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OO 330 - Nuova struttura dell'organismo sociale



Vie per uscire dalla crisi sociale e dirigersi verso un obiettivo pratico
conferenza pubblica

IndietroAvanti

Stoccarda, 3 maggio 1919


Nell'attuale situazione, tanto grave per una grande parte dell'umanità, specialmente dell'umanità centro-europea, sarebbe fatale cercare di rimediare ai gravi danni sociali di svariato genere con mezzi gretti e meschini. Al giorno d'oggi è necessario elevarsi a impulsi di vasta portata, forti e potenti, che siano fondati su una reale conoscenza di ciò che ci ha trascinati nel disordine, nel caos, ed è necessario posare lo sguardo spregiudicatamente, sinceramente e onestamente su quello che realmente c'è e dal quale vogliamo venire fuori. È appunto con pensieri di questo tipo che è stata iniziata la redazione di quell'appello per la tripartizione dell'organismo sociale che conoscete e del quale parlerò anche oggi. Diciamo che si può sempre accennare soltanto da un punto di vista o da un altro alla necessità di quel che vien detto in questo appello e, un po' più nel dettaglio, ma proprio solo un po' più in dettaglio, nel mio libro I punti essenziali della questione sociale nelle necessità della vita del presente e del futuro. E sarebbero necessarie molte conferenze, se si volesse anche solo accennare a quel che sta alla base degli impulsi che hanno portato a redigere questo appello[1].

Perciò devo proprio pregarvi di considerare quello che posso dire in una sola singola conferenza come, in un certo senso, qualcosa che non può che essere un semplice frammento di tutto ciò che porta realmente a comprendere la volontà sociale intesa nell'appello. Prima di tutto, però, oggi vorrei accennare al fatto che, osservando correttamente e senza pregiudizi come mai la la situazione internazionale è giunta alla terribile catastrofe degli ultimi anni, si deve giungere a questo appello. La situazione della politica estera e della politica interna (parlando dal punto di vista della Germania) sembrano portare necessariamente agli impulsi dei quali qui si tratta. Questo appello, nei suoi pensieri fondamentali, parte proprio dal fatto che la terribile situazione nella quale siamo finiti deriva in sostanza dal fatto che l'evoluzione dell'epoca moderna che ha provocato una mescolanza, un miscuglio di tre settori della vita che, da adesso in poi, devono svilupparsi in modo autonomo, cioè dei tre settori della vita della vita spirituale, della vita politica o giuridica o statale vera e propria e della vita economica. Nello Stato unitario, che come ipnotizzando l'umanità, è stato visto sempre più come una panacea dell'ordinamento sociale, sono state fuse assieme tutte le forze di questi tre settori della vita. Al giorno d'oggi, per risanare il nostro organismo sociale raggiungendo un obiettivo realmente pratico, bisogna rendere autonomi questi tre settori della vita. Questo, diciamo, è, in forma astratta, l'impulso di fondo che sta alla base di questo appello.

Volendo capire, da uno dei tanti punti di vista che vengono presi in considerazione, che cosa, di fatto, ha spinto l'umanità centro-europea verso la spaventosa, terribile catastrofe attuale, dobbiamo, in un certo senso, guardare a sinistra e a destra. La Germania, il popolo tedesco, era coinvolto nella guerra ad ovest e ad est, e si può proprio dire: anche per capire la situazione in cui ci troviamo adesso in Europa centrale dobbiamo tener conto della situazione dell'occidente e dell'oriente nella loro azione reciproca. Ad occidente, volendo considerare per prima cosa la crisi sociale, si noterà come proprio nei Paesi occidentali, in quei Paesi con i quali la guerra è stata combattuta più a lungo, nell'evoluzione storica dell'epoca moderna c'è stata un'evidente fusione della vita economica con la vita politica, tanto che, dagli istinti di popolo precisamente della popolazione di lingua inglese, direi, in queste regioni della Terra è nata prima di tutto, come in modo elementare naturale, una ricerca dello Stato sotto i punti di vista specifici della vita economica. Lì, tutto ciò che è politico è stato compenetrato dall'elemento economico. Le leggi economiche qui sono diventate leggi politiche. Così, volgendo lo sguardo a ovest, vediamo la fusione della vita politica con quella economica. Inizialmente vediamo invece la fusione della vita politica con la vita culturale nella forma delle culture popolari nazionalistiche e della loro vita spirituale che deriva appunto da questo elemento nazionalistico. Volgendoci a est, vediamo la fusione della vita spirituale con la vita politica. Tutto (qui lo si può soltanto accennare, lo documenta proprio uno studio approfondito, profondo, della situazione europea e americana) tutto mostra che le situazioni esplosive che a poco a poco si sono accumulate fra l'Europa centrale e l'Occidente si possono capire soltanto tenendo conto del conflitto sorto nell'Occidente stesso fra la vita economica e la vita statale per il fatto che la vita economica e quella statale, ma con particolare sopravvento della vita economica, erano fuse in modo caotico. In Oriente le situazioni esplosive si accumulavano attraverso la fusione delle singole culture spirituali delle comunità nazionali con la vita politica dello Stato. Noi eravamo posti nell'evoluzione dell'epoca moderna in mezzo a quello che si accumulava qui.

A tutt'oggi abbiamo mancato di imparare quello che è il nostro compito in questo essere incastrati fra Occidente e Oriente. La terribile catastrofe bellica derivata da questi due impulsi che ho caratterizzato dovrebbe insegnarci qual è la meta verso la quale dovremmo essere guidati proprio in Europa centrale, la quale dovrebbe imparare da Occidente e da Oriente. Dall'Occidente dovrebbe imparare che, essendo vicina a questo ovest, ha il compito di separare e di rendere autonome la vita economica e la vita politica dello Stato. Dall'est deve imparare a separare la vita spirituale (anche se, guardando superficialmente, lo vediamo solo nella vita nazionale) dalla vita statale. Nella politica dei Paesi centrali, nella politica spensierata che alla fine ha annichilito del tutto questi Paesi centrali, si sono accatastati errori colossali (al giorno d'oggi non serve a niente chiudersi davanti a questi dati di fatto) si sono accumulati errori colossali, perché gli uomini di Stato non sono stati capaci di vedere che in occidente, per via di certi istinti di popolo, al giorno d'oggi è ancora innocuo il fatto che la vita economica si sia fusa con la vita politica e ne abbia preso il sopravvento, mentre invece a oriente il fatto che la vita spirituale si sia fusa in modo inorganico con la vita dello Stato ha ammassato situazioni esplosive una sopra l'altra. Giganteschi errori politici, che bisogna appunto riconoscere nella loro necessità storica, si sono infine dovuti scaricare in quella catastrofe che ha provocato la peggiore delle tragedie. Nell'ultimo periodo, e intendo un ultimo periodo piuttosto lungo, finora c'è realmente stata la buona volontà di capire queste cose? Non ci sono fra noi, nonostante la tragicità della situazione attuale, ancora molte personalità che considerano priva di valore un'osservazione degli impulsi veramente pratici, perché questi impulsi pratici oggi sono dei grandi ideali, e che per comodità e viltà spirituale ambiscono a piccoli obiettivi, che sono gli unici a considerare pratici, rivoltandosi contro i grandi obiettivi oggi appunto necessari giudicandoli non pratici? Queste persone, che oggi rifiutano i grandi obiettivi realmente pratici in quanto idealismi e vogliono prendere in considerazione solo le cose più immediate, queste persone sono le stesse o i successori degli stessi che hanno portato l'umanità dell'Europa centrale, l'umanità europea, alla situazione attuale e che faranno sì che i danni diventino ancora più gravi. Se non è possibile che una reale prassi di vita subentri al posto della cosiddetta prassi di vita dei borghesucci e dei filistei – oggi bisogna vedere le cose con spregiudicatezza e serietà – non si avranno mai i risultati derivanti da una vera politica estera, che porti agli impulsi della tripartizione dell'organismo sociale. Ma oggi non abbiamo a che fare solo con le conseguenze della politica estera. Abbiamo a che fare con forze evolutive che irrompono anche da una parte del tutto diversa e attaccano l'umanità!

Quel che abbiamo sotto gli occhi attualmente si può paragonare alla migrazione dei popoli e all'incontro di questa migrazione dei popoli con il cristianesimo all'inizio del medioevo. Chi prenda in considerazione i grandi impulsi del cristianesimo nella loro azione attraverso il medioevo e l'epoca moderna e fino a oggi, deve accorgersi del carattere che gli impulsi del cristianesimo hanno assunto proprio presso i popoli dei quali generalmente si parla quando si osserva la migrazione dei popoli, e di quale carattere abbiano assunto presso i popoli più meridionali. Sorto laggiù in Asia, il cristianesimo agì inizialmente sui popoli altamente sviluppati della Grecia e dell'Italia, sull'intelletto altamente sviluppato di queste regioni meridionali dell'Europa. Soltanto in seguito penetrò nelle terre dei 'barbari', come i popoli meridionali chiamavano quelli che davano l'assalto da nord. Se ci si fa una visione d'insieme di questa situazione, si scopre che in realtà ciò che consentì al cristianesimo in quanto tale di agire in tutto il mondo non prese forma nel passaggio fra i popoli meridionali, che erano ad un livello evolutivo superiore ma già in decadimento, bensì dispiegò i suoi potenti impulsi nei cuori, nelle teste di quei popoli che avevano ancora un'intelligenza fresca, una fresca forza dell'anima. Questa fu, direi, la migrazione orizzontale dei popoli con le sue caratteristiche all'inizio del medioevo. Attualmente osservando il movimento proletario, ci troviamo di fronte ad una migrazione verticale dei popoli. Dalle profondità della vita culturale fluisce alle correnti che guidano la cultura quello che può essere chiamato il proletariato. Però, quello che dobbiamo cercare come l'elemento culturale nuovo, salvifico, come quei grandi impulsi che ci condurranno fuori dai disordini, tutto questo agisce, direi, dalle oscure profondità dello spirito nello stesso modo in cui il cristianesimo un tempo agì sui popoli greci e latini. E vediamo come quel che il futuro vuole afferrare per una riconfigurazione del mondo in senso spirituale, statale, economico, ha bisogno di intelletto fresco, degli animi freschi di quelle masse popolari che, nell'attuale migrazione verticale dei popoli, fluiscono da sotto a sopra, mentre, come ho già detto qui la volta scorsa, nei cervelli consunti di quelli che, come quella volta i greci e i romani, stanno all'apice della cultura, presso le cerchie finora dirigenti, dominanti, non si percepisce nulla di quel fuoco che oggi ci è necessario per trovare le vie di uscita dalla crisi sociale e puntare verso obiettivi veramente grandi, pratici, dell'umanità. A favore del fatto che è necessario trovare queste vie di uscita abbiamo prima di tutto quella che si è estrinsecata come una migrazione verticale dei popoli nel corso dell'evoluzione umana più recente.

La politica estera ci indica la tripartizione dell'organismo sociale. Che cosa ci indica quel che succede nella politica interna? Ci indica che proprio quegli elementi del popolo che portano da sotto a sopra un intelletto fresco, forze di sentimento fresche nell'anima (per quanto al giorno d'oggi molti siano poco disposti ad ammetterlo e per quanto poco al giorno d'oggi anche il proletariato stesso trovi parole e idee adatte per certi fenomeni) che questi elementi popolari nelle loro anime sentono, sentono anche con le pene che patiscono nel proprio corpo, sentono, in tutto quel che è andato loro incontro, si può anche dire da tre o quattro secoli, ma soprattutto nel XIX e nel XX secolo che sta iniziando, sentono in tre modi la triplice crisi dell'ordinamento sociale. Essi sentivano di essersi venuti a trovare di fronte ad una vita spirituale con la quale sentivano di non avere nient'altro in comune oltre a quanto venne loro caratterizzato, nell'ultimo mezzo secolo, con la parola marxista 'plusvalore'. Questa parola, quello che vi sta sotto, non è stato affatto capito fino in fondo, né da una parte, quella borghese, né dall'altra, quella proletaria. Le cose, proprio nell'educazione moderna, vengono prese in modo piuttosto esteriore. Quello che vi sta sotto è che tutta la tanto elogiata, tanto lodata cultura spirituale dell'epoca più moderna in tutti i suoi settori ha potuto svilupparsi solo come cultura di pochi sulla base della privazione di cultura per le grandi masse. Non necessariamente perché le classi fino allora dominanti abbiano gettato nella miseria le masse proletarie per cattiva volontà, perché siano indemoniati. No, ve le hanno gettate (ho cercato di mostrarlo lunedì scorso) per mancanza di buonsenso, per sconsideratezza nei confronti di quei compiti che si erano storicamente attribuiti per il fatto che masse sempre più vaste venivano afferrate dalla nuova migrazione verticale dei popoli, dall'anelito ad una vita spirituale di cui sentivano la mancanza.

Però, e questo è l'essenziale, una volta era così: tutto quel che abbiamo di arte, quel che abbiamo di scienza, quel che abbiamo prodotto in termini di educazione in merito alla vita spirituale d'altra parte poteva essere solo per pochi e doveva essere elaborato deprivando i molti. Questo particolare tipo di vita spirituale non poteva esistere senza creare un abisso fra i privilegiati e gli svantaggiati. È questo, quello che sentiva la vasta massa che spingeva verso l'alto per quanto riguarda la parte principale della vita umana, per quanto riguarda la vita spirituale. Per quanto riguarda la vita dello Stato, o vita politica, o giuridica, essa sentiva proprio sempre più, nella sua ascesa, che c'è qualcosa, nella natura umana, che è uguale per tutti gli esseri umani. Questo qualcosa di uguale non lo si può sviluppare in qualche teoria, è semplicemente presente nelle esperienze di ogni anima sana. Come non si può parlare ad un cieco del colore blu o rosso, non si può nemmeno parlare con un'anima non sviluppata in modo sano di quel che vive in ogni anima sana come coscienza del diritto, quella coscienza del diritto che nel secondo settore della vita sociale, la vita dello Stato, rende ogni uomo uguale all'altro. Però questo sentimento, che nelle antiche condizioni patriarcali e finanche nelle condizioni medievali era ancora contenuto nelle grandi masse, questo sentimento del pari diritto negli ultimi secoli e soprattutto nell'evoluzione proletaria del XIX e XX secolo si è manifestato in modo sempre più intenso. Le classi dominanti non hanno potuto far altro che chiamare la grande massa alla democrazia. Ne avevano bisogno per i propri interessi. Avevano bisogno di un proletariato sempre più scolarizzato. Ma non si può formare nell'anima una cosa senza che se ne vada ad aggiungere un'altra. Poiché le classi dominanti hanno fatto dei proletari lavoratori che hanno studiato per il complicato lavoro nelle loro fabbriche e per altro, dato che una cosa non è possibile senza l'altra, perché l'altra si sviluppa da sola, al tempo stesso dovettero permettere che nel proletariato nascesse quella coscienza del diritto che è propria di ogni anima umana che si sia raccapezzata. Però questa coscienza del diritto si sviluppò in modo del tutto diverso nel proletario e nelle cerchie dominanti che erano alla guida dell'umanità. Nelle cerchie dominanti, che erano alla guida dell'umanità, i sentimenti del diritto si erano sviluppati sulle sfere degli interessi ai quali queste classi si erano abituate da lungo tempo. Il proletario, essendo messo alla macchina, essendo intessuto nel capitalismo che prosciuga l'anima, non aveva interessi del genere. Quel rapporto, ovunque presente, fra quel che le classi dominanti rappresentavano nella vita sociale e quel che sentivano essere il proprio elemento umano, quelle connessioni di interessi, non c'erano per il proletario. Veramente non scherzo, quando dico che per chi faceva parte delle classi dominanti, dal contesto sociale in cui era inserito, da una coscienza umana interiore, poteva risultare qualcosa che gli dava una certa coscienza del diritto, quando, diciamo, sul suo biglietto da visita poteva scrivere 'proprietario di fabbrica' o altro del genere, o anche «sottotenente della riserva». Ma per il proletario non c'era un contesto di interessi simile fra la macchina che prosciuga l'anima e il suo elemento umano, e nemmeno fra l'essere intessuto nel capitalismo e, ancora, il suo elemento umano. Il proletario si basava soltanto sul suo diritto umano, e, guardando gli altri, invece di vedere diritti umani universali vedeva interessi di classe, privilegi di classe, e svantaggi di classe. Questa era la seconda esperienza, l'esperienza nell'ambito della vita statale. E la terza esperienza, il proletario la faceva nell'ambito della vita economica. Qui vedeva che nel contratto salariale la sua forza lavoro veniva trattata dalle classi dominanti esattamente come una merce. Questo ha colpito profondamente, molto profondamente, i sentimenti, tutto il modo di sentire del proletariato moderno. Ne è derivata una coscienza che, forse, non si esprimeva in modo del tutto chiaro nella testa, ma che diventava sempre più sicura, profonda e intensa nel cuore dei proletari consapevoli della propria umanità: anticamente c'erano gli schiavi, tutto l'uomo poteva essere venduto e comprato come un oggetto; poi ci fu la servitù della gleba, e si poté vendere e comprare meno, dell'essere umano, ma sempre abbastanza; oggi c'è ancora la compravendita della forza lavoro umana per chi non possiede altro che, appunto, questa forza-lavoro. Dovendo vendere questa forza-lavoro, bisogna andarci insieme, non è come un oggetto che lo si porta al mercato, lo si vende e ce ne si torna a casa, bisogna portare se stessi a chi compra la forza-lavoro. L'inserimento della forza-lavoro nel circuito economico è stata la terza esperienza del proletariato moderno. Così, in quello che si andava costituendo come ordinamento socio-statale, il proletario trovò mischiato insieme quello che appunto, prima abbiamo trovato mischiato insieme anche nella politica estera; trovò mischiati nello Stato moderno la vita spirituale, la vita del diritto e la vita economica. Come, nei grandi imperialismi, questa mescolanza ha portato alle esplosioni della guerra mondiale, così d'altra parte ciò che si muove dal basso verso l'alto, ciò che viene sperimentato in triplice modo nella vita spirituale, nella vita giuridica e statale e nella vita economica ha portato all'esplosione sociale. Le due cose vanno a braccetto. L'antico ordinamento è esploso nella catastrofe della guerra mondiale a partire dagli imperi, nei quali il capitalismo moderno si vedeva trasformato dalla grande azienda, senza rendersene del tutto conto. Dalla grande azienda sono nati gli imperialismi, e dallo scontro fra gli imperialismi è scoppiata la catastrofe della guerra mondiale. Quel che si muoveva verticalmente dal basso verso l'alto conteneva i medesimi impulsi. È solo diversa la direzione in cui ha portato a quella miseria sociale che era una miseria sociale mondiale nella situazione degli imperi moderni, che o sono diventati, come in occidente, imperi di interessi, oppure, come in oriente, fusioni fra imperi statali e imperi nazionali. La fusione dei tre settori della vita ha portato all'esplosione della guerra mondiale e ad una crisi sociale in grande stile, perché questa cosiddetta guerra mondiale è qualcosa di diverso dalle guerre precedenti. È uno sfogo spaventoso del vecchio ordinamento. Osserviamo come voglia cominciare qualcosa di nuovo, dal basso verso l'alto. Non manchiamo di vedere quegli impulsi che qui, per l'evoluzione ulteriore dell'umanità, vogliono essere diversi da com'erano quelli che si erano sviluppati dal vecchio ordinamento economico negli imperialismi mondiali, portando quindi ai più spaventosi orrori dell'epoca moderna. Così parlano oggi i segni del tempo. Così oggi l'uomo deve sapersi porre nei confronti di questi segni del tempo. Non abbiamo forse visto che proprio in Europa centrale è successo che gli uomini, a poco a poco, hanno perso un vero giudizio sano sulla vita spirituale, sulla vita economica, sulla vita politica, a causa della fusione innaturale, impossibile, che a poco a poco è stata fatta fra i tre ambiti?

Vi chiedo, senza permettermi di criticare la situazione, vi chiedo se gli eventi, i fatti della evoluzione umana più recente (ora vogliamo considerarla solo in merito all'Europa) non siano proprio sorti sotto l'influsso della fusione, per esempio della politica e della vita economica. Tutto il mondo ha gridato (non voglio criticare questo grido, certo, non ci sono soltanto agnelli lì e soltanto lupi là) ma tutto il mondo ha gridato allo sfondamento del Belgio all'inizio della guerra. Com'è stato possibile fare questo sfondamento? È stato possibile solo perché erano state costruite le vie strategiche per andarci. Queste non ci sarebbero state, se all'interno del territorio tedesco le forze economiche fossero state separate dalle forze politiche. Osservate la carta d'Europa, osservate le molte reti ferroviarie e poi studiate, con una sana scienza industriale (che non abbiamo ancora per niente) se questi allestimenti puramente economici, queste ferrovie, sarebbero così come sono (potete fare questi studi anche in Paesi neutrali) se servissero solo alla vita economica e si sviluppassero a partire da questa. O non ci accorgiamo, considerando i rapporti fra la vita economica e quella politica, che proprio questa Europa centrale, a poco a poco, essendosi il Reich, fuso sempre più con le questioni economiche, è diventata anche qui, secondo il modello occidentale, sempre più una grande azienda? Non ci accorgiamo di come la formazione politica sia via via svanita sempre di più? Pensate solo quale enorme somma di intelligenza, quale enorme somma di prudenza è stata applicata alla mera vita commerciale, alla vita economica, mentre i popoli dell'Europa centrale proprio negli ultimi tempi sono diventati sempre più apolitici, perfino a confronto della loro apoliticità dei secoli precedenti. Ci siamo de-politicizzati a causa della fusione della politica con la vita economica. E infine siamo sempre più arrivati ad una totale dipendenza dell'intera vita spirituale dalla vita dello Stato. Anche in questo settore bisogna sempre continuare a ripetere che non solo l'occupazione dei posti, l'amministrazione della scuola sono diventati dipendenti dalla moderna vita dello Stato, ma anche il contenuto stesso della vita spirituale, il contenuto dell'arte, il contenuto della scienza. Le persone ancora non se ne accorgono al giorno d'oggi, perciò proprio in questo settore si inalbera il pregiudizio più gigantesco, quando si parla di ciò di cui si tratta. E oggi si tratta di decidersi a por mano ad una sana separazione della vita economica dalla vita statale o politica o giuridica da una parte, e anche alla separazione di tutta la vita spirituale dalla vita dello Stato dall'altra parte. La chiamata alla socializzazione oggi passa attraverso la nostra vita economica. Parte, si potrebbe dire, dalla migrazione verticale dei popoli di cui abbiamo detto come una voce della storia. E per quanto la vera socializzazione sia ancora poco capita, anche a livello minimo, tuttavia, se osserviamo senza preconcetti la vita sociale, dobbiamo dire che, nonostante i pensieri su questa faccenda siano poco chiari, nell'appello alla socializzazione si esprime qualcosa di chiaro, dal punto di vista storico. Lo vediamo forse nel modo migliore per il fatto che, proprio a partire dalle terribili esperienze economiche della guerra, perfino pensatori pur sempre orientati al capitalismo non hanno potuto fare a meno di parlare della necessità della socializzazione dell'economia. Questa necessità di socializzazione dell'economia viene per esempio sottolineata in modo molto energico da un uomo il cui modo di pensare, per il resto, viaggia interamente sui binari del capitalismo: da Walther Rathenau. Ecco, quel che si dice nell'appello ha perfino dei punti di contatto con quel che, per esempio, dice Walther Rathenau nel suo libretto La nuova economia. Ma vedremo presto che, per chi comprenda veramente gli impulsi della tripartizione dell'organismo sociale, c'è una differenza estrema, fondamentale, nella socializzazione dell'elemento economico, fra quella socializzazione che deve essere rivendicata in base a questa tripartizione e il modo di vedere di Rathenau. E in questa differenza fondamentale si trova proprio ciò che fa parte delle cose più necessarie nella lotta sociale del presente.

Infatti, in realtà, com'è che in ambito economico le persone sono arrivate ai pensieri della socializzazione, alla pretesa della socializzazione? A lungo si è visto un ideale umano in quello che è stato chiamato 'il libero gioco delle forze economiche'. Una grande parte di quella che si può chiamare la moderna forma economica del capitalismo privato è sorta come risultato del libero gioco delle forze economiche, della libera concorrenza delle persone e dei gruppi che amministravano l'economia. Ma poi, nel corso dell'evoluzione della forma economica avvenuta sotto l'influenza della tecnica moderna, sotto l'influenza del capitalismo moderno e sotto l'influenza del libero gioco delle forze economiche, successe che da una minoranza di persone, appunto, si andò separando sempre più la maggioranza dei proletari, che divenne la sostenitrice di quelle tre grandi rivendicazioni che ho appena caratterizzato. E così, nel proletariato nacque quel giustificato appello alla socializzazione che è il contrario del mero gioco di forze nel settore della vita economica. Quel che le persone alla guida del proletariato nella vita economica pensano che d'ora in poi debba svilupparsi, è la totale riorganizzazione della vita economica. E vediamo che, in certi settori, senza dubbio con orrore e avversione di molti, viene realizzata proprio quella che è una drastica organizzazione di questo tipo.

Per il vecchio libero gioco di forze si trovava ancora, come eco dei precedenti ordinamenti statali ed economici, il bel detto della salubrità di trono e altare. Adesso, per via della catastrofe della guerra mondiale, il grido di entusiasmo per il trono e l'altare sono stati abbandonati, però vediamo in agguato qualcosa che sboccia di fronte al precedente trono e altare. Non solo le classi finora dominanti, ma anche vastissime fasce di proletariato veramente ragionevole, pensante, sentono qualcosa di inquietante nella domanda: “Come andranno le cose, se ora al posto di trono e altare verranno 'buro e macchina', andranno meglio? Non può forse darsi che dalle file di quelli che lavorano col buro e con la fabbrica vengano fuori gli stessi dittatori che sono venuti fuori sotto l'influenza di 'trono e altare'?” Questa è una domanda importante, ma anche una domanda la cui sana risposta deve portare ad una via di uscita dalla crisi sociale mirando a scopi realmente pratici. In un certo senso sto ancora parlando in modo ancora molto astratto, solo che in questo pensiero che voglio esporre c'è qualcosa che può trovare applicazione pratica in tutti i settori della vita economica, se una buona volta si riesce a richiamare tutti coloro che partecipano alla vita economica a sistemare queste faccende. Però lo si deve fare in modo che fra tutte queste parti della vita economica possa dominare la fiducia. Parliamone una buona volta in modo aperto e sincero. I giorni che ho passato qui a Stoccarda, con le conferenze tenute per numerose assemblee proletarie, sono stati una grande esperienza. Ai proletari non ho affatto parlato, se non, al massimo, nella forma, in modo diverso da come sto parlando qui. Si è visto che sono stato capito sia in Svizzera che qui nelle più vaste cerchie del proletariato. E questo che cosa mi ha insegnato? Mi ha insegnato che si può andare avanti, sia con la socializzazione, sia con altre esigenze sociali del presente, soltanto dando fiducia alle persone. Che facciamo passi avanti solo se, lavorando con le persone, ci accordiamo al loro volere, se evitiamo di cercare di migliorare le cose dando ordini dall'alto con un'intelligenza apparentemente superiore. Al giorno d'oggi possiamo evitare dittature solo trovando quelle parole che, quando è il singolo a pronunciarle, le pronuncia dal cuore, dai sentimenti delle masse più vaste proprio della popolazione operaia. Volevo premetterlo. Ciò significa che non sono piccole cerchie, comunque vogliano chiamarsi, a poter risolvere le urgentissime questioni sociali, che queste devono essere risolte sulla vasta base delle fabbriche, delle officine, dalle persone, non dalle teorie socialiste.

Per la vita economica una delle prime necessità, quando si fanno i conti con questo elemento umano, è questo: che ora, dalle dolorose, terribili conseguenze della catastrofe della guerra mondiale, cioè da quello che la catastrofe della guerra mondiale è diventata, da tutto questo si impari come la socializzazione debba essere realizzata. Dobbiamo imparare che tutto ciò che porta ad una socializzazione del genere e che di nuovo mischi la vita statale, o giuridica, con la vita economica non potrà che essere nocivo. Devo sempre di nuovo accennare a quella fusione innaturale della vita economica con la vita dello Stato, o giuridica, che è avvenuta in Austria nell'ultimo terzo del XIX secolo. Che l'Austria sia crollata in un modo così spaventoso, che fosse matura per questo crollo molto prima della catastrofe della guerra mondiale, dipende dal fatto che proprio su questo terreno rovente non si è capito che non poteva che essere distruttivo il fatto che al sorgere della moderna vita costituzionale lo Stato giuridico venisse formato da curie economiche. Solo per costrizione più tardi, ma molto più tardi, si è passati ad altro, quando se ne è fatto un tentativo negli anni Sessanta. Il consiglio del Reich è stato formato da quattro curie economiche: grandi proprietari terrieri; camere di commercio; città, mercati e zone industriali; comuni rurali. Si fecero valere interessi puramente economici nell'ambito dello Stato, dove dovrebbe sorgere il diritto. Gli interessi economici furono trasformati in diritti! E chi ha chiamato 'il lavoricchiare' quell'evoluzione statale avvenuta sotto il ministro Taaffe nell'ultimo terzo del XIX secolo, chi ha studiato quell'evoluzione politica austriaca in modo adeguato, sa quali germi della rovina vi erano contenuti, sa che in questi territori che raccoglievano le nazionalità più disparate non c'è l'impulso a sviluppare la vita giuridica a se stante e a sviluppare la vita economica a se stante. Dovrei parlare a lungo (e passando per i parlamenti di proprio tutti gli Stati moderni si potrebbe parlare molto) se volessi dimostrare nel dettaglio come l'impossibilità della fusione della vita politica, o statale, o giuridica con quella economica sia cresciuta dappertutto sempre di più. La prima esigenza di oggi deve essere quella di tornare a liberare la vita economica da quella statale. Allora, ricorrendo a tutte le forze umane attive nella vita economica, possiamo procedere con fiducia ad una socializzazione adeguata, che consisterà (l'ho spiegato nel mio libro e anche altrove) nella costituzione di associazioni: prima secondo le professioni, poi secondo i rapporti, le coalizioni, le cooperative che si formano nello sforzo di armonizzare i rapporti fra consumo e produzione. Solo su questa base può risultare una socializzazione sana. Essa risulterà quando si vedranno sia i danni provocati dal libero gioco di forze che anche i danni provocati dalla socializzazione meccanica (le persone hanno entrambi i pregiudizi), risulterà solo quando si imparerà dalle cose che sono accadute nella storia mondiale, così che si socializzerà al di fuori del libero gioco delle forze, per cui la socializzazione non avverrà estirpando il libero gioco di forze, ma proprio lavorando con la piena comprensione del libero gioco delle forze umane. Lo potrete fare solo aumentando la fiducia, però così ci riuscirete! Più o meno così, si potrebbe dire ripetendo le parole di Margherita a Faust, più o meno così la pensa anche Walther Rathenau, però la tripartizione dell'organismo sociale intende anche qualcos'altro di sostanzialmente diverso. Vedete, il progetto di socializzazione di Walther Rathenau è una cosa totalmente diversa dalla socializzazione che la tripartizione ha dovuto proporre, perché Walther Rathenau non ha potuto immaginare nient'altro se non che la socializzazione vada avanti e che tuttavia continui a sussistere la sorveglianza da parte dello Stato e che lo Stato continui a trarre vantaggio da quanto viene prodotto nelle aziende socializzate. Questo non fa che attestare che un uomo che in fondo avrebbe potuto imparare dalla pratica rimane comunque impigliato in una cieca teoria. Attesta soltanto con quale forza suggestiva agiscano i pensieri che si sono formati nel corso dell'evoluzione del capitalismo moderno, anche in chi anela alla socializzazione, e con quanta energia è necessario, in quest'ambito, opporsi a tutti i pregiudizi con tutta la forza di una comprensione libera e pratica delle cose. Tutto ciò che dovrebbe essere prodotto in termini di profonda ragionevolezza, di comprensione, di moralità nell'ordine della vita economica deve provenire dalle persone e dalle corporazioni autonome alla guida della vita economica stessa. La vita economica viene sviluppata in modo sano solo se lo Stato non mette il becco nella vita economica per nient'altro che non per quel che ha da dire tramite le personalità che si occupano della vita economica, in quanto personalità che hanno dei diritti. Ovviamente, se uno truffa l'altro nell'ambito della vita economica, è soggetto alla legge statale. È soggetto alla legge statale come persona. Ma quelle che sono le sue funzioni, quella che è la sua attività nella vita economica deve poggiare sul mero contratto all'interno della società economica, sulla mera fiducia. Non importa quanti pregiudizi al giorno d'oggi possano ancora cozzare contro quello che ho detto anche da parte socialista; chi non giudica a partire da concetti, da idee, ma dall'aver fatto l'esperienza che negli ultimi decenni l'economia europea è giunta al collasso economico nella guerra, dirà così. E deve dire: “Non perverremo ad un risanamento della situazione economica prima che si sia compiuta la separazione della vita economica dalla vita dello Stato”. Siamo arrivati a questa situazione a causa della mescolanza di ciò che dovrebbe basarsi sulla fiducia e sul contratto con l'elemento statale, che dovrebbe poggiare soltanto sulle leggi. Le leggi dello Stato devono illuminare la vita economica solo in quanto rilucono attraverso le persone. Solo così tiriamo fuori dalla vita economica quello che ne deve essere tirato fuori, quello che, come forza lavoro uguale merce, è intessuto, secondo il sentimento proletario in modo ingiustificato, nel circuito economico.

Da una parte, la vita economica confina con le condizioni naturali. Pensate quanto sarebbe assurdo se un certo consorzio economico si riunisse per decidere il bilancio, il probabile bilancio per il 1919; e se, in base agli attivi e ai passivi del 1918, volesse decidere, per esempio, quanti giorni debba piovere nell'estate del 1919 per avere la congiuntura commerciale desiderata. Ovviamente è una totale assurdità, no? Però dico questa sciocchezza solo per mettere in evidenza il fatto che, da una parte, la vita economica si basa sulle condizioni naturali, che noi non possiamo regolare del tutto con la vita economica stessa. Con dei dispositivi tecnici possiamo fare qualcosa, ma non possiamo regolarla del tutto con la mera vita economica. Ora, allo stesso modo in cui la vita economica da un lato confina con la vita naturale, così in futuro dovrà confinare con la vita giuridica dello Stato, e nella vita giuridica dello Stato deve essere regolato tutto ciò che appunto è soggetto alla vita giuridica, prima di tutto la forza lavoro umana. Per il circuito economico, la regolamentazione della forza lavoro umana dell'operaio deve stare al di fuori di tale processo economico. Come la forza di natura nel sottosuolo matura il grano, il frumento, al di fuori del processo economico, così la regolamentazione della quantità, del tipo e del modo della forza lavoro dell'operaio deve stare al di fuori del processo economico. La congiuntura economica, le premesse e le forze economiche non devono determinare proprio nulla riguardo alla quantità e alle modalità della forza lavoro umana. In merito alla forza lavoro umana, gli uomini stanno l'uno di fronte all'altro in un modo totalmente diverso che in merito a quella soddisfazione dei bisogni umani che si raggiunge attraverso il circuito economico, la produzione di merci e il consumo di merci. Da questo circuito del produrre deve essere tolta la forza lavoro, che deve essere regolamentata nella pura vita statale democratica, nello Stato emancipato dalla vita economica.

Così, il processo economico è costretto in modo sano fra la natura da una parte e la vita giuridica dello Stato dall'altra. Tutto questo deve essere preparato nello spirito della tripartizione. Questo può avvenire solo perché, nell'ambito della vita statale, fra uomo e uomo non si sviluppa ciò che si può sviluppare solo essendo inseriti nel processo economico, ma perché nell'ambito della vita statale si trova solo solo tutto ciò che si basa sul rapporto del singolo individuo col singolo individuo, ciò per cui ogni singolo individuo è uguale ad ogni singolo individuo. Perciò sul terreno di questa vita statale non può nemmeno dominare alcun profitto che provenga da un consorzio umano, da un gruppo economico, da una società economica. Quel che viene ricavato in ambito economico deve anche a sua volta fluire nella vita economica delle persone per alzare il loro tenore di vita. Ciò che affluisce allo Stato, che noi lo chiamiamo tasse o in qualsiasi altro modo, può venire, se devo esprimermi chiaramente, solo dal portafogli del singolo individuo. Di fronte allo Stato può esserci solo il singolo uomo; così in ambito statale c'è anche solo il singolo uomo di fronte al singolo uomo. Allora in ambito statale prospereranno veramente i diritti umani. Allora si risolve la questione sociale, che è una questione del lavoro, per mezzo dell'emancipazione della vita dello Stato dalla vita economica, nella quale quindi non può più dominare quella costrizione che fa della forza lavoro nel libero gioco delle forze un oggetto appunto di questo libero gioco delle forze. La forza lavoro dell'operaio deve essere già regolata prima che egli entri in officina, prima che entri in fabbrica, prima che entri nel processo economico. Allora vi entra come una persona libera, la cui libertà è garantita dalla legge statale sul lavoro, rispetto al direttore del lavoro; solo allora si sviluppa una condizione sana.

Qui ci troviamo nell'ambito di una socializzazione veramente pratica. Chi capisce la situazione di questo ambito sa che si possono fare leggi programmatiche di socializzazione senza fine, partendo da altri presupposti. Si possono fare oggi, fra due anni trovarle inutili, riformarle, dopo cinque anni trovarle di nuovo inutili, riformarle e così via. Non si arriverà ad una condizione sana, salutare, prima di essersi decisi ad attaccare la pratica nel punto che ho appunto indicato. Questo è proprio l'elemento caratteristico dell'evoluzione dell'epoca moderna: il fatto che questa evoluzione, per il pensare umano, per le abitudini del pensare umano, spesso rimane alla superficie delle cose. E ora che siamo posti di fronte a fatti sconvolgenti, in molti casi purtroppo, purtroppo vediamo l'inadeguatezza dei vecchi giudizi di partito che dovrebbero costruire, e che spesso nella costruzione non si comportano come giudizi che colgono veramente la realtà, ma come mummie di giudizi che sono morti nella rigidità del partito, nel filisteismo partitico dell'epoca moderna. Perciò si può proprio dire che in questi giorni, nei quali bisognerebbe vedere le cose urgentemente e giustamente e per quello che sono, vengono viste in modo tanto distorto proprio le cose più importanti. È comprensibile che perfino certe persone che hanno visto il capitalismo moderno nel suo sviluppo oggi sono dell'opinione che tutto questo capitalismo privato deve sparire, che deve subentrare la proprietà collettiva. È comprensibile che questo giudizio, che ha preso forma nei decenni, diciamo, nelle anime sanguinanti, nella miseria e nelle difficoltà, è difficile che venga eliminato. Tuttavia dovrà sorgere una domanda più profonda (nell'economia moderna, senza accumuli di capitale, non ce la si può fare), la domanda: che cosa si deve congiungere all'accumulo dei capitali? All'accumulo dei capitali bisogna congiungere la capacità individuale delle persone di utilizzare i capitali adeguatamente non in senso egoistico, ma in senso sociale. Non ci riusciremo, se non curiamo le capacità individuali, se non rendiamo proprio accessibile a queste capacità individuali la relativa amministrazione del capitale delle aziende. Perciò, sulla stessa base sulla quale è stato concepito questo appello per la tripartizione dell'ordinamento sociale, del quale vi ho di nuovo parlato oggi, ci si è dovuti accostare ad un'idea sulla futura funzione del capitale, che rappresenta qualcosa di totalmente diverso da quella che spesso ancora oggi viene intesa come socializzazione del capitale. Stranamente, proprio pensando in modo pratico, si arriva a dover far sì che l'amministrazione del capitale vada a dipendere dal terzo settore, che deve diventare autonomo nell'organismo sociale sano, dall'organismo spirituale emancipato. Abbiamo fatto in modo che il legame fra il lavoro spirituale e il lavoro del capitale nel processo economico venisse sempre più lacerato. In tal modo, invece di svilupparci nel progresso economico, che può essere legato al miglioramento del tenore di vita, nonostante tutti i progressi tecnici siamo sempre più arrivati ad una specie di sfruttamento economico. Proprio riguardo agli impulsi che hanno un ruolo importante nella vita economica moderna, per esempio l'impulso del credito, la vita economica moderna è andata ad infilarsi in uno strano vicolo cieco. Oggi nell'ambito della vita economica il credito è qualcosa che può essere portato quasi solo da fattori economici già esistenti. In futuro avremo bisogno che ci sia la possibilità che il credito non nasca solo nell'ambito della vita economica, avremo bisogno che ci sia la possibilità che il credito possa giungere alla vita economica da fuori. Nevvero, un'affermazione paradossale, un'affermazione strana; ma quel che vi sta alla base è, così com'è, ancora più strano. Siccome la vita spirituale andando verso il futuro diventerà autonoma e si svilupperà a partire dalle condizioni che le sono proprie, smetterà di essere una vita spirituale astratta, una vita spirituale di lusso che non riesce a rapportarsi in alcun modo con la vita pratica. Quelli che mi conoscono non pretenderanno da me che io voglia in qualche modo sottomettere la vita spirituale. Solo quella vita spirituale che sarà separata dagli altri due organismi sociali, che si svilupperà dalle sue proprie condizioni, non sarà una vita spirituale astratta, che si limita a predicare o che si trattiene in altezze spirituali stratosferiche, sarà una vita spirituale che non porta all'astratto sapere su questo o su quello, ma porta gli uomini ad essere capaci in quanto uomini. Dei nostri ginnasi estranei alla vita in un futuro ordinamento sociale non ce ne faremo proprio più niente. Né di altro del genere. Vivrà invece qualcosa che avrà forza d'urto spirituale, che potrà sostenere l'anima umana in tutte le sue necessità spirituali per la vita. Proprio dando forma a quella che oggi ancora così tante persone considerano una vita spirituale lontanissima, si arriva a trovare quella via che non può essere trovata dalla nostra educazione forgiata sullo Stato, si trova la via che forma l'uomo in quanto uomo intero, che forma l'uomo in modo non sia più possibile una qualsivoglia cultura spirituale senza che essa sia al contempo un'abilità con risvolti pratici, una possibilità di capire le cose pratiche. Il materialismo dell'epoca moderna ha reso gli uomini non pratici. Una vera vita spirituale che non sarà la vita di un servo dello Stato in ambito spirituale renderà gli uomini di nuovo pratici, non genererà nell'ambito della cultura più elevata uomini che credano di avere delle concezioni del mondo ma che non sanno che cosa siano una banca, il credito, le ipoteche, ecc., e come queste cose funzionino nella vita economica. Non genererà persone che conoscano le forze di cui parla la fisica, ma che non siano mai andati a far legna in vita loro. Ovviamente sto parlando per paragoni. C'è un ponte veramente pratico che collega una vera vita spirituale poggiante su se stessa alla conduzione della vita economica. Il capitalismo, coi suoi danni, può essere superato solo se l'amministrazione del capitalismo viene strettamente congiunta al risanamento della vita spirituale. Poi verrà fuori quella che può essere chiamata sana socializzazione del capitale. Allora la vita spirituale produrrà sempre uomini che possano portare anche il credito, nuovo credito alla vita economica. Allora sarà possibile quel circuito del capitale del quale parlo nel mio libro. Su questo punto oggi posso fare soltanto alcuni accenni. Nelle prossime conferenze che terrò qui, dovrò parlare di singole questioni specifiche di questo tipo, specialmente del rapporto fra il capitale e il lavoro umano.

Così vediamo come, con l'organismo sociale tripartito, si potranno realizzare quei tre grandi impulsi dell'evoluzione sociale umana che, a partire dalla rivoluzione francese, come ho già detto recentemente, si pongono come motti luminosi di fronte alla lotta dell'uomo. Libertà nell'ambito della vita spirituale autonoma, uguaglianza in tutti i settori della vita statale, fratellanza attraverso le associazioni e le cooperative della vita economica fondata su se stessa.

Ora, per concludere, vorrei ancora dirvi questo: so che, sentendo parlare in generale e non ancora nella pratica specifica delle cose che oggi abbiamo di nuovo ripetuto, si può avere molto in contrario, perché non si sa che nei pensieri di questa tripartizione dell'organismo sociale sano praticamente tutto è veramente interconnesso, dalla fondazione dell'università fino alla vendita di uno spazzolino da denti. L'aspetto pratico della proposta qui formulata poggia proprio sul fatto che si può obiettare parecchio, se si sente parlare solo in generale. Ma la pratica arriverà quando le persone di tutte le categorie professionali, di tutte le attività umane parteciperanno, nel lavoro sociale, proprio alla realizzazione di questa idea in singole cose concrete. All'obiezione che questi siano degli idealismi, o perfino un qualcosa di utopistico, contro questa opposizione si solleverà quanto i fatti oggettivi dell'epoca sempre più diranno agli uomini. Idee come quelle che ancora oggi molti ritengono pratiche, in luglio e nei primi giorni di agosto del 1914, sono state portate all'assurdo in un modo molto particolare dall'evoluzione della storia mondiale. Nel mio scritto «I punti essenziali della questione sociale», nella conclusione, dove si trattano i rapporti internazionali, ho richiamato l'attenzione sul fatto che l'umanità, sia qui che all'estero, ancora oggi non ha alcun barlume di quel che è realmente successo a Berlino l'ultimo giorno di luglio e nei primi giorni di agosto del 1914. Quel che è successo allora, il mondo vorrà saperlo[2]. Quando su queste cose verrà detta la verità, si vedrà che nell'epoca più moderna cade una luce spaventosa sugli eventi, una luce che mostrerà che non abbiamo bisogno solo di una trasformazione di una cosa o dell'altra, che abbiamo bisogno di pensieri nuovi, di nuove abitudini di pensiero, che non dobbiamo solo cambiare le istituzioni, ma dobbiamo cambiare i pensieri nelle nostre teste, dobbiamo cambiare il modo di pensare.

Chi capisce bene questo stato di cose non indietreggerà scoraggiato di fronte alle obiezioni di quelli che qui dicono: “Tu, idealista, resta dove sei, resta nei tuoi ideali, non mettere il becco nella pratica!” Questi pratici vedranno quale parassita si scoprirà essere questa pratica della vita. Ma quelli che sono i veri pratici e che pensano sulla base dei grandi impulsi dell'evoluzione umana, non si ascrivono affatto un'intelligenza tutta speciale. Perché ciò che oggi ci spinge a parlare nel modo in cui, per esempio, ho di nuovo parlato io oggi sono i fatti stessi del presente. Oh, oggi a volte capita di volersi paragonare a quel ragazzo che una volta si sedette alla macchina e che doveva far funzionare i due rubinetti: uno della fuoriuscita del vapore, l'altro dell'acqua di condensa. Il ragazzo in realtà, anche per via dell'età, non era un inventore geniale, però stava di fronte alla macchina che gli svelava qualcosa coi fatti. Egli si accorse che l'apertura di uno dei rubinetti coincideva con la discesa del bilancere da una parte, e l'apertura dell'altro rubinetto coincideva con la discesa dell'asta del bilancere dall'altra parte. Allora, nella sua ingenuità, prese delle corde e legò i rubinetti all'asta del bilancere – e toh, allora si mise davanti alla sua macchina a vapore e poté osservare che il bilancere andava sempre su e giù e apriva e chiudeva i rubinetti. Ma in tal modo si scoprì qualcosa di importante. - Allora non aveva ragione quello che andò da quel ragazzo a dirgli: “Tu, fannullone, via le corde, rimani lì ad aprire i rubinetti con le mani”, invece aveva ragione quello che trovò l'autoregolazione della macchina a vapore grazie alle ingenue macchinazioni di quel ragazzo. I fatti oggi parlano in modo talmente potente, che ci si sente perfino degli ingenui, quando ci si accorge che si dovrebbe scoprire l'autoregolazione del sano organismo sociale. Oggi ho potuto solo accennarvelo. Essa verrà scoperta se agiranno in tutta autonomia: la vita spirituale poggiante su se stessa, la vita economica poggiante su se stessa, la vita politica o vita statale poggiante su se stessa.

Possa, così vorrei anche concludere oggi, possa l'umanità, soprattutto l'umanità centro-europea, capire che cosa significano questi impulsi nelle necessità della vita dell'epoca moderna, prima che sia troppo tardi. Perché bisogna capire che al giorno d'oggi possiamo uscire dalla crisi sociale e dirigerci efficacemente verso obiettivi pratici solo se arriviamo ad idee che abbiano in sé il germe delle azioni. Pensieri che abbiano un seme, pensieri che abbiano un seme per l'agire, dobbiamo cercare, e noi, che sosteniamo l'organismo sociale tripartito nei suoi tre impulsi della vita spirituale, economica, giuridica autonome, noi crediamo che questi impulsi dovranno essere introdotti nell'evoluzione dell'umanità prima che sia troppo tardi.

Conclusione dopo il dibattito

Egregi convenuti! Non voglio trattenervi a lungo con la mia conclusione, non tanto perché non ci sia ancora qualcosa da dire su quanto esposto dagli egregi signori che sono intervenuti, ma soprattutto perché si è fatto veramente troppo tardi. Perciò alcune delle cose che, diciamo, sono suonate oscure per alcuni degli stimatissimi signori interventi nel dibattito, dovranno essere trattate nelle prossime due conferenze che faremo qui. Però qualcosa vorrei già dirla adesso, anche se molto brevemente. Perciò vogliate scusare la brevità delle risposte alle domande dirette che mi sono state poste oggi.

È stato chiesto perché non abbia io stesso (eventualmente per mezzo di coloro sui quali le mie parole avrebbero potuto esercitare una qualche impressione) alzato già prima la voce della pace. Ora, anche se in questo stesso dibattito ci sono state persone che hanno sollevato l'accusa di idealismo, tuttavia vorrei sottolineare con molta forza che io sono totalmente, assolutamente, un pratico della vita e che voglio esserlo, e che perciò non prendo mai in considerazione l'idea di diffondere cose meramente pensate, che non presentino la loro possibilità di realizzarsi nei fatti oggettivi della vita. Perciò vorrei anche rispondere a queste domande con alcuni fatti oggettivi. Che cosa credete che sarebbe stata una via veramente pratica, fare realmente una propaganda per la pace, diciamo qui a Stoccarda, ora, diciamo, a metà dell'anno, o nella primavera del 1916? Convocandovi qui e dicendovi delle belle parole sulla necessità della pace? Credete che verso la primavera del 1916 un vero pratico della vita l'avrebbe potuto fare tanto facilmente? Ora, però, c'erano altre vie. Per queste vie, che provenivano dalla conoscenza, dalla piena conoscenza delle cose, si è cercato di fare quella che in quel momento era la cosa giusta. In un futuro non molto lontano sarà già necessario parlare seriamente della storia degli ultimi quattro o cinque anni, e non così come si parla ancora oggi della storia di questi anni in ampie cerchie. Per citare una delle cose, ho pienamente sostenuto quello che ritenevo necessario già nella primavera del 1916, laddove sarebbe stato possibile passare all'azione pratica. Ho cercato di fare tutto il possibile. In parte per mancanza di tempo, perché dovrei parlarne molto, non voglio dire di più. Si arrivò ad un punto in cui, in un giorno preciso, avrei dovuto cominciare quello che era il mio compito rispetto ai terribili eventi. Ma a quel punto, nonostante quelli che avevano esaminato la cosa la ritenessero veramente ricca di prospettive, arrivò da quel personaggio al quale credono molte persone, perché è stato loro ordinato di credervi, la strana disposizione, così voglio chiamarla: “È proprio un tedesco austriaco. Prima di avvalerci di austriaci per questi servizi, dobbiamo incaricare i nostri capaci tedeschi”. Questa è la verità! Una verità può essere così! Se vi raccontassi le cose in tutto il loro insieme, nessuno mi chiederebbe perché non mi sia impegnato prima per lo stesso motivo per cui mi impegno adesso. E ancora una cosa. All'inizio di questo secolo e alla fine del secolo scorso ero insegnante in una scuola di formazione per operai, fondata dal vecchio Wilhelm Liebknecht. In quella scuola per operai mi ero formato un seguito molto fedele, fra gli allievi. Forse però i qui presenti che fanno parte del partito socialista sanno che anche all'interno di questo partito ci sono dei cosiddetti pezzi grossi. E così un bel giorno, dato che io non volevo insegnare una concezione ortodossa, dogmatica, materialistica della storia, sono arrivati quattro di quei pezzi grossi, sono arrivate quattro persone contro seicento dei miei studenti – quattro persone che non mi avevano mai sentito, contro seicento dei miei allievi, che mi avevano ascoltato per anni – e sono riusciti a farmi sbattere fuori. Anche questo è un piccolo capitolo del perché quelle cose delle quali parlo adesso non sono state dette prima. Chi sa come e dove le ho dette non lo chiede. Ma c'è una differenza, se uno dice qualcosa o se c'è chi lo ascolta. Sono molto convinto che molti di quelli che oggi mi ascoltano non avrebbero ascoltato proprio per niente, prima che arrivassero le grandi lezioni degli spaventosi, terribili eventi degli ultimi anni. Anche questa è una cosa che bisogna prendere in considerazione.

Se è stato detto che si dovrebbe gettare un pomo della discordia fra Stato e lavoro, allora, per favore, devo rimandare alle prossime conferenze. Allora si vedrà che lo stimatissimo signore che è intervenuto mi ha del tutto frainteso, se crede che io voglia fare dello Stato un commerciante su un solo punto. Non sarà così, ma lo Stato non avrà alcun ruolo economico in niente, perciò non può nemmeno essere quello che paga lo stipendio, ma per lo Stato si tratta della libertà della forza lavoro. In questo senso sono anche stato capito correttamente da molti.

Ora ho risposto solo brevemente a certe domande con alcuni fatti. Nel corso del tempo si dovrà rispondere proprio a queste domande ancora per bene, ancora in altro modo. Se poi uno degli egregi signori intervenuti ha detto che sia stato detto che io non abbia motivato le cose, allora deve essere detto che si tratta proprio del fatto che queste cose possono essere motivate solo a partire dalle esperienze di vita, che, quando vengono esposte, si rivolgono come un appello al pensare umano e all'esperire umano. Una buona volta bisogna veramente volgersi alla vita, altrimenti non andremo avanti. Qui finalmente c'è qualcosa che si accosta agli uomini in modo che essi debbano portarle incontro la loro libera comprensione. Purtroppo abbiamo proprio visto che è stato capito molto nell'ultimo periodo – ora, quello che io non ho capito sono le cose che certi signori negli ultimi anni hanno fatto incorniciare in bellissime cornici, i motti di una certa parte non li ho capiti. La differenza fra quello che deve essere capito qui e quello che è stato capito con tanta facilità negli ultimi anni, la differenza fra le due cose è che naturalmente qui, insieme alla comprensione, deve esserci un'azione della libertà interiore. Là la comprensione era comandata. Tiriamoci su, una buona volta, cerchiamo di capire quello che non ci viene comandato di capire, e cerchiamo di capire quanto di quel che crediamo di capire crediamo di capirlo solo perché ci è stato iniettato, inculcato o comandato di capirlo. Ora, se si è pratici della vita, si può in fondo capire, quando uno dice: “Non siate duri contro chi ha i sacchi pieni di soldi, abbiate pietà per questo o quell'altro”. Ma queste indicazioni in realtà sono proprio solo indicazioni del tutto egoistiche, veramente indicazioni solo egoistiche, perché non si tratta del fatto che uno capisca che il denaro è spazzatura o che creda sempre che il denaro sia un dio minore. Al pensatore sociale questo non interessa affatto, l'importante è il ruolo sociale che hanno il denaro e un uomo che ha il denaro. Non ci si deve chiudere in sentimenti del genere: “Abbiamo pietà di chi ha i sacchi di soldi”, si deve aprire la testa per la situazione, non solo per quello che a seconda del proprio gusto si vuole o non si vuole commiserare. Qui si tratta di disabituarsi alle prediche oziose. Quest'ozioso far prediche fa parte di ciò che ci ha trascinati nella crisi e nella miseria. Ho sempre detto in immagini a chi mi ascoltava: Tutti i discorsi sull'amore per il prossimo, sulla fratellanza sono belli, certo, fa così bene all'anima interiormente egoista, quando si parla dell'amore per il prossimo in una stanza ben riscaldata, del fatto che si dovrebbero amare tutti gli uomini senza differenza di stato ecc. “Ma di fronte alla realtà è come se io mi mettessi davanti alla stufa – ho detto – e dicessi alla stufa: “Tu, stufa, è tuo dovere di stufa scaldare la stanza. Hai la fisionomia della stufa, un oggetto del genere ha l'imperativo categorico di scaldare la stanza”. Ma non scalda, posso predicare quanto voglio. E così le persone predicano in astrazioni, sempre e sempre di nuovo, non si scalda, ma intanto là fuori va tutto sottosopra. L'importante è che io mi faccia carico di quel che predico, che io provveda coi miei pensieri a scaldare in modo ragionevole e che io metta la legna e accenda il fuoco. Per le cose delle quali adesso si tratta, l'importante è che nei nostri pensieri ci siamo i germi di quel che deve essere fatto. Credo che chi cerca realmente troverà questo in quel che si intende realmente con l'appello, in quel che si intende nel mio libro I punti essenziali della questione sociale nelle necessità della vita del presente e del futuro. Di parole, che sono solo parole, ne sono già state scambiate abbastanza, adesso abbiamo bisogno di azioni. Però sulle azioni prima dobbiamo, se dobbiamo essere ragionevoli, metterci d'accordo. Abbiamo bisogno di pensieri-seme per le azioni, pensieri-seme che portino il più possibile velocemente ad azioni, prima che sia troppo tardi.


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Note:

[1] Rudolf Steiner, «Appello al popolo tedesco e al mondo civile» pubblicato in "I punti essenziali della questione sociale" OO23 (1919), pag 120. N.d.C.

[2] Un buon saggio con cui approfondire l'argomento è "I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande guerra", Laterza, Roma-Bari. N.d.C.