabbrica che avrà il suo vero senso soltanto se riuscirà a fare da collegamento tra i diversi rami della produzione. Un consiglio di fabbrica che esista soltanto per singoli rami produttivi non ha molto senso, ma se l'attività dei consigli di fabbrica si svolgerà tra i diversi rami produttivi che interagiscono tra loro, allora sì che tali consigli avranno un senso.
Per questo ho detto: il singolo consiglio di fabbrica ha un senso più o meno grande all'interno della fabbrica, a seconda se abbia un'importanza dal punto di vista dell'informazione. Ciò che deve scaturire nella vita economica da questa idea dei consigli di fabbrica può farlo, in realtà, soltanto il consiglio di fabbrica nella sua interezza, perché in futuro potrà risultare solo una benedizione per le singole imprese, se i consigli di fabbrica si creeranno a partire dalla struttura dell'intera vita economica. Pertanto, penso che, effettivamente, nell'istituzione stessa dei consigli di fabbrica presa nella sua interezza, si trovi l'elemento di maggiore importanza, e dunque, nei rapporti tra i consigli di fabbrica delle singole imprese, e non in ciò che accade soltanto nelle singole fabbriche. E poi posso considerare una benedizione questa istituzione, soltanto se questi consigli di fabbrica – che, naturalmente, devono essere creati sulla base dei rapporti esistenti, e che non devono provenire da speranze campate per aria, e che devono invece scaturire da quanto oggi esiste -, se, ad esempio, questi vengono eletti a partire da tutti i tipi di persone che in qualche modo partecipano alla vita della fabbrica. Non voglio parlare di imprenditori e operai, ma di persone che provengono dalle cerchie di tutti coloro che realmente, con il loro lavoro fisico o mentale, partecipano alla vita dell'impresa. Dunque, tutto ciò che partecipa alla vita della fabbrica costituirebbe la base per creare, a partire dal suo interno, tali consigli. In tal modo, se si affrontasse la cosa a partire dai rapporti economici, naturalmente i datori di lavoro comprensivi sinora in carica vi parteciperebbero in qualità di guide spirituali, e avremmo dei consigli di fabbrica che, almeno in un primo momento, non avrebbero membri eletti da tutti i possibili ambiti – questo succederebbe solo dopo un certo tempo –, che però potrebbero comunque rappresentare gli interessi delle persone più diverse che partecipano alla vita economica. Potrei, però, soltanto immaginare che un tale consiglio di fabbrica rivolgerebbe la sua attenzione, nonostante tutto, principalmente alle condizioni della produzione, e non riuscirei ad immaginare che un mero consiglio di fabbrica possa essere qualcosa di veramente sensato. Posso solo pensare che, oltre al consiglio di fabbrica – laddove io non ignoro l'obiezione secondo la quale non si capisce chi lavorerà più, se nella prassi si dovrà creare tutto questo –, posso solo pensare che i consigli di fabbrica vengano integrati dai consigli di circolazione delle merci e dai consigli economici, perché il consiglio di fabbrica avrà a che fare principalmente con la produzione, ma il consiglio economico avrà a che fare con il consumo nel senso più ampio. Ad esempio, il consumo dovrebbe comprendere tutto quello che consumiamo dall'estero, che importiamo; tutto ciò che viene importato ricadrebbe nella sfera del consiglio economico. Non voglio pensare che già oggi tutto sarebbe perfetto, ma questi sono i tre più importanti tipi di consigli di fabbrica che per prima cosa devono essere presenti: consiglio di fabbrica, consiglio della circolazione delle merci, consiglio economico. Per fare questo basterebbe che prendesse l'iniziativa solo un'ala del governo. Non dovrebbe creare nessuna legge, ma solo provvedere a creare questi consigli. Questi poi dovrebbero iniziare a darsi un loro ordinamento, e quindi a fare ciò che proviene dalla vita economica indipendente, ciò che loro all'interno di essa hanno imparato.
La costituzione dei tre consigli dovrebbe scaturire del tutto dalle circostanze stesse. Questo è quello che io considererei come il primo passo: la creazione dei consigli di fabbrica a partire dalle circostanze date. Solo allora i consigli dovrebbero darsi un loro ordinamento, una loro costituzione. Questa io la chiamerei, nella prassi, l'articolazione della vita economica in un campo. Pertanto, finché persiste l'opinione che, a partire da un governo centrale, si impongano leggi sui consigli di fabbrica, ritengo questo come qualcosa che non ha nulla a che fare con ciò che deve accadere. Bisogna prima fare il primo passo – questo è ciò che il tempo richiede da noi.

Dott. Schmucker: Secondo me, questo lavoro che gli interessati dovrebbero fare in prima persona per fondare organizzazioni e poi gestirle autonomamente, presuppone una classe operaia e impiegatizia altamente sviluppata dal punto di vista spirituale. Ma le esperienze che abbiamo fatto con i dipendenti delle fabbriche durante la guerra, e con gli operai negli ultimi mesi, mi impediscono di supporre che la classe operaia nella sua maggioranza – nella sua schiacciante maggioranza, in realtà – sia all'altezza di questo grande compito. Abbiamo visto di recente come gli operai di una fabbrica siano andati dall'imprenditore e abbiano preteso da lui, minacciando di usare la forza, una serie di cose, facendogli un discorso del tipo: tu hai realizzato ora un profitto “X”. Non te la passi bene, ma lo Stato si prende, se tu non lo condividi, una grossa fetta di quello che hai guadagnato. Devi darci un'indennità di carovita! - Tutto questo processo è un fatto noto a tutti, questo continuo aumentare dei salari, dei prezzi dei generi alimentari e così via, laddove l'uno fa rincarare l'altro. Queste esperienze fanno sorgere dubbi sulla possibilità che operai e impiegati si trovino effettivamente ad un grado così elevato di sviluppo, da poter portare avanti il compito che qui si richiede loro di adempiere.

Rudolf Steiner: Se partiamo dal principio che, in relazione a qualsiasi cosa, vogliamo sempre fare il meglio che possiamo immaginare, o che ci dipingiamo nella fantasia in modo ideale, allora nella prassi non arriveremo mai a fare ciò che veramente deve essere fatto. Naturalmente, ammetto pure che quanto Lei ha appena detto è in gran parte assolutamente giusto. Ma La prego di considerare un po' quanto segue: nelle scorse settimane e nei mesi scorsi ho avuto l'occasione di parlare anch'io con moltissimi operai, e ho scoperto che l'operaio, se uno parla veramente la sua lingua, parlerà sempre di cose che hanno un reale fondamento, e si aprirà interiormente a comprendere che ciò che deve essere fatto può essere solo qualcosa che non minacci l'esistenza della vita economica, o che non ne determini la morte, ma che, invece, la edifichi. È estremamente facile far capire all'operaio cosa deve accadere, se ci si riferisce a ciò che lui stesso ha sperimentato. A partire da ciò, lui capirà facilmente certi nessi presenti nella vita economica. Naturalmente, però, ci sarà ancora tantissimo che l'operaio non potrà capire, per il semplice fatto che le condizioni in cui si trova a vivere non gli hanno mai permesso di osservare a fondo certi nessi, che non si possono appunto approfondire, se uno lavora ad una macchina da mattina a sera. Questo lo so anch'io. Ora, però, si aggiunge il fatto che persino il padrone di una fabbrica non arriva a penetrare molto a fondo nella comprensione delle reali condizioni della vita economica. Vorrei portarvi il Rathenau ad esempio, non in quanto economista, ma proprio in quanto padrone di una fabbrica, perché i suoi scritti rivelano, in realtà, in ogni pagina, che lui parla veramente dal punto di vista del padrone, dell'imprenditore industriale. Ora, in fondo, da questo punto di vista, non si possono fare assolutamente obiezioni a queste argomentazioni, perché, in fondo, sono tutte cose giuste. Vorrei far notare solo una cosa: Rathenau calcola che senso abbia, in realtà, il plusvalore. Ora, oggi si potrà molto facilmente dimostrare che ciò che recentemente si era potuto calcolare come plusvalore, è da tempo superato. Ora, il Rathenau calcola bene anche nel dettaglio, e arriva al risultato del tutto esatto, per cui non si può rivendicare l'intero plusvalore, in realtà. Di fatto, se l'operaio lo ottenesse, dovrebbe restituirlo, perché le istituzioni rendono necessario che esso sia usato come fondo di riserva. Questo calcolo naturalmente è del tutto giusto. Si tratta di capire se si possa sfuggire al risultato di questo calcolo, se si possa trovare economicamente una possibilità di sfuggire a questo calcolo. Si tratta di comprendere che non si può sfuggire in nessun modo a ciò che Rathenau calcola, se non comprendendo la risposta che io ho dato nel mio libro: nel momento in cui un qualsiasi valore che si riferisca alla produzione abbia concluso il suo ciclo[1], questo non è più vendibile ad altri, e, dunque, non ha più alcun valore commerciale. Allora l'intero conto crolla, perché il calcolo di Rathenau è fattibile soltanto se, appunto, i mezzi di produzione continuano a potere essere venduti ad un prezzo ben preciso. E allora, manca il giusto presupposto per potere arrivare alla vera conclusione; un presupposto che gli imprenditori non accettano ancora. Per poterlo accettare dovrebbero prima capire che non facciamo nessun progresso, perché siamo in una strada senza uscita, se non accettiamo di introdurre grandi cambiamenti. E allora, se ci si trovasse su un terreno comune, un terreno sul quale l'unico interesse sia quello di favorire la vita economica, e non quello di beneficiare i singoli, si vedrebbe facilmente che gli imprenditori sanno qualcosa, ma che il loro sapere è unilaterale, e che può essere completato dagli altri. In relazione a tutto ciò che il singolo uomo può produrre spiritualmente quali alti ideali, credo di poter dire quanto segue: “Un uomo da solo è un uomo, se sono in due sono gente, se sono in parecchi sono una mandria”. Ma non appena arriviamo a quel tipo di pensiero che si deve realizzare nell'istituzione sociale, vale il principio opposto: “Un uomo da solo non vale nulla, parecchi uomini sono qualcosa, e molti sono quelli che ce la possono fare”. Perché, se si mettono insieme in dodici, provenienti dalle più diverse direzioni politiche, con la buona volontà di riassumere le loro singole esperienze come esperienze parziali, allora non avremo soltanto la somma di dodici diverse opinioni, ma, mentre queste opinioni entrano concretamente in azione, si crea un potenziamento di questi dodici impulsi. E dunque, una somma del tutto straordinaria di esperienze economiche viene a costituirsi per il solo fatto che opinioni diverse vengano messe in comune in tal modo. Questo è l'importante. Pertanto, devo dire, credo che quello che Lei dice sia giusto nella misura in cui, nella forma, Lei ha a che fare con una classe operaia che fa le sue rivendicazioni solo in qualità di consumatrice. Poiché, per il solo fatto di fare delle rivendicazioni, non si ottiene naturalmente assolutamente nulla che possa portare ad una qualche possibile forma di socializzazione. In questo modo Lei arriva soltanto alla distruzione della vita economica. Non dobbiamo credere di poter trovare condizioni ideali dopodomani, ma almeno una condizione che sia vivibile, se procediamo nel senso che indico. Proprio rispetto a questo ci si dovrebbe chiedere: “che significa vivibile?”, e non “le persone sono abbastanza intelligenti per potercela fare?”. Prendiamo le persone per come sono, e traiamone il meglio che possiamo, e non ci mettiamo a fantasticare sul fatto se le persone siano altamente evolute o no, perché, alla fine, qualcosa deve pur sempre accadere. Non possiamo permetterci di non fare nulla. Da una qualche parte deve accadere qualcosa. Non capisco perché, se prendiamo le persone dal contesto della vita economica, queste debbano proprio essere meno evolute rispetto, ad esempio, ai governanti e ai deputati del vecchio Parlamento, in tutti gli anni in cui è accaduto proprio quello che poi ha avuto effetti così terribili. Anche in quel caso è accaduto soltanto il possibile. Si tratta del fatto di fare il possibile con la maggioranza delle persone presenti. Non mi immagino che si possa creare una condizione ideale, ma un organismo che possa vivere.

Dott. Riebensam: Affronto la questione dei consigli di fabbrica. Cosa ci dà ancora la possibilità di parlare con gli operai? La situazione sta ora peggiorando a tal punto che ci serve un parafulmine. Voglio portare la cosa su un piano di praticità e chiedere: perché Lei vuole mettere un veicolo su strada senza un guidatore? Il veicolo di cui parlo, secondo me è la classe operaia. Ho parlato con molte persone, e ho espresso l'opinione secondo la quale ritengo impossibile che si arrivi ad una qualsiasi forma di cooperazione, in questo modo, con una classe operaia così numerosa. Perché ogni consiglio direttivo di un comitato operaio, nel momento in cui si faccia rappresentante di una determinata opinione, viene lapidato dagli operai. Lei presuppone una buona volontà da parte degli operai. Io ho provato di tutto con loro, all'inizio non senza successo, perché mi sono conquistato la fiducia degli operai, da quando posso parlare con loro e loro possono ascoltarmi, ma coloro che non sono d'accordo sono la maggioranza. Posso parlare forse con duemila, ma gli altri non hanno questa buona volontà. So, per esperienza, che la grande massa è in grado di far cambiare opinione a coloro che in un primo momento si erano decisi. I più intelligenti nei comitati operai con i quali ho parlato in privato, e che hanno espresso opinioni positive, oggi si trovano di nuovo su posizioni per cui mi chiedo: ma allora, tutto il lavoro che ho fatto negli ultimi sei mesi è stato inutile? Ho fatto al governo determinate proposte, nella speranza che si agisca in modo da dare soddisfazione agli operai. Se, però, queste proposte arrivano poi come ordini da parte del governo, allora tutto il lavoro sarà stato inutile. Ma fondare consigli di fabbrica senza qualcuno che ne sia alla guida, lo ritengo inutile, e da una tale situazione possono scaturire le cose più assurde. Poiché Lei stesso dice che ad un certo punto dobbiamo iniziare, si dovrebbe iniziare in modo tale che la cosa fosse fattibile.

Rudolf Steiner: Tutto ciò che Lei ha detto, mira, in realtà, a dimostrare che, attualmente, in fondo, non è possibile che la direzione di una fabbrica possa cooperare con la classe operaia. Questo, naturalmente, si è verificato non senza dei presupposti, si è venuto a determinare poco a poco. Credo che Lei valuti male la situazione, quando dà troppo peso alla buona volontà della classe operaia. In realtà, la buona volontà sarà la classe operaia a pretenderla da Lei, perché ha imparato, attraverso l'agitazione – e fino ad un certo grado a ragione –, che con la buona volontà non si ottiene nulla. Gli operai diranno: noi possiamo pure avere buona volontà, ma il padrone non ce l'avrà. Questa sfiducia è oggi troppo grande. Pertanto, da questa parte non c'è altro mezzo che ottenere quanta più fiducia sia possibile. Nel momento in cui per soli duemila operai – o anche magari per ottomila – vi fosse qualcuno che sia in grado di parlare concretamente di obiettivi sociali, che l'operaio possa riconoscere, laddove non si conti soltanto sulla buona volontà, ma sulla comprensione, allora la cosa sarebbe diversa. Certamente, se Lei parla con duemila operai, questi potranno essere ancora portati su altre posizioni dal resto della massa, ma la questione sarà questa: se Lei riesce davvero a parlare all'operaio di ciò che egli capisce, allora non parlerà solo con duemila che sono stati influenzati da persone con cui hanno parlato da ultimo, ma saranno invece questi ad influenzare gli altri.
Se però ci chiediamo se questa via sia stata mai percorsa, allora ci dobbiamo rispondere che, in fondo, non è stata mai percorsa. E si fa anche di tutto per guastare continuamente alle persone il piacere di percorrerla. Naturalmente, quando l'operaio oggi vede che gli vengono imposti per legge dall'alto i consigli di fabbrica, questo è parte di una assoluta distruzione della fiducia. Pertanto, fate in modo da fare arrivare forte e chiaro dalle vostre fila qualcosa di ben fondato, in modo tale che l'operaio veda che è qualcosa di ben fatto, e allora collaborerà sicuramente e concretamente con voi.
Ma una cosa simile non accade, e questo è il motivo per il quale esiste il Movimento per la Tripartizione dell'Organismo Sociale, perché si deve riuscire finalmente a fare qualcosa che costituisca un obiettivo plausibile. L'operaio non lo convincete soltanto parlando di istituzioni concrete, perché è stato del tutto emarginato e posto in una posizione di mero consumatore. Questo all'operaio non lo spiega nessuno. Tutto ciò che viene fatto si muove esattamente nella direzione opposta. Fate in modo che queste istituzioni nascano a partire da voi. Se questi consigli di fabbrica devono essere veramente istituiti, lasciate che lo siano, forse anche solo sotto forma di proposte – riguardo a ciò possono essere fatte molte proposte; può arrivare non solo un singolo tipo di proposta di legge. Questo, naturalmente, è il miglior modo per far coalizzare tutta la classe operaia contro i consigli di fabbrica. Oggi non c'è più alcuna possibilità di fare progressi su questa via. Oggi si riesce ad ottenere fiducia personale soltanto se si vuole qualcosa di diverso rispetto allo scontro tra forze contrapposte, o al confronto tra persone su posizioni opposte. Questo è ciò che è possibile per l'operaio. Bisogna saper parlare all'operaio nella sua stessa lingua, in modo che lui capisca che non si conclude nulla a rivendicare sempre un aumento di salario, e che veda che c'è una volontà a volere andare finalmente in una nuova direzione, allora collabora, e lavora su questo. Non collabora, invece, se gli si fanno solo proposte di legge, ma vuole vedere che le persone al governo hanno veramente la volontà di muoversi in una certa direzione.
Questo è ciò che viene anche rimproverato all'attuale governo; si ha certamente la sensazione che esso voglia fare qualcosa, ma quello che poi fa, si muove tutto sugli stessi binari di sempre. Non emerge mai nulla di nuovo. Dall'altra parte, ovunque vi siano esseri umani, non si può veramente mettere in moto una macchina senza che qualcuno la guidi. La macchina dovrà avere un conducente se vuole muoversi. Non possiamo che dire a noi stessi: o cerchiamo di andare avanti, e di arrivare quanto più lontano possiamo, oppure andiamo verso il caos. La cosa non si può risolvere in altro modo.

Dott. Riebensam: Sono d'accordo su tutto. Capisco questa idea di mostrare anzitutto agli operai l'obiettivo, ma di non perseguirlo poi alla vecchia maniera. Ritengo possibile che Lei possa essere oggi testimone in quale stato di agitazione si trovino oggi gli operai di una fabbrica. Ma sarebbe forse possibile trovare il modo di ottenere una fruttuosa collaborazione con loro. Siamo pronti a tener conto delle esigenze degli operai, ma anche loro devono avere riguardo per il nostro punto di vista, se non si deve spegnere del tutto la fiducia nella possibilità di una comprensione reciproca. In qualche modo si deve trovare una via. Ma non è così facile. Quando gli operai si fanno avanti per creare consigli di fabbrica e noi diciamo loro, su, venite, ora ci mettiamo insieme e facciamo la cosa giusta, questo, in realtà, è un modello astratto; loro non vengono affatto incontro al nostro consiglio. Di recente ho assistito ad un'assemblea operaia, nella quale gli operai hanno preteso troppo. Hanno detto che non si deve affrontare la cosa con vedute ristrette; non avrebbe più senso produrre una qualsiasi regolamentazione; loro vogliono prendere decisioni in totale autonomia in futuro. Riconoscere ciò deve essere per me la base del mio agire futuro. Tuttavia, potrei anche immaginarmi un consiglio di fabbrica che si riunisse una volta alla settimana, e nel quale io potessi parlare di tutto il necessario, per prevenire l'insorgere di tensioni. Ma dobbiamo dire anche questo agli operai: Non possiamo costituire un consiglio di fabbrica da soli.

Rudolf Steiner: Vede, in queste cose è importante che non si prendano esperienze non sistematiche, ma, invece, si considerino quelle sistematiche. Abbiamo avuto un'intera serie di assemblee operaie, quasi su base quotidiana, perché non ci è stata data altra possibilità, e in queste occasioni si è evidenziata sempre la stessa cosa. Si poteva notare molto chiaramente che dal seno della classe operaia si è prodotto come una posizione estrema: se siamo da soli, come potremo farcela in futuro? Abbiamo bisogno di coloro che possono guidarci, di coloro che lavorano con la testa. Questa cosa non si crea per il solo fatto di ordinarla, ma soltanto per il fatto che si lavora concretamente con le persone. Per questo ho ritenuto importante – e Molt me ne sarà testimone –, quando lui venne con altri amici per realizzare la cosa, dirgli sin dall'inizio quanto segue: la prima cosa di cui c'è bisogno è di conquistarsi una sincera fiducia, ma non nel modo in cui lo si è fatto sinora, dicendo – io sono l'imprenditore e tu sei l'operaio –, ma parlando invece da uomo a uomo, in modo tale che l'operaio, a poco a poco, venga iniziato in concreto alla direzione dell'intera fabbrica, e si formi anche un'intuizione di quando la fabbrica smetta di essere economicamente sostenibile. Questo è qualcosa di imprescindibile, e pongo apertamente la domanda: dove è già accaduto? Dov'è che viene fatto così? Oggi si fa tanto al governo, quando singole commissioni si mettono insieme e riflettono su quale sia il modo migliore di fare questo o quello. In questo caso – perdonatemi la franchezza – è come volere imbrigliare il cavallo per la coda. È impossibile fare progressi in questo modo. Oggi è necessario creare un raccordo vivente tra coloro che lavorano con le mani, e coloro che sono in grado di comprendere quel lavoro. Molto più necessario che tenere sedute ministeriali è, invece, che singoli individui si rechino in mezzo al popolo a parlare con le persone. Questo è il terreno sul quale si deve partire all'inizio. Non ci si deve lasciare scoraggiare se non si ha successo la prima volta; lo si avrà certamente alla quarta o alla quinta volta. Pertanto, se si iniziasse almeno a fare qualcosa in ciò che oggi è la sfera realmente pratica, si potrebbe vedere che ne nasce qualcosa. Ma non si inizia nulla, ci si oppone a questo.

Emil Molt: Si è iniziato. Vorrei richiamare l'attenzione di coloro che si interessano di questo tema sul fatto che noi già da settimane abbiamo introdotto questo tipo di consigli di fabbrica. Seppure io sia consapevole del fatto che la cosa al momento è ancora fatta male, comunque si è mostrato con ciò che, mentre noi siamo qui a discutere su come ottenere la fiducia degli operai, questa fiducia, di fatto, è già stata ottenuta. E questo è accaduto, essenzialmente, perché abbiamo mirato a creare non tanto sigarette, quanto persone. Abbiamo utilizzato la fabbrica per fabbricare esseri umani. Fabbricare sigarette è solo un mezzo per raggiungere un fine. Abbiamo mirato a venire realmente in contatto con le persone, e a farlo durante l'orario di lavoro. Ci si deve proprio prendere questo tempo. É importante realizzare le cose dal basso verso l'alto. Se le cose altrove stanno nel modo che sappiamo ora è anche perché si sono appunto sprecate delle occasioni nelle ultime sei-otto settimane. Se si fosse cominciato prima ci saremmo risparmiati molti insuccessi.
Ora la situazione è questa: le persone che sono in fabbrica non vogliono solo lavorare, vogliono anche conoscere. Dobbiamo avere chiara questa cosa: quanto più si cede a questo impulso e non si ha timore di dirigere, in qualità di guida, questa corrente, per incanalarla nel modo giusto, tanto più questa forza si lascia anche utilizzare. Pertanto, non ci si dovrebbe astenere dal dire ad ogni industriale di trattare la propria fabbrica come un libro aperto, perché è così che la fiducia comincia a diventare una cosa pratica. Finché ci limitiamo a parlare di quello che dobbiamo fare, non otterremo la fiducia della gente. Dobbiamo garantire loro un'idea, e mostrare loro che non abbiamo più nulla da occultare. In passato l'industriale aveva di più da nascondere. Ora l'operaio può al massimo vedere che non si guadagna nulla. Soltanto quando arriva a capirlo lui stesso, allora potrà crederci – non lo crede certo perché glielo dice l'industriale. Quando la gente rivendica aumenti di salario, ha soltanto l'impulso a conoscere, vuole comprendere. Ma bisogna essere noi stessi le guide, e dare un'occhiata alla produzione, e allora si vedrà che la gente si occuperà di fare altre rivendicazioni rispetto a quelle salariali. Vi prego di accogliere il fatto che noi della Waldorf-Astoria non parliamo da teorici; abbiamo esperienza, abbiamo le prove di quanto diciamo.
Se anche finora non si sono realizzati tutti gli ideali, siamo comunque sulla buona strada. E le difficoltà che hanno altre fabbriche, noi non le avremo mai. Ieri ho parlato ad una gran numero di operai di un'altra fabbrica. Ho visto con quanto entusiasmo la gente accoglieva il mio racconto, non appena le cose venivano trattate da un ampio punto di vista. Oggi ho sentito dai miei operai che la notizia di questo raduno si è sparsa come un incendio tra gli operai. La gente comincia a capire che se fosse così ovunque la situazione sarebbe del tutto diversa. Da giorni abbiamo continuamente visite dai vari comitati operai di tutte le grandi fabbriche e ci dicono: – magari fosse così anche da noi!
C'è una grossa mancanza da parte della borghesia; se Lei parla con i nostri colleghi troverà ovunque paraocchi e ottusità.

Dott. Schmicker: Il disegno di legge del governo me lo ero già immaginato terribile, ma certamente non a questo livello; è qualcosa di veramente deforme. Se si analizza bene la cosa, si scopre che i legislatori a Berlino non conoscono la situazione; non sanno affatto di cosa si tratta. Ora vogliono abolire i comitati degli impiegati e degli operai, e creare al loro posto dei consigli di fabbrica di 40 – 80 persone, che però non hanno alcun potere.

Sig. Geyer: Tra i presenti non vi è nessuno che non sia colpito in modo positivo dalle proposte del Dott. Steiner. Ma devo confessare apertamente che ogni giorno mi faccio una domanda: perché quando crediamo di avere superato tutte le difficoltà, ci troviamo invece di fronte a nuovi problemi? Ci troviamo nel mezzo di una rivoluzione spirituale. Le persone ora si occupano sempre più dell'aspetto spirituale della struttura sociale, rispetto a quanto avveniva in passato, quando l'interesse dei singoli in generale era comunque diretto verso una rivoluzione economica.
Devo dire, però, che, a mio parere, questa rivoluzione non si muove nella direzione ideale. L'operaio e molti impiegati non sono affatto consapevoli di quale sia il reale nocciolo della situazione oggi. I loro interessi in qualità di consumatori li tengono imprigionati così saldamente nelle loro riflessioni, che non arrivano a dare valore anche alle persone che non lavorano con le mani. Ha ragione il Dott. Steiner quando dice che non si fa politica sociale dall'alto. Dobbiamo, invece, arrivare a far sì che le persone entrino in relazioni più strette tra loro. Ma, purtroppo, siamo così unilateralmente inseriti nella nostra cultura, nel nostro organismo statale e mondiale, che è necessario un ritorno alla cultura primordiale, allo stato originario – non nel senso spirituale, ma per quanto riguarda la relazione da essere umano a essere umano. Non vi è più una guida che stia al di sopra degli esseri umani. Tutti gli esseri umani dovrebbero entrare in relazione gli uni con gli altri, e formare piccole cerchie, simili a cristalli, che poi si unirebbero in unità via via più grandi. Questa costruzione di cristalli dovrebbe intensificarsi sempre più, fino ad arrivare alla sommità, dove si sarà concluso il processo che porta all'eliminazione dell'organismo statale. Credo che il Dott. Steiner si immagini il processo in questo modo, fino a che non si attui la tripartizione. Ma perché ciò accada, ci vorrà molto tempo, e si presenterà un problema: si costituiranno consigli, ma questi cambieranno molto spesso, come oggi anche le persone cambiano spesso il loro posto, e così si arriverà al caos. Non solo sorgeranno contrasti tra le piccole organizzazioni, ma anche scontri all'interno del ministero per la liquidazione dell'organismo statale. Questo può portare al crollo di tutta questa torre che deve essere costruita dal basso. Credo che la nostra istruzione popolare generale, quale presupposto per questa opera di riforma, non renda ancora possibile il potersi aprire ad una autentica fiducia reciproca tra esseri umani. Credo che si dovrebbe introdurre prima una educazione popolare generale, e tuttavia ammetto senz'altro che anche a questa opera di educazione popolare si opporrebbero degli ostacoli sia da sopra che da sotto. Colui che dovrebbe farsi educare, l'operaio, considera il datore di lavoro non solo come il nemico, ma come colui che spiritualmente gli è superiore, perché teme che costui lo debba convincere di qualcosa che possa andare contro i propri interessi. Questa esperienza la si fa spesso. Seppure Molt nella sua fabbrica abbia avuto buone esperienze con i consigli di fabbrica, io non credo che la cosa rimarrà sempre così. L'uomo è uomo, e per quello che lo conosco nei suoi diecimila anni di evoluzione, devo dire: l'uomo non è una mera creatura terrestre, ma piuttosto un essere che ad un certo punto della sua evoluzione raggiunge uno stadio nel quale si può dire: ora l'uomo è formato culturalmente in modo tale che la sua esistenza terrestre può diventare felice. Perché ciò accada deve, però, arrivare un uomo che disponga di forze spirituali sovrumane, per catturare le anime degli uomini.

Rudolf Steiner: Vorrei dire che tutto questo potrebbe essere usato, in realtà, per formulare una concezione sul valore dell'uomo. Ma per colui che pensa praticamente a cosa si può fare in questo tempo di caos, non si può certo trattare del fatto se l'uomo sia abbastanza formato culturalmente o se lo diventerà in futuro, ma soltanto del fatto di poter fare dell'uomo quello che di lui si può effettivamente fare. E soprattutto, se parliamo di organismo sociale, dovremmo abbandonare la concezione di una volta, per cui si voleva in qualche modo creare un organismo sociale felice, oppure portare la felicità agli uomini attraverso le istituzioni sociali. Nel caso di cambiamenti sociali non si tratta assolutamente di volere rendere gli uomini felici, ma del fatto di conoscere le condizioni di vita dell'organismo sociale, ossia, di creare un organismo sociale che sia capace di vivere. Il fatto che con l'educazione popolare per come è oggi non si possa progredire, ha portato, appunto, per gli impulsi della Tripartizione, a pretendere, per l'educazione popolare, la totale emancipazione da tutti gli altri arti dell'organismo sociale.
Ora, chi voglia conoscere veramente gli uomini, non può parlare di diecimila o di migliaia di anni di evoluzione, ma di ciò che veramente è ben visibile. Chi ripensa all'evoluzione dell'educazione popolare negli ultimi secoli – basta prendere gli ultimi tre o quattro secoli, se si vuole penetrare in ciò che sono i danni odierni –, può dirsi: attraverso la sempre più ampia statalizzazione dell'intera istruzione siamo arrivati a quella mancanza di cultura popolare che abbiamo oggi. Siamo arrivati al punto che, poco a poco, da parte dei nostri governanti, si sia creata un'istruzione che porta unicamente a concetti sbagliati. Pensate solo a come le classi dirigenti siano riuscite a spingere l'operaio al livello di una vita meramente economica. Perché i pezzetti di educazione popolare che Lei getta in pasto all'operaio, lui non li capisce. Io ho insegnato alla scuola serale per operai, e so cosa un operaio può capire, e cosa viene fatto in modo sbagliato. So che lui può capire soltanto qualcosa che non provenga dall'istruzione borghese, ma dalla generale essenza umana. Lei ha detto che l'operaio considera nemico chiunque sia superiore a lui spiritualmente. Naturalmente egli considera nemico chiunque rappresenti una vita spirituale che è legata alla struttura sociale di una casta e di una classe elitarie. Questo lui lo sente molto fortemente a livello istintivo. Appena si trova di fronte a quella vita spirituale che scaturisce dall'essere umano nella sua interezza, non può assolutamente più avvertire colui che gli è spiritualmente superiore come un nemico; questo è escluso; al contrario, egli realizza molto chiaramente che costui può essere il suo migliore amico. Dobbiamo trovare la possibilità di arrivare ad una istruzione popolare veramente sociale, attraverso l'emancipazione della vita spirituale. Allora non si dovrà temere un certo radicalismo. Si deve avere un'idea di come concetti, rappresentazioni, e l'intera essenza di ciò che oggi è la nostra istruzione, abbiano, per dirla in modo triviale, influenzato l'uomo.
Si è molto discusso dell'istituzione del liceo. Che cosa è, in fondo? Lo abbiamo istituito mettendo in scena una sorta di paradosso. Ciò che è vita spirituale è un tutt'uno. I greci hanno saputo estrarre vita spirituale da tutto, perché era, allo stesso tempo, la vita spirituale che si adattava alle condizioni di vita. Noi a scuola non insegniamo nulla di quello che è nel mondo, mentre quello che era nel mondo per i greci, nella nostra cultura è nell'immaginario. Da questo paradosso ora pretendiamo di volere offrire educazione popolare alle persone. Potremo, però, offrirgliela solo se oggi, in questo campo, torniamo del tutto verso noi stessi, se ci avviciniamo in qualità di uomini agli altri uomini. Non si deve tornare ad un teorico stato originario dell'umanità; qui interessa ciò che richiede il tempo presente. Oggi è necessario che impariamo veramente da tali cose. Quando ai miei studenti – e posso dire che erano davvero tanti –, ho insegnato quello che non potevo avere imparato da alcun ramo di una conoscenza o istruzione liceale, ma che doveva essere costruito ex novo, loro lo hanno imparato con zelo. Naturalmente, poiché loro assorbono anche il giudizio di coloro che sono istruiti, e che deriva, in realtà, dal sapere liceale, sapevano chiaramente che quella è una menzogna culturale; e di quella non vogliono imparare nulla, naturalmente. Non arriviamo alla possibilità di fare reali progressi, se non siamo in grado di prendere la prima radicale decisione di realizzare questa tripartizione, ossia, di strappare veramente la vita spirituale e quella economica dalla vita statale. Sono convinto che oggi moltissima gente dice di non capire questa tripartizione. Lo dicono proprio perché per loro essa è troppo radicale, perché non hanno il coraggio di mettersi a studiare la cosa in dettaglio e di realizzarla. Si tratta, in fondo, del fatto che non abbiamo a che fare con superuomini, ma con gli uomini per come sono realmente, e di dover fare con loro quello che si può effettivamente fare. Allora si potrà fare moltissimo, se non si parte da questo o quel pregiudizio. Si dovrebbe porre l'istruzione scolastica sulla propria base, e la si dovrebbe fare amministrare soltanto da coloro che ci stanno dentro. Ma la gente non riesce quasi a formarsi un'idea di ciò, mentre si tratta di qualcosa che, se uno se la vuole rappresentare, esiste già. Pertanto, l'istruzione scolastica deve essere anzitutto pensata come totalmente separata dall'organismo statale. È assolutamente escluso che si facciano progressi, se non ci risolviamo ad abbracciare questo pensiero radicale: portare fuori dal controllo statale la scuola, anzi, l'intera istruzione.

Dott. Riebensam: Voglio tornare al terreno concreto, a ciò che abbiamo come obiettivo. Vorrei parlare a titolo del tutto personale, e rispondere al signor Molt che ritengo la sua opinione qualcosa di irreale – sebbene egli ne abbia fatto esperienza nella sua fabbrica. Questa sua opinione si basa su esperienze fatte in una cerchia ristretta. Già venti anni fa, in una piccola fabbrica, io ho messo in pratica principi ai quali all'epoca non pensava nessuno. Ho mostrato apertamente ciò che facevo in fabbrica. Avevamo adottato il modello taylorista, che sembrava funzionare. Poi ho tentato di fare lo stesso in una fabbrica molto più grande, e gli operai hanno collaborato. Poi ho provato ad introdurre la stessa cosa qui, ed è mancata la fiducia. A causa di questa situazione, ho espresso i miei dubbi, e devo restare fedele a questa mia posizione. Torniamo indietro a quello che vogliamo. È stato chiesto: come dobbiamo iniziare? Provo a supporre: chiamiamo a raccolta gli operai con lo scopo di fondare consigli di fabbrica. Come lo facciamo? È possibile che Lei, Dott. Steiner, mi dica che potremmo affidare agli operai persino l'autogestione della fabbrica. Non sono ancora convinto che questo funzionerebbe. La prego di darmi un esempio concreto per la costituzione di un consiglio di fabbrica in una grande fabbrica.

Rudolf Steiner: Vorrei premettere che tutto ciò che oggi può essere fatto nel dettaglio all'interno di una fabbrica, può veramente solo essere una preparazione per quello che significa un consiglio di fabbrica. Vorrei, però, poiché il Dott. Riebensam è partito da una tale questione, dire appunto quanto segue: certamente, esperienze che vengono fatte in una cerchia così ristretta, quale quella che ci ha mostrato il signor Molt, non dovrebbero essere celebrate troppo presto come una vittoria. Ma non ci illudiamo: ciò che anzitutto attraverso queste esperienze può essere dimostrato, è che si può costruire fiducia in una cerchia ristretta. E questo è proprio quanto il signor Molt ha voluto anzitutto dire. Non si può trattare di una vittoria, perché, se si pensa in assoluto ad una socializzazione sistematica, una vittoria non si può raggiungere in una singola fabbrica. La vittoria di una singola fabbrica – se fosse solo lei a conseguirla –, anche se consistesse nell'innalzare il livello del tenore di vita dei suoi operai, potrebbe avvenire solo a spese della collettività.
La socializzazione non può assolutamente essere intrapresa da singole fabbriche. Voglio, infatti, richiamare la Sua attenzione su un fatto: cose che, in determinate circostanze, possono portare a qualcosa di salutare, sotto circostanze opposte finiscono col dimostrarsi forse il più grande danno. Dall'adozione del modello taylorista nel nostro attuale sistema economico io non mi posso aspettare proprio nient'altro che, attraverso una sua applicazione sempre più intensiva, si finisca con l'arrivare ad un tale aumento della produzione industriale, che un tale aumento in ogni modo ci renderà possibile arrivare ad una necessaria, o anche solo possibile, regolazione del prezzo per quei beni che non provengono dalla produzione industriale ma, ad esempio, dal settore agricolo.

Dott. Riebensam: Non volevo parlare in modo dettagliato del Taylorismo.

Rudolf Steiner: Volevo solo dire che questo sistema tayloristico, a volte, se usato in altre circostanze, potrebbe condurre a qualcosa di positivo; nel nostro attuale sistema, però, finirebbe solo con il peggiorare tutti gli svantaggi del sistema stesso.
Riguardo alla concreta domanda: come ci comportiamo rispetto ai consigli di fabbrica? – rispondo: non ci dimentichiamo che vogliamo andare incontro ad un'esigenza. Dobbiamo osservare le esigenze, e saper distinguere quelle essenziali da quelle non essenziali. Il sistema dei consigli oggi è, di fatto, una realtà, cioè, forse è presente in nuce, ma, chi osserva nel modo giusto le forze sociali che sono attive nel nostro organismo sociale lo capisce. Così è per quanto riguarda il concetto dei consigli di fabbrica anche in questo speciale caso: consigli di fabbrica, consigli per la circolazione dei beni, consigli economici si faranno valere da soli. Ora, abbiamo con ciò soltanto un presentimento da parte degli operai. Si tratta davvero soltanto del fatto che la costituzione sociale dei consigli di fabbrica deve nascere, e che per questo non si possono formulare principi generali. Infatti, si tratta del fatto di abituarsi poco a poco a rendere possibili delle iniziative, e tali iniziative Lei le avrà nel momento in cui esse verranno liberate. Non c'è bisogno di fare assolutamente nient'altro che rendere popolare il concetto dei consigli di fabbrica – e oggi molto dipende da questo. Allora sicuramente nelle più diverse concrete fabbriche, nel modo più diverso, si dovrà rispondere alla domanda: come realizziamo ciò? – Si può fare in una fabbrica in un modo, in altre fabbriche in modi diversi, a seconda degli obiettivi e delle persone. Dobbiamo arrivare alla possibilità che a partire dalle fabbriche venga costituito un sistema di consigli di fabbrica che operi tra le varie fabbriche. È lì che comincia anzitutto il lavoro dei consigli. La domanda, come realizzare ciò, andrebbe poi risolta diversamente nei singoli casi. Dobbiamo solo capire il concetto in generale, e poi realizzarlo nel singolo caso.
L'intero ritornello che abbiamo sentito qui oggi, per cui si è fatta l'esperienza di come non si riesca ad ottenere fiducia dalla classe operaia, è qualcosa rispetto a cui credo che, se lo si esaminasse a fondo in ogni singolo caso, si scoprirebbe che la cosa può essere affrontata anche in modo diverso. Anzitutto ci si dovrebbe mettere in relazione con la necessità di mettere la vita economica sulle proprie gambe. Pensate solo al fatto che, se si riuscisse a fare questo, l'economia sarebbe solo una questione di merci e della loro produzione, e allora non si avrebbe più a che fare con il salario. Certamente, questo non lo si può realizzare da oggi a domani. Ma questo l'operaio lo capisce, quando Lei glielo dice: non si può abolire il sistema dei salari da oggi a domani. Ma se vi è la tendenza ad abolire il sistema dei salari, e di collocare la forza lavoro dell'operaio nelle competenze dello Stato di diritto, in modo tale che ogni decisione al riguardo sia presa in quell'ambito – perché la questione dei salari non appartiene all'ambito della vita economica –, allora esisterebbe solo un contratto sulla ripartizione [di competenze] tra direzione e operai. Questa è una cosa concreta che deve essere realizzata per prima, e deve essere introdotta in ogni singola fabbrica; allora sì che si faranno progressi nei rapporti con le persone. Ma, purtroppo, non vi è la volontà di agire in tal senso. Non vi è, ad esempio, alcuna comprensione negli industriali riguardo al fatto che il sistema dei salari può venire sostituito con qualcos'altro. Si guarda questa come una conditio sine qua non della vita economica.

Dott. Riebensam: Secondo me, gli operai hanno certamente i consigli di fabbrica in mente, ma non tengono conto del principio fondamentale. Questo lo si dovrebbe mostrare loro. Lei lo sta facendo qui, tenendo conferenze.

Rudolf Steiner: Non per i capi degli operai, che pensano secondo i vecchi schemi, e pensano in modo borghese.

Dott. Riebensam: Certamente dobbiamo dire tutte queste cose agli operai, ma prima devo capirle io stesso, devo riuscire a pensare questi pensieri. Allora potrò anche cercare di parlare con gli operai e di influenzarli. Ma ora vorrei chiederLe se Lei conosce anche i consigli di fabbrica nelle altre fabbriche.

Rudolf Steiner: Io conosco soltanto il sistema di Molt, che è stato introdotto in base a questa idea dei consigli di fabbrica.

Emil Molt: Un bel giorno, poiché vedevamo che ve ne era il bisogno, chiamammo le persone, spiegammo loro gli obiettivi e i fini, e poi dicemmo loro: nei consigli di fabbrica possono entrare i più capaci, ma devono sapere che prima devono ancora imparare. Quelli che vi entrano devono imparare sin dal primo giorno, ma sotto una guida. Devono imparare ciò che è necessario per la direzione di una fabbrica. La fiducia poi arriva, le persone vedono che non è così facile dirigere una fabbrica, come anche la gente oggi riconosce che non è così facile creare un governo. La gente poi comprende che il direttore è il primo consiglio di fabbrica della sua impresa, poiché è il solo che conosce la fabbrica da cima a fondo. Poi si analizzano con le persone delle questioni fondamentali per far loro provare quali siano i fattori imponderabili.

Dott. Riebensam: Quante persone ha Lei nella Sua fabbrica?

Emil Molt: Settecento.

Dott. Riebensam: Con chi mi devo riunire per trattare?

Emil Molt: Verranno loro.

Dott. Carl Unger: Io potrei contribuire con alcune esperienze, anche se molto specifiche, poiché nel mio caso si tratta di metalmeccanici, che hanno una mentalità un po' diversa rispetto agli altri operai. Le mie esperienze consistono nel fatto che noi abbiamo creato un programma, che in sé e per sé non è realmente un programma, ma si tratta esclusivamente del fatto di elaborare i tratti essenziali di un consiglio di fabbrica, prima che venga il governo, perché altrimenti non se ne fa nulla. Lei ha detto che ritiene essenziale che il consiglio di fabbrica cerchi un collegamento con l'esterno, e si colleghi con altri consigli di fabbrica. Il presupposto per questo fu l'appello che circolava allora nella nostra fabbrica. Rispetto a tutte le possibili questioni che ora sono state trattate qui, si è sempre cercato il punto di vista della tripartizione. Ma nella nostra fabbrica siamo stati costretti a trattarle alla vecchia maniera – e questo, però, non appartiene all'ambito che qui viene trattato. L'intera questione dei consigli di fabbrica deve essere affrontata dal punto di vista giuridico. E va anche bene quando le persone si interessano alla tripartizione, perché in tal modo vengono istruite, e poi passano il loro sapere ad altri, perché l'idea della tripartizione è qualcosa che deve operare da uomo a uomo.

Dott. Fritz Elsas: Il Dott. Schmucker ha rivolto dapprima al Dott. Steiner la domanda su cosa farebbe lui se, in futuro, in base alla risoluzione degli operai, fosse chiamato al governo. Vorrei parlare del tutto a titolo personale, non dal punto di vista politico, perché da quel punto di vista ritengo questa richiesta non favorevole, perché non significherebbe altro che rivolgere la richiesta al governo e rinunciare a portare avanti la cosa da sé.
Un tale governo, senza sconfessare se stesso, non inviterà il rappresentante del pensiero dei tempi nuovi senza dimettersi. Poiché una tale azione non si potrebbe sostenere, e poiché un movimento così significativo non dovrebbe nascere con qualcosa che sin dall'inizio non ha successo, non ho mai dissimulato questi miei dubbi, e mi dispiace che una tale risoluzione sia stata presa in assoluto. Tuttavia, questo non ci dovrebbe impedire di discernere, a partire da questa richiesta sbagliata, ciò che invece è utile. Per quanto ne so, il Dott. Schmucker fa parte del Ministero del Lavoro. Durante e dopo la guerra abbiamo avuto ministri che prima non c'erano stati; questi sono segni che il vecchio stato burocratico, il vecchio stato servile, non ha imparato a dominare questa mostruosa economia che da 60 anni va formandosi, e che deve cercare altre forme, che noi lo si voglia o meno, poiché le vecchie forme ora, di fatto, hanno fatto fiasco. Gli stati hanno mostrato da se stessi che è impossibile che si fondino in questo modo su stati economici. Questo è il senso di tale catastrofe.
Ora, tutti i signori presenti, specialmente il sig. Riebensam, sono partiti dal presupposto che ci troviamo in una situazione terribilmente difficile, nella quale l'intero edificio rischia di crollare. Ci troviamo in uno stadio di transizione, e dobbiamo in un primo momento rimanere su un terreno che sia attuale, e che che possa essere affrontato subito. Non si tratta qui di questioni spirituali, ma economiche. Il sig. Molt ha conquistato la fiducia dei suoi operai; ma questi non appartengono alla struttura degli operai metalmeccanici. Questi, infatti – come abbiamo sentito dire –, sono già arrivati ad una posizione di nichilismo, che porta con sé i più forti pericoli per il Württemberg. Uno di questi pericoli, Dott. Riebensam, consiste nel fatto che Lei guarda la cosa troppo insistentemente dal punto di vista meramente industriale, mentre dimentica che la regione del Württemberg non ha solo gli 8000 operai Daimler, e i 5000 operai Bosch, ma anche agricoltori. E se arrivano quelli, allora scoppia la guerra civile. E cosa succederebbe poi, non lo so. Ci si presenta allora la domanda: se gli operai pretendono in maniera ingiustificata qualcosa di smodato, e non solo gli operai, ma anche gli impiegati, se si mettono tutti dal mero punto di vista di consumatori, cosa succederà? Dovremmo fare il tentativo di dire agli operai, nel senso della tripartizione, quanto segue: voi metalmeccanici – intere fabbriche –, unitevi ora, costituite un consorzio di produzione – che è qualcosa di totalmente nuovo –, portate con voi i beni della vostra fabbrica, la vostra forza lavoro, e nascerà una nuova organizzazione. Non voglio dire che ciò sia necessario, ma posso immaginare che l'operaio sarebbe d'accordo con l'eliminazione del salario quale equivalente del lavoro, senza che si debba prendere una decisione definitiva, perché un singolo Stato non può quasi eliminare il salario. Se ora queste fabbriche, che sono importanti nella regione del Württemberg, formassero un tale consorzio di produzione, e se attraverso una tale azione gli operai si calmassero nelle loro richieste, avremmo guadagnato tempo per l'attuazione delle idee del Dott. Steiner. Questa unione sarebbe una unione organizzata, che si esprime in una qualche forma giuridica. Questo, sig. Riebensam, nel suo caso potrebbe venire organizzato diversamente rispetto alle piccole fabbriche.
E ora veniamo all'altra domanda: un piccolo Stato, uno Stato di media grandezza come il Württemberg, che appartiene ad ad una regione economica separata, che dispone di propria moneta, potrebbe mai avere una struttura di questo tipo? E potranno tali consorzi ricevere merci dall'estero? Il pericolo consiste nel fatto che gli Stati esteri, che al momento sono Stati basati sul capitale molto più grandi e forti rispetto alla Germania, possano decidere di non entrare in relazioni economiche con una tale struttura. Ma non siamo in grado di mantenerci da soli. Pertanto, dobbiamo vagliare la domanda: Da dove iniziamo a costruire tali organizzazioni?

Rudolf Steiner: Ci porterebbe forse troppo lontano andare a fondo nei dettagli di quanto è stato riassunto prima, e, dunque, preferisco rispondere alle domande. Non potrebbe ancora valere come speciale realizzazione di ciò che si intende per tripartizione, se anche tutti i metalmeccanici del Württemberg fossero trattati nel modo che Lei dice, sebbene formalmente la cosa sarebbe assolutamente realizzabile. Ma, quando parlo della tripartizione, devo sottolineare espressamente che io vedrei una unilaterale disarticolazione della sfera spirituale da quella statale come l'opposto di quanto si cerca di realizzare, poiché ritengo una bi-articolazione tanto dannosa, quanto invece sarebbe necessaria una tripartizione. Se, attraverso tutto questo, fosse disarticolato anche solo un singolo ramo economico, non la riterrei assolutamente una cosa che accada nel senso della tripartizione. Tuttavia, in un organismo sociale che operasse secondo i principi della tripartizione, potrebbe anche verificarsi formalmente una cosa simile. Ora, si potrebbe anche fare una prova fondamentale su campione, se si potesse guardare a tali cose.
In dettaglio, vorrei solo notare che l'eliminazione del salario, se la si pensa in modo coerente, non conduce affatto all'idea che un singolo Stato non possa abolire il salario, perché, in uno Stato che abolisse il salario, il rapporto dell'economia con l'intero mondo economico esterno non avrebbe affatto bisogno di cambiare. Se dentro di sé l'operaio arriva a percepire il suo salario nel senso del liberalismo economico, oppure se ci arriva in altra forma, ad esempio come reddito su ciò che produce, cosa per la quale lui è già socio con l'imprenditore, questo non cambia nulla rispetto al resto delle relazioni economiche verso l'esterno. Non è dunque giusto che un singolo Stato non possa abolire il salario. Ma altrettanto poco si può sostenere l'opinione che un piccolo o grande Stato non possano realizzare questa cosa da sé. Al contrario: in uno Stato piccolo o grande non potrete certamente socializzare le imprese, nel senso in cui i vecchi socialisti hanno pensato ciò. Sono assolutamente convinto che socializzare nel senso di quello che intendevano i vecchi socialisti non può condurre a niente altro che ad un assoluto isolamento e restringimento di un singolo distretto economico. Se si traggono le estreme conseguenze dal vecchio tipo di socializzazione, allora, in fondo, un singolo distretto economico non è nient'altro che ciò che viene controllato da un singolo libro mastro. Con ciò non potrete mai pervenire ad una bilancia commerciale positiva, ma solo ad un graduale, totale deprezzamento del denaro. Allora tanto vale abolire il denaro. E allora finisce del tutto la possibilità di una relazione esterna.
Pertanto, tutte queste cose sono state la base per pensare a questa tripartizione, perché questa offre l'unica possibilità che ogni singolo ambito, da quello economico, a quello del diritto, e a quello della cultura, possa realizzare la cosa. Le relazioni verso l'esterno non cambieranno in nessun altro modo che quello per cui non sarà possibile che, ad esempio, delle misure politiche possano interferire con l'economia. La sfera economica farà economia verso l'esterno, e non accadranno più cose come quelle che hanno portato, ad esempio, nel problema della ferrovia di Bagdad, a intersecare tutti e tre gli interessi in un groviglio tale che, alla fine, il problema della ferrovia di Bagdad è diventato una delle più importanti cause di guerra. Lì potete vedere questi tre elementi intrecciati insieme.
Vi faccio notare ancora una volta che la tripartizione è pensata al di fuori della politica, ed è pensata proprio per offrire la possibilità di condurre la vita economica al di là dei confini della politica, secondo punti di vista meramente economici, in modo tale che la vita politica non ostacoli mai quella economica. Questo significa che vi sarebbero dei danni in quei settori che non realizzano la tripartizione, ma non vi sarebbe dapprima, per la vita economica così separata da quella politica, alcun vero motivo per il quale l'estero non dovrebbe cercare relazioni commerciali con questa, se comunque l'aspetto economico fosse redditizio per l'estero. Da questo soltanto dipenderà, anche se un settore economico non è indipendente, se sarà spinto solo dall'elemento politico; perché tutte queste cose che interessano l'estero non sono toccate dalla tripartizione.
Oggi c'è la grande preoccupazione: poniamo un caso concreto. Supponiamo che la Baviera ora realizzasse una socializzazione; allora, con una tale socializzazione pensata come burocratico-centralizzata, verrebbero rese impossibili, o minate, un'intera serie di libere relazioni tra fabbriche bavaresi e industrie estere. Al contrario, con la tripartizione la forza lavoro viene estratta dalla sfera economica, il che dà all'operaio la possibilità di porsi nei confronti del datore di lavoro come libero socio. Con questo, però, l'operaio arriva a poter partecipare a quanto si verifica all'interno della sfera economica, quando non si confonde più con tutte le altre. Oggi, in realtà, non si hanno più prezzi oggettivi, ma si ha il rapporto salariale nella vita economica. Se eliminate questo, avrete, da una parte, eliminato anche le agitazioni operaie. E poi, dall'altra parte, dovrete eliminare anche il rapporto con il capitale, attraverso il fatto che vi sia un organismo culturale che si debba sempre occupare di garantire le competenze di coloro che devono essere preposti a guidare le imprese. In questo modo avrete eliminato le due principali pietre di inciampo dalla vita economica, e non avrete toccato per nulla ciò che si verifica nel traffico economico con l'estero. Pertanto, non vi è alcun motivo per cui l'estero debba comportarsi in modo sfavorevole, perché non ci perde nulla, ma può continuare a svolgere la vita economica esattamente come prima.
Questo nuovo ordinamento, attraverso l'istituzione dei consigli di fabbrica, è pensato proprio dal punto di vista della vita economica. Quando si pensa alla Germania, c'è una schiera infinita di sottili fili che la collegano con l'estero, e che si organizzerebbero di colpo in tutte le imprese.
Di fatto non si può fare altro che effettuare una riorganizzazione nella vita sociale, che renda possibile che in futuro effettivamente le merci si regolino da sole, in modo tale che vi sia poi un indice più preciso, in base al quale le merci possano raggrupparsi a seconda del loro valore. Con ciò viene creata la possibilità che, ciò che il singolo produce, abbia il valore che devono avere tutti i prodotti di cui lui ha bisogno per organizzare la sua vita. Nel nostro organismo basato sulla divisione del lavoro, ogni socializzazione dovrà mirare a che ciò che il singolo produce nel corso dell'anno, sia equivalente a ciò di cui egli ha bisogno per il suo sostentamento. Se buttiamo via il rapporto salariale e con il capitale, allora otteniamo il puro rapporto con la merce. Tuttavia, questo è qualcosa che ci si deve decidere a pensare fino in fondo. Se lo si fa, si scoprirà che è una cosa del tutto facile.

Dott. Elsas: Non sono contrario a che l'organismo culturale si amministri da sé; dico solo che ci vorrà parecchio tempo, e che non è urgente.

Rudolf Steiner: Invece è urgente, proprio perché abbiamo la necessità di creare una base per l'educazione di lavoratori per la sfera culturale, che con la vita culturale statale attuale non riusciamo a produrre. Questo è ciò che oggi è spaventoso: il fatto che la nostra vita culturale bollata dallo Stato stia del tutto lontana dalla vita realmente pratica. Persino nelle scuole superiori le persone vengono educate in modo tale che non riescono ad inserirsi nella vita pratica – vengono formati non praticamente, ma solo attraverso la teoria. E, dunque, io immagino la scuola nel futuro organizzata in modo tale che colui che è un pratico, che lavora in fabbrica, in azienda, sarà particolarmente adatto come insegnante, ed eventualmente, questi insegnanti potranno alternarsi tra scuola e fabbrica.

Dott. Stadler: Io sono arrivato qui per caso oggi, e vorrei permettermi di esprimere la mia opinione in quanto ospite. Ciò che voi fate qui, al momento viene fatto anche in molti posti in Germania e in tutti i possibili angoli in modo simile. Ciò che io sperimento a Berlino, al momento, è un incredibile confronto culturale del popolo tedesco con i problemi della rivoluzione. A Berlino esistono un'infinità di circoli, organizzazioni, associazioni, gruppi sciolti, che si ritrovano in modo simile a come state facendo voi stasera per parlare di questa cosa.
In Germania viviamo non solo il collasso politico ed economico, ma anche la dissoluzione culturale del vecchio sistema. E in questo collasso il popolo tedesco è ancora una volta arrivato al punto da cercare di intraprendere un suo cammino indipendente. I pratici fanno difficoltà ai teorici, e sfidano i loro obiettivi con le loro domande pratiche. E hanno anche ragione, perché vivono nella prassi. La difficoltà consiste assolutamente nel fatto che in tutta la Germania vengono fissati obiettivi di lungo termine, per la cui realizzazione sarebbero necessarie una o due generazioni di lavoro, mentre ora noi ci troviamo nel mezzo del collasso. Io, a differenza di Rudolf Steiner e di altri, constato che il sig. Steiner ha avuto un'idea con la quale la gran parte dei presenti sentono di potersi dire d'accordo, ma della quale i pratici puri non possono essere soddisfatti – dico i pratici, perché l'uno, il sig. Schmucker, è un alto funzionario statale, e l'altro, il sig. Riebensam, è un imprenditore di punta –, perché si devono chiedere: Come sarà il cammino domani, perché così non andiamo avanti? La soluzione non potrà essere trovata facilmente. Essa è così straordinariamente complicata, che si rimane nell'irrealtà con un sistema di pensiero, e questo non serve più per risolvere questioni concrete. Tutti questi programmi di azione cozzano continuamente contro questa o quella resistenza da parte di industriali, politici e giuristi. La fortuna è che in Germania almeno viene cercata e pensata una soluzione, cosa che invece non accade in Russia, dove, durante tutto il tempo della rivoluzione, non si è pensato. Per questo la Russia al momento è, di fatto, in decadenza – sia dal punto di vista statale che economico. Temo che anche a noi in Germania succederà lo stesso, nonostante i molti tentativi culturali, perché il corso delle cose ci rende impossibile di arrivare in tempo ad una sintesi politica. Ci sono, infatti, dei teorici che si attaccano ad un qualche sistema, mentre vi sono pratici che frenano. La cosa si può sbloccare solo con la forza, perché tra questi due estremi la politica tedesca può solo andare alla deriva e lasciare che accada di tutto. I nostri politici di partito non hanno alcuna idea del piano spirituale. Ho l'onore di conoscere personalmente importanti funzionari statali. E dalla loro conoscenza ho tratto la triste convinzione che costoro non abbiano alcuna idea in loro dello spirito del tempo, che non portino in loro nessuna fede nel futuro, e che pensino soltanto a barcamenarsi per come possono dall'oggi al domani. Dovrebbero, però, pensare, se non esistano possibilità di mettere in collegamento il più velocemente possibile ciò che qui viene tentato, con simili sforzi che vengono fatti in tutta la Germania, per non sentirsi troppo isolati. Sarebbe opportuno che voi foste coscienti del fatto che la Germania non è quel piccolo circolo di persone che sono qui raccolte al momento. Se non ci riesce di costruire una falange, questo tentativo sarà condannato all'insuccesso, perché può essere solo un tentativo a livello locale.
Non si può organizzare qualcosa nel Württemberg, o tentare di implementarvi la tripartizione, se tutto il resto della Germania va al diavolo. Non potete introdurre consigli di fabbrica, se tutta la politica non vi sostiene in questo. O vi unite in un movimento di rinnovamento spirituale, e rinunciate ad entrare in questioni di Realpolitik quotidiane – ma allora dovrete aspettarvi decadenza e caos -, oppure non volete soltanto perseguire un rinnovamento, ma anche, allo stesso tempo, agire in modo pratico, concretamente politico, per oggi e per il futuro, e allora dovrete formare una falange composta da tutte le forze del popolo tedesco che puntano nella stessa direzione, e strappare concessioni alle realtà della vita. Dovrete, ad esempio, cominciare ad elaborare un sistema molto concreto di consigli di fabbrica, e a fare concrete proposte di politica estera. Scusatemi, se, in qualità di osservatore, mi permetto di criticare, ma lo faccio per il vostro bene, e per quello del popolo tedesco, il cui sostentamento mi sta a cuore.

Sig. Jaeger: Sarò breve. In questa discussione ho avuto l'impressione che vi sia una tendenza abbastanza generale a porsi la domanda: come percorriamo anzitutto praticamente il cammino che porta alla meta che il Dott. Steiner ci prospetta? Questa domanda riguarda noi tutti. Se ora la creazione dei consigli di fabbrica, come la esige il Dott. Steiner, risulta così difficile, non dobbiamo, però, dimenticare che essa rappresenta soltanto un primo piccolissimo inizio. Per dare forma alla vita economica, abbiamo bisogno non solo di consigli di fabbrica per le aziende, ma anche proprio di un sistema di consigli. Ma quando oggi ne parliamo, dobbiamo, però, avere ben chiaro il fatto che ancora non esiste nessun sistema di consigli, perché ciò che da noi finora è stato messo in pratica dei consigli, non è appunto ancora un vero sistema; si tratta, in realtà, di mancanza di un sistema. Dovremmo anzitutto discutere singole questioni e sforzarci già ora di iniziare a creare questi consigli.
E ora una domanda concreta: il rappresentante della Daimler ha parlato moltissimo del consiglio di fabbrica che si tiene da loro, e delle relazioni con gli operai. Il Dott. Riebensam ha posto la domanda su come dovrebbe procedere per potere venire in contatto con gli operai nel modo giusto e conquistare la loro fiducia.
Credo che quando si vuole raggiungere un grande obiettivo, si debba prima guardare nel piccolo, facendo, come il sig. Molt, un passo pratico. E, dunque, vorrei chiedere: non è possibile che il Dott. Steiner insieme ai signori che hanno dato questo impulso, si impegni in prima persona a livello pratico con gli operai della Daimler, per perseguire, una volta raggiunto questo, anche altri obiettivi? Non abbiamo solo bisogno della fiducia degli operai, ma anche che ci vengano incontro gli industriali, i dirigenti delle imprese, che si pongono in un primo momento in maniera ostile rispetto a queste cose.

Rudolf Steiner: A questa domanda si può rispondere, solo se si potesse fare realmente questo tentativo pratico – e certamente potrebbe essere fatto –, ma vorrei pensare che si dovrebbe essere anzitutto inseriti nella fabbrica della Daimler.

Un partecipante alla discussione: Anche se si è dentro la fabbrica, manca comunque la fiducia, questa è la difficoltà. I padroni delle fabbriche hanno difficoltà ad ottenere fiducia. Coloro che sono eletti dagli operai vengono a loro volta osteggiati non appena si mostrano d'accordo con la direzione. Si tratta di parlare agli operai con chiarezza, dicendo loro: con questa tripartizione possiamo raggiungere degli obiettivi pratici; vogliamo solo essere membro di collegamento per farvi riunire, e per mostravi la via.

Rudolf Steiner: Questo si può realizzare soltanto se si inducesse la classe operaia alla comprensione di uno scopo comune che potesse realizzarsi al di fuori delle mura della singola fabbrica implicata. Se si volesse andare avanti – e se, attraverso ciò, la cosa avesse un fine; dovrebbe, infatti, essere possibile condurre gli operai verso questa meta –, allora si dovrebbe cercare di realizzare qualcosa anche in prima persona. Questo condurrebbe soltanto ad essere sbattuti fuori dalla direzione della Daimler. Mi è stato detto che sarebbe certamente sommamente strano se io riuscissi a conquistare la fiducia degli operai, e io lo farei, in realtà, in modo del tutto diverso da come si fa in genere. Questo mio modo diverso si basa sul fatto che io, fondamentalmente, non prometto nulla agli operai, ma chiarisco loro soltanto i fatti e cose simili. Questa è la grossa differenza: di fatto, io non prometto niente – e posso agire in questo modo fino a tal punto, e fare veramente anche con gli operai della Daimler, quello che faccio ora –, non posso promettere nulla, perché so certamente che, se faccio promesse, vengo cacciato dalla direzione dell'azienda. Non dobbiamo dimenticare che non stiamo trattando di vaghe astrazioni quali “tutta la Germania”, oppure, “ciò che crolla”, ma si tratta, invece, del fatto che venga compreso il singolo punto della questione, e che si lavori a partire da questo. Se venisse ora risvegliata in un singolo punto una vera comprensione per le richieste contenute nella condizioni davvero reali, e nel loro soddisfacimento, allora non emergerebbe continuamente il pregiudizio secondo il quale: questo è qualcosa di generalmente idealistico, e non ha nulla a che fare con la prassi. Se si facesse lo sforzo di studiare l'impulso, in realtà, pratico, non questo pensiero, ma questo principio di vita, allora faremmo dei progressi. Ciò che oggi ci danneggia è il fatto che si prenda da ogni parte possibile come mero sistema di pensiero il cosiddetto sistema, che non è affatto un sistema, ma qualcosa di diverso, che poggia sulla vita reale. Non posso fare nient'altro che ciò che è fondato su condizioni reali. Su queste, però, oggi sarebbe certamente fondato il giusto impulso ad ottenere il favore dell'intera classe operaia della Daimler. Il passo seguente dovrebbe, però, essere quello di arrivare a qualcosa in collaborazione con la direzione della fabbrica. Questa, però, ti caccerebbe via a pedate. E ciò rende impossibile realizzare qualcosa a colui che è al di fuori della fabbrica. È importante che noi lavoriamo a rendere realmente comprensibili queste cose. Allora si faranno progressi. Non credo, però, che potremo andare avanti a forza di mere astrazioni. Astrazione è anche quando si dice che si dovrebbe fare il tentativo pratico, mentre, in realtà, non vi è il terreno pratico per poterlo fare.

Sig. Jaeger: Devo insistere sul fatto che, quando viene ottenuta la fiducia degli operai, la direzione non caccerebbe via a pedate la persona che ha operato in tal senso, ma, se questa persona ha ottenuto la fiducia degli operai, allora le sue proposte verrebbero accolte da entrambe le parti. Non si tratta qui di promesse, ma soltanto del fatto che il consiglio di fabbrica raggiunga un consenso con la direzione, e un accordo tra direzione e operai.

Rudolf Steiner: Tutto questo è senza speranza, se non vi è comprensione per quello che realmente è la tripartizione. Questa comprensione oggi la trovate, di regola, negli operai, perché queste persone non si attaccano a qualcosa che proviene da vecchie condizioni di vita, ma non possiedono nient'altro che se stessi e la loro forza lavoro. Tuttavia, questa comprensione oggi manca ancora negli altri, i quali saranno forse costretti soltanto dal trovarsi in forte difficoltà, a lasciare andare ciò che si fonda solo sull'attaccamento a vecchie condizioni di vita. Oggi, di fatto, trovate un'ampia comprensione della tripartizione tra gli operai, seppure i capi del movimento operaio non possano assolutamente pensare nel senso di un pensiero progressista, ma, in fondo, pensino in modo molto più borghese dei borghesi stessi.
Quando la gente dice, sì, queste cose non si possono capire, sono troppo strane, questo deriva dal fatto che le persone hanno dimenticato come si impara una cosa a partire dalla vita stessa. Nelle cose che riguardano la vita, le persone devono rispondere con esperienze tratte dalla vita. Oggi rispondono, invece, soltanto con ciò che hanno imparato da giudizi e concetti di partito. Se, però, qualcuno non porta nulla di tutto questo, ma porta, invece, ciò che proviene dall'intera gamma della vita, allora si dice: non è pratico, non risponde a singole domande; si vorrebbe piuttosto una risposta a singole domande concrete. I miei “Punti essenziali della questione sociale” non sono stati scritti per trasferire la questione sociale su un piano teorico o filosofico, ma per potere iniziare ad agire da un qualche punto. Se si comincia, si constaterà che si andrà anche avanti.

Sig. Riebensam: Non penso che sarei io a cacciar via a pedate il Dott. Steiner – io sono importante, ma la direzione commerciale ha anche il suo peso –, ma, probabilmente sarebbe magari l'attuale comitato operaio a cacciare il Dott. Steiner. Sembra che io, con i miei reali dubbi, abbia voluto contrastare le idee del Dott. Steiner. Questi non sono stati il fine né l'intenzione del mio intervento. Volevo solo discutere qui l'intera questione. La mia opinione è che noi oggi abbiamo bisogno di una qualche via per evitare il più possibile uno scontro con la classe operaia. Ora, è un fatto che il Dott. Steiner oggi abbia conquistato la fiducia di una gran parte degli operai. E questo a Stoccarda dovrebbe bastare per fare ulteriori passi avanti. Con ciò potrebbe anche essere aperta la via che conduce avanti per un po' forse senza scontro. La classe operaia è pronta a collaborare, persino con i direttori della fabbrica. Sarebbe un vero errore, se non si seguisse una tale via. Questa è la mia personale opinione.

Sig. Reitz: Come si fa a fare questo?

Emil Molt: È appunto per rispondere a questa domanda che ci siamo riuniti qui. Dopo che il Dott. Riebensam ha parlato in maniera significativa, dopo che è stata chiaramente indicata la via su come possano due classi di persone ritrovarsi in un'unica umanità, dopo che qui sono state mostrate queste chiare vie, spetta ora ad ogni singolo iniziare ad intraprendere concretamente il cammino. La fine di tutte queste cose risiede sempre nel parlare troppo e non fare nulla. Il Dott. Stadler ha ragione: se ci si limita a riunirsi e a discutere, senza passare all'azione, allora il tempo vola a tal punto che gli eventi ci scavalcano. Abbiamo tutti l'opinione che tra tre o quattro settimane arriverà il grande crollo, e allora dovremo essere pronti ad agire, per realizzare il nuovo. A questo scopo abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, cosicché i pensieri possano essere tradotti in azione anche nella vita quotidiana, ogni ora e ogni minuto. Pertanto vi preghiamo caldamente, nell'interesse del popolo, dell'umanità, non soltanto a chiedere cosa il Dott. Steiner pensi di tutto questo, ma che ognuno di voi abbia del tutto chiaro il fatto che la via da percorrere è indicata in se stessi, e che ognuno non debba fare altro che percorrerla. Al non percorrere questa via si deve il fatto che la vecchia Germania andò distrutta, e che andrà distrutta la Germania attuale. Credo che, quando stasera torneremo a casa, dovremo farlo avendo preso la ferma decisione di passare dalle mere riflessioni all'azione, anche se non potrà essere perfetta – ma un'azione imperfetta è sempre meglio che un pensiero molto intelligente, con il quale, però, rimaniamo pur sempre alla superficie, e non trasformiamo le cose nella realtà, perché proprio della trasformazione delle cose si tratta oggi.
Forse c'è ancora il bisogno di esprimersi sulla parte culturale dei problemi. Per questo vorremmo creare presto l'occasione; forse singoli ambiti culturali potrebbero essere elaborati separatamente oppure in comune. Su questo avrei voluto sentire volentieri la vostra opinione, in modo tale che andiamo a casa con un risultato.

Sig. Weiss: Sono molto d'accordo sul fatto che continui uno scambio di idee in questo senso. Ma troverei più opportuno che i singoli ambiti culturali venissero elaborati non separatamente. Per noi che non siamo imprenditori, né operai, è importante addentrarci in ogni singola questione. Si dovrebbe offrire la possibilità di elaborare ogni questione insieme alle altre, anche a costo che si diradino le nostre fila. Non dovremmo solo parlare, ma anche cercare di agire attraverso la stampa. Dovremmo avere un comitato stampa messo insieme in maniera del tutto non vincolante, che prenda posizione nei diversi organi di partito, e non per aizzare la polemica. Inoltre, uno speciale organo della Lega per la Tripartizione dovrebbe essere pronto a verificare i manoscritti, prima che siano spediti alla redazione competente, affinché non si complichi l'ulteriore sviluppo degli eventi. Naturalmente la Lega per la Tripartizione non deve limitare la libera espressione delle idee, ma dobbiamo creare qualcosa di simile; ognuno di noi dovrà utilizzare le sue relazioni con la stampa per prendere posizione nelle singole questioni, ma gli articoli dovrebbero essere spediti in anticipo, affinché possiamo procedere in modo concentrico.

Emil Molt: È proprio quello che stiamo cercando di fare; in realtà, dovremmo prendere posizione ogni giorno.

Un partecipante alla discussione: Oggi siamo venuti qui per uno scambio di idee. Sarebbe auspicabile se un gruppo di industriali, quali rappresentanti dei padroni delle fabbriche, di dirigenti d'azienda e di impiegati, quali rappresentanti dei comitati di impiegati, si riunissero per confrontarsi su questa cosa.

Emil Molt: Questo, secondo me, si dovrebbe davvero provare a fare. Sarebbe il primo passo verso la preparazione di un consiglio di fabbrica funzionante.

Dott. Riebensam: Penso che la via debba essere un po' diversa. I vostri consigli di fabbrica dovrebbero invitare i nostri comitati operai.

Emil Molt: Si possono fare entrambe le cose. Gli operai dovrebbero vedere che l'iniziativa nasce dagli imprenditori.

Dott. Riebensam: No, l'iniziativa dovrebbe partire dai comitati operai, non dagli imprenditori.

Emil Molt: Ma altrimenti gli imprenditori non verrebbero; ma è meglio se di questo parliamo dopo.

Un partecipante alla discussione: Non si potrebbe, per così dire, impartire delle direttive, affinché gli imprenditori abbiano delle indicazioni? In tal modo le direzioni delle grandi fabbriche potrebbero elaborare la cosa e parlarne con i comitati operai. Questo, forse, sarebbe un modo per abbreviare l'intera questione.

Alla domanda se il giovedì successivo ci si volesse riunire di nuovo, viene deciso di riunirsi appunto di nuovo in quel giorno alle 7 della sera.


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1. Premessa dei curatori3. Seconda conferenza
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Note:

[1] Si è reso con una interpretazione di buon senso un originale non chiaro, letteralmente: "nel momento in cui una qualsiasi somma affine di mezzi di produzione abbia concluso il suo ciclo". N.d.C.