Logo tripartizione   
 eventi   newsletter Newsletter!  contatti   cerca 
  
 Bibliografia 

 

OO 330 - Nuova struttura dell'organismo sociale



Il futuro del capitale e della forza lavoro dell'uomo
conferenza pubblica

IndietroAvanti

Stoccarda, 13 maggio 1919


Potrebbe sembrare che nel corso della grande catastrofe mondiale, che oggi è al livello 'Versailles'[1], il tema “Il futuro del capitale e della forza lavoro dell'uomo” possa essere qualcosa di non del tutto fondato. Però, seguendo gli eventi nella loro profondità, forse si può comunque dire che questi due temi: la catastrofe mondiale e ciò di cui ci occuperemo oggi sono intimamente connessi. Infatti, in realtà, per chiunque abbia osservato gli eventi degli ultimi anni con i sensi dell'anima aperti, desti, deve essere più o meno chiaro che qualcosa di quello che si potrebbe chiamare il capitalismo mondiale in grande stile è sfociato in questa cosiddetta guerra mondiale, che questo capitalismo mondiale, così come vi è dolorosamente noto oggi, si comporta a modo suo all'interno delle cosiddette condizioni di pace e che, attraverso una grande parte del mondo civile, al giorno d'oggi vive già una potente opposizione storica, che si potrebbe definire come una pretesa orientata proprio contro il capitalismo. Così, nel contrasto fra capitale e forza lavoro umana si cela forse il problema più importante della nostra epoca. Da ultimo il capitalismo si è elevato a quello che può essere chiamato, e spesso è anche stato chiamato, imperialismo. La forza lavoro umana si è affannata sotto il dominio di questo imperialismo. E se si guarda un po' più precisamente al segno distintivo più importante del capitalismo, si trova proprio che, in un certo senso, esso è sfociato nella terribile catastrofe mondiale. Infatti, qual è uno dei segni distintivi principali dell'ordinamento economico capitalistico? È il fatto che l'uomo, per la sua attività professionale, per il suo arricchimento, parte dalla cosiddetta redditività, dalla capacità di investimento del capitale. Ora vi chiedo: fra le cause della terribile catastrofe, quanta parte ha avuto ciò che si riconduce alla capacità di investimento di capitali? In quale misura, in realtà, si è combattuto per l'aumento della capacità di investimento dei capitali di certi imperialismi? E così si vede già adesso, e si vedrà sempre di più in futuro, che dalle profondità dell'anima umana si solleva e si solleverà la richiesta: “Come giungeremo ad una riconfigurazione dell'esistenza umana, dopo che le forme assunte dall'ordinamento economico sotto il capitalismo, sotto l'imperialismo, in primo luogo si sono rivelate una grande disgrazia per l'umanità, ma in secondo luogo stanno preparando già da tempo la loro stessa distruzione?” E così, in realtà, oggi parlando del contrasto fra il capitale e il lavoro, parliamo da una parte di un ordinamento economico decadente, e dall'altra parte di un ordinamento economico in ascesa.

Occupandoci di questa questione, vi prego di tener conto del fatto che, proprio dai punti di vista qui discussi, è necessario per prima cosa parlare con totale chiarezza dei vasti, grandi impulsi, in modo che poi sulla base della comprensione di questi impulsi grandi e vasti si possa discutere dei dettagli. Infatti oggi, nei giorni della grande resa dei conti mondiale, chiunque voglia evitare di tener conto dei grandi, vasti impulsi non può pensare, in qualche modo, di agire in modo salutare per la ricostruzione del mondo. Chi oggi chiama 'non-pratici' i grandi, vasti punti di vista, rimanendo nella sua cosiddetta praticità, nel suo piccolo, volente o nolente dimostra di non voler contribuire a quel che è realmente necessario per l'evoluzione dell'umanità. Perciò oggi permettetemi di continuare a trattare degli impulsi più vasti, riallacciandomi sempre alle mie ultime due conferenze, in modo che poi venerdì prossimo io possa parlare con precisione solo dei dettagli che risultano dal piano complessivo della tripartizione dell'organismo sociale. Di questi dettagli non sarebbe possibile parlare senza prima aver srotolato il progetto.

Oggi, volendo conoscere le rivendicazioni sollevate dalle più ampie fasce popolari, che al tempo stesso esprimono importanti necessità storiche, è necessario per prima cosa avere veramente la buona volontà di stare a sentire quella che, di fronte alla nuova situazione epocale, oggi è la cosa più necessaria per dare una forma alle specifiche esigenze degli uomini, una forma che possa adattarsi alla realtà dell'evoluzione umana. Negli ultimi anni le circostanze sono talmente diverse da prima, che ci appaiono come totalmente nuove, e tuttavia molte persone ancora oggi non riescono a disabituarsi alle vecchie abitudini di pensiero e ai vecchi sentimenti di pensiero, e non hanno orecchie, almeno non hanno orecchie aperte per quanto è massimamente necessario. Al giorno d'oggi ci troviamo davanti ad esigenze che non arrivano da una parte o dall'altra, e che non possono nemmeno essere propagate da una parte o dall'altra: di fatto oggi ci troviamo di fronte alle esigenze delle masse più vaste, che sorgono dalle profondità del sentire umano, dello sperimentare umano e del volere umano. Prima di tutto in quest'epoca è necessaria la fiducia, la fiducia reciproca degli uomini, la fiducia degli uomini nei confronti di coloro che hanno qualcosa da dire sulle esigenze dell'epoca. Una fiducia, prima di tutto, che non si fonda su qualcosa di personale, ma una che si fonda solo ed esclusivamente sulle cose stesse. Al giorno d'oggi a questo proposito notiamo qualcosa di molto significativo. Si può dire che, se si riesce ad ottenere l'accesso alla masse popolari più vaste, è relativamente facile ottenere fiducia. Per quanto sembri strano, una buona volta bisogna dirlo: oggi è tanto più facile ottenere fiducia, quanto più si parla a quelle persone che, in un certo senso, sono state sradicate in merito ai beni vitali da quello che finora è stato l'ordinamento economico, giuridico e spirituale, e che sono chiamate, per la loro forma di vita, a basarsi esclusivamente su quella che è la propria persona, su quella che è la propria forza lavoro. Qui è strano come gli impulsi più vasti vengano accolti da coloro che negli ultimi tempi hanno sperimentato sulla propria pelle l'insufficienza dell'evoluzione umana. Diventa più difficile parlare a quelli che oggi, in un certo senso, stanno ancora lì con i resti del vecchio ordinamento economico, giuridico e spirituale; essi trasportano nell'epoca moderna quello che hanno acquisito, ereditato, o di cui si sono appropriati in altro modo nel vecchio ordinamento. Stanno attaccati sia ai loro beni, sia alle loro rappresentazioni. E diventa loro difficile trovare pratico qualcosa di diverso da quello che rende loro possibile conservare, almeno fino ad un certo grado, ciò che appunto hanno acquisito, ereditato o di cui si sono appropriati in altro modo. A dire il vero, al giorno d'oggi a molte persone, e tanto più a persone del genere, che fanno parte di quest'ultima classe, manca non soltanto la possibilità di cercare la fiducia per arrivare ad una ricostruzione attraverso la fiducia reciproca delle persone, bensì manca loro perfino la fede in questa fiducia, manca loro la fede nel fatto che la ragione di coloro che vogliono capire i grandi impulsi sia vera e sincera. Non voglio fare una critica, voglio solo dire come stanno le cose, però sono cose che rendono così infinitamente impossibile di procedere oggi con quella che è l'unica con la quale si può procedere: con la forza insita nell'essere umano per la comprensione dell'altro essere umano. È infinitamente difficile oggi rendere popolare questo fondamento di tutto il vero socialismo: la comprensione dell'uomo per l'altro uomo. Perché stranamente, nella nostra epoca, in cui la chiamata al socialismo risuona così importante e grande, in quest'epoca ci sono fortissimi istinti antisociali fino nei substrati più profondi dell'anima umana. Perciò succede anche che, essendo le persone offuscate da questi istinti antisociali, al giorno d'oggi in realtà sono solo in pochi a potersi fare delle concezioni sufficienti, corrispondenti alla realtà, veramente pratiche, di quel che ci è necessario per l'ulteriore evoluzione dell'umanità. Ciò che è stato detto nelle conferenze precedenti e di cui dovremo parlare oggi e la prossima volta non è stato tirato giù dal mondo della fantasia, ma è stato tratto dalla vita immediata. Perché molto di quel che vogliono proprio gli impulsi della tripartizione dell'organismo sociale in realtà è sostanzialmente già presente nel desiderio recondito di molte persone e vuole risalire dai profondi sostrati dell'anima alla superficie, vuole lottare per la propria esistenza e solo le istituzioni dell'ordinamento spirituale, giuridico, economico invalso fino ad oggi vogliono reprimerlo. L'attenzione si risveglia con particolare forza di fronte a fenomeni strani, quando si osserva proprio la lotta fra il capitale e la forza lavoro umana che oggi sconvolge il mondo, per esempio il fatto che oggi gli uomini, a causa del loro vecchio ordinamento economico statale, addirittura ostacolano ciò che vuole lottare vigorosamente per il loro stesso bene. Non aspettatevi da me che io cominci dandovi una qualche definizione di capitale e di forza lavoro umana più o meno soddisfacente. Nella realtà non si lotta contro concetti e idee, nella realtà bisogna lottare contro forze e persone. Nella realtà però bisogna anche lottare spesso contro la follia, contro l'inadeguatezza, ecco, contro la cecità. A questo riguardo oggi le cose sono straordinariamente strane. Con questo arrivo al secondo elemento che bisogna prendere in considerazione dopo il fatto social-psicologico della ricerca della fiducia.

Dalla grande massa del proletariato e del pensatore sociale si solleva l'appello, e si solleva già da tempo, per una socializzazione di un qualche tipo dei mezzi di produzione, che ecco in sostanza, per il proletariato, sono la stessa cosa del capitale. Chi si mette in relazione con lo sviluppo delle idee sociali e socialiste del XIX e del XX secolo nel senso in cui l'ho spiegato nelle mie due ultime conferenze, può capire che in questo appello alla socializzazione dei mezzi di produzione c'è qualcosa che corrisponde a quel che è assolutamente giustificato e che si può trovare solo nell'evoluzione moderna dell'uomo. Però chi lascia agire su di sé i fatti, il modo in cui si sono trasformati durante la catastrofe mondiale, non avrà difficoltà a vedere anche come, adesso che le cose, dopo la catastrofe mondiale, cercano con potenza, con forza, di configurarsi, molti di quei pensieri, di quelle opinioni di partito e cose del genere, che sono stati affermati anche da parte socialista sono, diventati insufficienti. Adesso dobbiamo rispondere alle domande: Come possiamo configurare la vita sociale? Qual è la via che ci porta verso quello che è stato riconosciuto come un buono scopo, cioè la socializzazione dei mezzi di produzione? Come giungiamo a idee tali da non indicarci solo l'obiettivo di soddisfare le esigenze dovute al dolore e alle privazioni, ma di aprirci la via per raggiungere tale obiettivo? Questo è quello che la tripartizione dell'organismo sociale si assume come compito, cioè di trovare la via verso un obiettivo che le masse umane più ampie riconoscano come legittimo, che sentano come tale, e che, fino a un certo grado, riescano anche a capire.

Devo sempre di nuovo sottolineare che quello che ho da dire qui non è stato pescato da una qualche smorta teoria, non viene dall'erudizione, ma è sgorgato dalla vita reale e dalle grandi esigenze che essa ha nel presente. Però a volte ci si fanno dei pensieri su come l'evoluzione dei tempi e i pensieri degli uomini si pongano nei confronti di ciò che si è tratto proprio dalla profondità della vita. L'appello alla socializzazione, nella sua forma attuale, proviene proprio da un'importante manifestazione della storia mondiale, dal cosiddetto manifesto comunista del geniale Karl Marx. E in sostanza quel che è stato sperimentato fino ad oggi e quel che verrà ancora sperimentato in termini di impulsi sociali e socialisti saranno rami e germogli di quanto è stato dato nelle sue radici con questo manifesto comunista. Però, stranamente, nello stesso anno in cui è uscito il manifesto comunista è uscito un libro onesto, corrispondente alla realtà. E i pensieri di questo libro sono sorti dall'anima di un uomo che la vita la conosceva, che sarebbe anche stato incline a professarsi già allora socialista, se avesse potuto farlo secondo le sue conoscenze della vita. Si tratta di Bruno Hildebrand, che allora scrisse quel libro apparentemente modesto, ma che è un libro sintomatico, un libro che, in sostanza, bisognerebbe prendere in considerazione: L'economia nazionale del presente e del futuro. Oggi lo cito a mo' di introduzione per un motivo ben preciso. Raccogliendo insieme tutto quel che hanno detto gli oppositori del socialismo a partire dal momento della pubblicazione del manifesto comunista, lo trovate già come in un estratto nell'opera che Bruno Hildebrand scrisse nel 1848. Cosa c'è, in realtà, alla base dell'impulso di questa strana persona? Egli si disse: “Devo immaginare come sarebbe un ordinamento sociale configurato in modo puramente socialista!” In un certo senso si fece l'immagine di un ordinamento sociale di tipo socialista. Se lo avesse ritenuto possibile, dalle sue parole lo si vede benissimo, si sarebbe subito dichiarato favorevole. Ma, date le sue concezioni, non può ritenerlo possibile. Perché? Non perché egli creda che singoli individui, con le cose da loro acquisite, ereditate o ottenute in altro modo, possano mettere i bastoni fra le ruote, ma perché, essendo un pensatore realista, un pensatore veramente pratico, gli diventa chiaro che coloro che vogliono il socialismo, nel modo in cui se lo rappresentano, in brevissimo tempo sarebbero scontenti in un ordinamento socialista siffatto. E perché dovrebbero essere scontenti? Quest'uomo lo dice. Egli mostra che molte delle giuste forze dell'uomo dovrebbero sparire naturalmente, se la società umana venisse strutturata in modo socialista. Egli spiega che proprio nella società socialista è impossibile, a lungo andare, stabilire un rapporto fra il capitale e la forza lavoro. Ora, di fronte ad un simile realistica affermazione ci si trova in una posizione ben strana. Ci si dice: “Ora, però, la necessità storica del socialismo esiste. Il socialismo deve arrivare, e arriva sicuramente. Si dovrebbe volere quel che forse nuocerà, o almeno non porterà beneficio neanche a quelli che vogliono il nuovo ordinamento?” Questa è la domanda che oggi può pesare come un fardello terribile per chi capisce più profondamente l'evoluzione umana. Le forze insite nell'evoluzione umana ci chiamano a qualcosa su cui in realtà non si riesce a far chiarezza con un atteggiamento sedizioso o in modo demagogico, ma solo ed esclusivamente con profonda serietà e col sacro sentimento di responsabilità nei confronti delle rivendicazioni, delle legittime rivendicazioni dell'umanità. Su queste basi sono emerse le questioni che infine hanno portato agli impulsi dell'organismo sociale tripartito. A partire dalla vita reale, quale prospettiva per il futuro c'era la società socialmente articolata. Però, nella lotta, non per parlare semplicemente a partire da illusioni e da esigenze, bensì nella lotta per arrivare a qualcosa che possa veramente giovare all'umanità, si doveva chiedere: “Da che cosa dipende, dunque, che quel che è storicamente necessario, e che deve certamente arrivare, possa apparire al tempo stesso come qualcosa che disturba l'umanità nelle sue forze più nobili?” Una persona responsabile non può andare in confusione riguardo alla necessità di una struttura sociale dell'ordinamento sociale per un pensiero del genere. Può invece sentirsi spinta a cercare un modo per giungere ad un risanamento anziché alla disgrazia, un modo che consenta alla libera natura umana di dispiegarsi da ogni lato, facendo sì che nella necessità storica non debba vivere un'umanità prosciugata, atrofizzata nella propria interiorità. Questo spinge a studiare in modo più preciso, in un modo conforme alla vita, questo organismo sociale. E qui si vede che, se si volesse semplicemente trasporre il vecchio ordinamento sociale, il vecchio contenuto dello Stato, nel nuovo ordinamento sociale, se si continuasse a spingere il vecchio Stato unitario nel nuovo ordinamento sociale, allora succederebbe quello che dicono appunto gli oppositori del socialismo, se sono oppositori di buona volontà. L'immagine offuscata si rischiara subito quando ci si accorge che prima bisogna estrarre il settore giuridico, o statale, o politico vero e proprio e il settore della cultura spirituale umana dall'organismo economico nel quale ci siamo addentrati sempre più rendendo l'organismo statale e quello spirituale servi dell'organismo economico. Lasciandoli lì dentro si continua a veleggiare ipnotizzati dall'idolo dello «Stato unitario» e, se si vuole socializzare, allora invalgono le obiezioni. Tagliando fuori dalla vita economica, nella quale la cultura umana moderna si è concentrata sempre più, da una parte la vita giuridica o politica o statale e dall'altra parte la vita spirituale, nel circuito economico ormai libero rimane la possibilità di socializzare in modo sano. E al tempo stesso risulta la possibilità di socializzare in modo sano anche negli altri due settori. Ho voluto richiamare l'attenzione su questo aspetto per il semplice motivo che oggi, quando si parla di queste cose, le persone credono facilmente che quello che viene detto, in un certo senso, sia venuto come un'idea durante la notte. Quel che si intende per organismo sociale tripartito non è un'idea del genere. È qualcosa che è nato vivendo inseriti nella realtà sociale. Perché soltanto avendo la visione dell'organismo sociale tripartito che vi è stata descritta ultimamente, e anche prima, si ha la possibilità di gettare le giuste luci su questi impulsi della moderna evoluzione dell'umanità e sulla loro elaborazione nel presente e nel futuro, luci necessarie per il capitale e per la forza lavoro umana. Nella confusione e nell'ingiustizia dell'epoca moderna hanno preso forma delle concezioni che in realtà non indicano sempre gli scopi giusti. Per esempio si può dire che coloro che hanno riflettuto per sostenere l'evoluzione umana in realtà hanno espresso i pensieri più curiosi su come considerano il capitale e i suoi effetti. C'è un economista nazionale, Roscher, che inserisce lo Stato nel capitale; c'è un economista nazionale, Thünen, che inserisce l'uomo nel capitale, e potrei farvi una lunga lista che vi dimostrerebbe come le persone vedono il mondo economico facendosi le rappresentazioni più strambe su quel che agisce nella vita economica. Perciò, forse, per fare maggiore chiarezza su quel che in realtà oggi muove e scompiglia l'umanità, è meglio indicare dove siano, in realtà, gli impulsi fondamentali della lotta sfrenata fra capitale e forza lavoro umana, piuttosto che avvalerci delle rappresentazioni di queste persone e forse anche delle rappresentazioni che possiamo farci da soli. Qui per prima cosa possiamo indicare, direi, il credo da una parte e il credo dall'altra parte. Perché, sostanzialmente, ci sono due professioni di fede economica che si pongono l'una di fronte all'altra.

Che cosa crede, in realtà, il capitalista? Il capitalista crede di vivere del suo capitale, oppure, se si occupa di economia, crede di vivere degli interessi di questo suo capitale. Ora, questo è quel che crede. Non pensa molto su questo suo credo, perché non sospetta nemmeno che nessuno può vivere di capitali e di interessi. E non sospetta nemmeno che in una certa misura sia anche giustificato il fatto che un economista molto importante, che in via eccezionale è perfino diventato ministro prussiano, abbia affermato che il capitale sia la quinta ruota del carro dell'economia. Bisogna veramente tener presente che cosa significa. Non significa niente di meno che questo: la società umana, in realtà, non ha bisogno di quello che oggi viene considerato il capitale. In realtà, però, questo capitale nutre molte persone, moltissime persone. Queste persone vengono tutte nutrite dalla quinta ruota del carro dell'economia, vale a dire si nutrono in un modo tale per cui se non si nutrissero il carro dell'economia partirebbe comunque, solo che loro dovrebbero fare qualcosa di diverso dal nutrirsi del capitale, cioè dovrebbero lavorare. Vedete, questo fa luce sul credo del capitalista. È difficile lottare contro questo credo, come è sempre straordinariamente difficile lottare contro le professioni di fede, per il semplice motivo che le professioni di fede sono intimamente connesse con la natura umana. E potete dirlo quanto volete, al capitalista: “Con il tuo capitale non nasce la vita, finché il tuo capitale non si trasforma, grazie all'ordinamento sociale, in un potere, nel potere che tu grazie al tuo capitale hai sugli altri uomini, che lavorano e che col loro lavoro ti procurano il sostentamento”. Chi osserva queste cose fino in fondo si accorge che il capitale ha un significato solo se lo si osserva dal punto di vista di questa questione del potere. Questo, per quanto riguarda la professione di fede del capitalista.

Ora, la professione di fede dell'operaio, per lo meno dell'operaio che si è sviluppato nell'epoca moderna nel capitalismo che gli prosciuga l'anima, questa professione di fede suona così: “Io vivo del mio lavoro!” Nell'ordinamento sociale attuale è anche questo soltanto un credo, è un credo ingiustificato, che si possa vivere del proprio lavoro, così come è un credo ingiustificato che si possa vivere di un qualche capitale, anche se il credo che si possa vivere del proprio lavoro, almeno entro certi limiti, è più giusto. Solo che non è del tutto giusto all'interno del nostro ordinamento sociale. Infatti, all'interno del nostro ordinamento sociale che poggia sulla divisione del lavoro, per poter vivere di questo lavoro è necessaria una triplice attività dell'uomo, derivante dalla cultura spirituale dell'epoca nel senso più ampio. Per prima cosa è necessaria l'attività inventiva, che porta ai mezzi di produzione, e in secondo luogo l'attività organizzativa, che porta all'armonizzazione fra i mezzi di produzione e il lavoro umano, e in terzo luogo è necessaria l'attività speculativa, che porta alla valorizzazione di ciò che viene prodotto col supporto del lavoro ai mezzi di produzione, alla trasmissione dei prodotti alle relative parti della società umana. Senza questa triplice attività spirituale, il lavoro nell'organismo sociale, che poggia sulla divisione del lavoro, è qualcosa di sterile.

Però, così, fin dall'inizio si viene richiamati a quel che, come ho già detto, in un certo modo fa luce su ciò che oggi è necessario. Si deve soltanto vedere nella giusta luce che cosa c'è. La società attuale lavora sotto l'influsso del capitale. Il lavoratore ha un sentimento del tutto giusto, quando vede l'elemento essenziale del capitale nei mezzi di produzione, cioè in quel che deve essere creato per mezzo del lavoro umano e che non porta direttamente al consumo, che quindi non è direttamente un articolo di consumo, ma serve alla produzione di ciò che soddisfa il fabbisogno e il consumo. Il socialismo vuole inserire questi mezzi di produzione in un ordinamento sociale diverso da quello in cui essi sono stati prodotti sotto l'influsso dell'ordinamento economico capitalista dell'epoca moderna. Ora, stranamente, si può dire che si vede che, in un certo modo, i mezzi di produzione sono qualcosa di a sé stante, che possono essere separati dalle persone. Si pensi solo come, nelle forme economiche più vecchie, quel che serviva all'artigiano per produrre si basava sulle sue qualità umane. E ora si faccia un paragone con tutto quello che oggi si produce in grande con i mezzi di produzione moderni in grande stile. Si pensi come, in un certo senso, questo si possa separare, come bene materiale, dall'individualità umana. Sappiamo bene che quando si vende una certa quantità di mezzi di produzione che costituiscono un'azienda (un uomo o una società per azioni possono venderli ad un altro uomo, ad un'altra società per azioni, e forse l'unica cosa che essi hanno a che fare con questi mezzi di produzione è che ne ricavano il loro guadagno, il loro profitto) si rivela che in grandissima parte c'è una separazione dei mezzi di produzione dal proprietario. Qui la realtà ci dà qualcosa che in futuro dovrà essere corrispondentemente ribaltato nel suo contrario, e così arriveremo ad una vera socializzazione dei mezzi di produzione. Nel mio libro I punti essenziali della questione sociale nelle necessità della vita del presente e del futuro ho cercato di indicare una cosa del genere.

Bisogna raggiungere due cose. La prima è che si instauri uno stretto legame fra i dirigenti di un'azienda che dispongono dei mezzi di produzione e i mezzi di produzione stessi. È necessario che il dirigente o il consorzio di dirigenti intervenga nell'azienda e vi partecipi attraverso i mezzi di produzione col suo lavoro spirituale, sia che tratti di progettare, di calcolare, o di avere inventiva. Ad un consorzio del genere, che grazie a tutto il suo talento spirituale, alle sue capacità spirituali, è legato ai mezzi di produzione di una determinata azienda, i lavoratori manuali che devono lavorare con questi mezzi di produzione devono dare la massima fiducia. In futuro l'artigiano, quello che lavora con le mani, e quello che non trae profitto dai mezzi di produzione, ma che grazie alle sue capacità spirituali, al proprio lavoro spirituale, che ha impiegato per un certo tipo di mezzi di produzione, per un certo tipo di azienda, è l'unico ad essere giustificato a dirigere quest'azienda, questi mezzi di produzione, dovranno trovarsi a l'uno di fronte all'altro. Però questo dirigente d'azienda deve dirigere i mezzi di produzione solo finché sia in grado di giustificare questa sua direzione in quanto è legato a questi mezzi di produzione, perché è cresciuto insieme a questi mezzi di produzione. Qui però si tocca un punto che lascia sbigottiti coloro che non possono fare a meno di pensare che continuerà a sopravvivere almeno l'essenza del vecchio [sistema]. E tuttavia, quando arriva il momento in cui qualcuno che, per le sue capacità, era concresciuto con una certa somma di mezzi di produzione smette di concrescervi, l'organismo sociale deve assumersi l'impegno di passare questi mezzi di produzione ad un'altra persona o ad un altro gruppo di persone senza che ci sia una vendita. Ciò non significa niente popodimeno che in futuro ci sarà una congiunzione di (che noi lo chiamiamo capitale o come altro vogliamo) di capitale e di capacità umane senza vendita. Il capitale, allora, sarà soltanto ciò che serve per condurre grosse aziende. In futuro il capitale si formerà grazie ad un uomo capace per una determinata azienda. Questo capitale ora si formerà grazie alla fiducia che altri uomini hanno nei suoi confronti, uomini che gli daranno quanto presteranno come lavoro straordinario oltre il proprio fabbisogno. Egli sarà in condizione, in un certo senso su incarico di un gruppo che ha fiducia in lui, il che però significa nella collettività dell'organismo sociale, sarà in condizione di costruire un'azienda come quella che oggi si può costruire solo sul capitale privato e sull'utilizzo del capitale privato. Allora però, quando l'impresa sarà stata costruita, decadrà qualcosa contro la quale oggi, in realtà, il lavoro lotta: decadrà la proprietà dei mezzi di produzione. Quando sarà stata portata a termine la costruzione dei mezzi di produzione, l'operaio con il suo salario e quello che sarà il direttore tecnico o comunque spirituale dell'azienda staranno l'uno di fronte all'altro. I mezzi di produzione non apparterranno a nessuno, la proprietà dei mezzi di produzione cesserà. E nel momento in cui la collaborazione dell'azienda con questo dirigente non sarà più giustificata dalle specifiche capacità del dirigente, il dirigente sarà costretto a trasferire i mezzi di produzione ad un altro consorzio, ad un altro gruppo di persone. Direttamente o indirettamente! In tal modo si raggiungerà per il futuro quella che io devo chiamare la circolazione del capitale e la cessazione della proprietà privata del capitale! Il capitale verrà incorporato in maniera sana nell'organismo sociale socializzato. In questo ordinamento sociale circolerà come il sangue circola nell'organismo umano o animale, dove non può essere preteso unilateralmente da un organo, ma deve circolare attraverso tutti gli organi. Libera circolazione del capitale! Ecco quello che si deve realmente pretendere per il futuro. Solo in un organismo sociale siffatto, in cui il capitale circola liberamente, è anche possibile la vera libertà del lavoro. Infatti, come la proprietà privata di capitali, di fatto, rispetto alle funzioni sociali, è la quinta ruota del carro, così, come controparte del capitale, sotto il dominio del capitalismo la forza lavoro umana è giunta ad una situazione senza sbocco. Quello che è necessario per il risanamento della società umana si raggiunge attraverso la circolazione del capitale, che nessuno possiede. Ciò che oggi viene liquidato viene tratto dai mezzi di produzione, ciò che le persone, nei titoli ipotecari o nelle obbligazioni e così via, chiamano il loro capitale o la loro rendita, è assolutamente non necessario nel reale processo dell'evoluzione umana dell'ordinamento sociale. È stato sottratto a questo ordinamento sociale, e questo pone gli uomini stessi che lo sottraggono al di fuori di tale ordinamento sociale, li rende più o meno dei parassiti, quelli che generano le grandi forze dell'insoddisfazione all'interno dell'organizzazione sociale. Ovviamente alcuni troveranno tutto quello che ho appena detto sulla circolazione del capitale massimamente non pratico. Ci credo. Ma trovarlo non pratico in questo caso non significa nient'altro che non volersi staccare da quella che è la quinta ruota del carro dell'ordinamento economico, cioè essersi abituati a trovare pratico solo quello che si è dimostrato pratico per se stessi, per l'egoismo. Però, per il futuro, l'uomo dovrà dedicarsi all'organismo sociale con tutto se stesso. Non basterà che le persone si siedano nella propria cameretta a fantasticare sull'amore per il prossimo, sulla fratellanza, ritenendosi proprio buone, e poi stacchino assegni che possono staccare solo perché nelle miniere, nelle fabbriche, ci sono persone che vivono nella miseria lavorando per loro, perché loro possano fare del bene predicando sull'amore fra gli uomini, sull'amore per il prossimo e sulla fratellanza. Questo parlare, questo modo di essere buoni, deve finire. Adesso il mondo vuole organizzare la società umana in modo che corrisponda veramente a quel che l'essere buoni richiede.

Quel che è sorto sotto il moderno capitalismo, quel che si è sviluppato sempre di più, quel che oggi, in un certo senso, è giunto all'apice della propria coscienza, e precisamente della coscienza di classe, è il gruppo sociale di persone che per ora, in quanto gruppo sociale, in sostanza consiste solo della popolazione che lavora con le mani, del proletariato. Cosa c'è da adempiere riguardo a questo gruppo sociale? Ora, questo gruppo sociale, in un certo senso, ha esercitato l'auto-aiuto, ha anche estorto per sé parecchie cose che ha strappato con la forza allo Stato a conduzione capitalista, all'ordinamento economico puramente capitalista ecc. Le cooperative, i sindacati, sono sorti per l'organizzazione dei gruppi sociali (all'inizio erano masse di operai anarchici, non per il principio, ma anarchici innanzitutto per il raggruppamento). Ma finché eravamo nel vecchio ordinamento economico, questi tentativi di organizzazione non sono riusciti a raggiungere alcun giusto obiettivo. Nonostante tutti gli elogi alla protezione dell'operaio, all'assicurazione dell'operaio, perfino alla protezione internazionale dell'operaio, ecc., tutte queste cose non sono state capaci di organizzare in modo veramente consono quei gruppi sociali che vivono in quanto popolazione proletaria. Perché in tutti questi tentativi di organizzazione è rimasto indietro qualcosa, è rimasto indietro il capitale che vi stava di fronte e i suoi rappresentanti. E così è stata avviata quella che era e che è ancor oggi nient'altro che la lotta fra una classe sociale, i sostenitori del capitalismo, e l'altra classe sociale, il proletariato. Lotta, concorrenza, ecco cosa ne è venuto fuori. E perché con questa lotta, con questa concorrenza, siamo arrivati al punto che l'operaio, organizzato in sindacato, deve strappare con la forza il suo aumento di stipendio o qualcos'altro a chi ha il capitale, questo lo abbiamo visto. Quel che il proletariato sente al giorno d'oggi mette in evidenza quanto poco le richieste del proletariato siano state soddisfatte dall'organizzazione che c'è stata finora.

Nelle conferenze precedenti ho già indicato quale sia il punto principale. Si potrebbe dire che ci sono due punti principali, in tutto il socialismo, che si trovano in due esigenze alle quali se ne aggiunge poi come da sé, come un'ovvia conseguenza, una terza. Il primo consiste nell'esigenza della quale abbiamo parlato oggi trattando del capitale, nell'esigenza che in futuro il capitale fluito nei mezzi di produzione non possa più essere proprietà. Il capitale perderà il suo carattere di proprietà. In secondo luogo, in futuro il lavoro non potrà più essere merce, cioè nella società socialista o sociale futura, nell'organismo sociale sano, cesserà il rapporto di salariato. Il lavoro o la forza lavoro non potrà più essere una merce. Chi lavora con le mani produrrà come socio insieme al lavoratore spirituale nel modo già caratterizzato. Non ci sarà alcun contratto di lavoro, ci sarà solo un contratto sulla spartizione delle prestazioni. Questo lo si può raggiungere solo se l'operaio si pone di fronte al dirigente come un uomo pienamente libero, cioè se è in condizione di stabilire in un ambito totalmente diverso da quello dell'ordinamento economico la misura, il tempo, la modalità della propria forza lavoro, se può disporre liberamente di sé in quanto uomo intero prima di entrare in un rapporto contrattuale. So che le persone antiquate di oggi non riescono a pensare a quanto è stato detto come a qualcosa di pratico. Solo che, cinquant'anni fa, non si riusciva a ritenere pratico qualcosa che poi, nei cinquant'anni che sono seguiti, è diventato pratico. L'operaio entra nel contratto di lavoro da uomo libero, che può dire: “Dato che posso stabilire il carattere della mia forza lavoro in un ambito indipendente dalla vita economica, adesso ti vengo incontro e lavoro così, come è regolata la mia forza lavoro, insieme a te. Ciò che produciamo è sottoposto ad un contratto di spartizione con te!” Vedete, per questo è necessario che in futuro lo Stato vero e proprio, l'ambito giuridico sociale vero e proprio, venga separato dall'ambito economico. Avvenendo questo, si sarà anche in condizione di regolare veramente in modo indipendente dalla vita economica tutto ciò che può essere regolato in ambito democratico come diritto. La vita economica stessa può essere organizzata solo a partire dall'esperienza e dai reali fondamenti di questa vita economica stessa. Ma la forza lavoro può essere già organizzata quando l'operaio entra nella vita economica. Poi, essendo così, in futuro ci sarà da una parte il capitale in circolo, i mezzi di produzione in circolo, che così non saranno una proprietà dell'uomo, ma in realtà saranno a disposizione per l'uso generale, e che potranno sempre arrivare agli uomini più capaci con l'organizzazione che ho appunto descritto. Poi, dall'altra parte, ci sarà la libertà dell'uomo, non solo rispetto ad ogni genere di beni ideali, che però oggi il lavoratore manuale non può ritenere suoi, ma soprattutto riguardo alla forza lavoro umana. Allora la vita economica sarà sgravata dal rapporto salariale, perché nella vita economica ci saranno solo beni, o chiamiamoli anche merci. Allora quelli che oggi sono il capitale, il salario e il mercato si affronteranno diversamente. Allora, come avete visto, il capitale sarà decaduto, altrettanto il salario, perché ci sarà il lavoro che il lavoratore compie insieme al dirigente. Il concetto di salario smette di avere un senso. Ma anche quello che oggi è il mercato assumerà un'altra forma.

Oggi il mercato, anche se è già organizzato in molti piccoli dettagli, è ancora un qualcosa di anarchico. Il mercato regola i valori reciproci delle merci, e questa è l'unica cosa che in futuro dovrà restare, nella vita economica, perché la forza lavoro umana ha un valore che non è paragonabile a niente, non deve assere annoverato fra i valori economici. Quello che ci sarà in termini di valore economico saranno i valori relativi fra le merci. Nella situazione descritta sarà possibile che le merci abbiano questi valori comparativi, che daranno a quanti più uomini possibile, cioè a tutti gli uomini che lavorano, una condizione di vita il più possibile adeguata allo stato di agiatezza generale, non allo stato di agiatezza di gruppo. Questo può succedere solo se il mercato smette di essere quello che è oggi, solo se viene completamente organizzato, se i valori delle merci, che non dipendono dalla situazione anarchica di domanda e offerta, ma si orientano al fabbisogno umano ben stabilito attraverso l'esperienza, vengono stabiliti sulla base delle più vaste esperienze economiche, del calcolo di quelle che sono le diverse basi economiche. Questo potrà essere raggiunto solo se questa vita economica, il mercato, o per meglio dire i mercati, vengono trasformati in associazioni, in cooperative ecc. Questo impianto cooperativo, questa struttura non solo basata su cooperative come quelle che si è già tentato di fare, ma la formazione dell'intera vita economica a struttura cooperativa, sarà possibile solo se grazie alle esperienze della vita economica si acquisirà una conoscenza intuitiva del rapporto fra produttori e consumatori. A questo riguardo è già stato tentato qualcosa. Lo potete trovare, per esempio, nell'impegno di Sidney Webb, dove nelle cooperative viene compiuto qualcosa di eccellente, per quanto si possa compiere qualcosa di eccellente all'interno dell'ordinamento economico attuale, che è ancora estraneo a queste cooperative. Ma se l'ordinamento economico viene trasformato nel modo indicato, allora si tratta di far funzionare la strutturazione cooperativa non secondo le esigenze soggettive, ma secondo quanto risulta dalla struttura economica stessa. A questo proposito, per farvi vedere che le cose non sono appese alle nuvole, vorrei fare una certa osservazione. Ovviamente, per chi tiene in considerazione il carattere associativo della vita economica descritto nel mio libro I punti essenziali della questione sociale, si pone la domanda: “Come possiamo, per esempio, limitare le cooperative?” Volendole limitare volontariamente o in qualche altro modo estraneo alla vita economica, risulteranno sempre formazioni sbagliate dei prezzi e di conseguenza influenze sbagliate sulle condizioni di vita delle persone. Ora, c'è una legge ben precisa che, basandosi sulla realtà, può portare alla costruzione di una struttura cooperativa. Se considerate le due correnti della vita economica, la produzione e il consumo, potete dapprima immaginarvi cooperative di consumo in cui si uniscono quelle persone che vogliono comprare in modo economico, in modo da sfruttare tutto ciò che si può sfruttare per l'acquisto unendo i consumatori. Dall'altra parte si possono unire i produttori, questo è successo proprio fino alla stupidità all'interno del nostro ordinamento economico, qui risultano poi le cooperative di produzione. Ora, i due tipi di cooperative hanno tendenze totalmente diverse. Chi studia le cooperative di consumo vede che le cooperative di consumo hanno tutto l'interesse innanzitutto a comprare al minor prezzo possibile e poi ad avere il maggior numero possibile di persone nelle loro fila. Non si oppongono mai all'estensione della loro cooperativa, se hanno in vista il loro reale interesse. La caratteristica polarmente opposta ce l'hanno le cooperative di produzione. I soci temeranno la concorrenza, se si ingrandiscono, ed esse hanno tutto l'interesse a vendere al prezzo più alto possibile. Questo vi indica che in futuro il risanamento potrà consistere solo nell'unione di uomini con gli interessi del consumo e della produzione, in cooperative di consumo-produzione e di produzione-consumo, dove non solo il consumo regolerà la produzione, ma perfino la grandezza della cooperativa sarà regolata dal fatto che il consumo ha la tendenza a rendere la cooperativa più grande possibile, cioè ad ampliarla, ad estenderla – la produzione ha la tendenza a dare dei limiti alla cooperativa. Qui la struttura sociale viene creata a partire dalla cosa stessa, dalla realtà. Potrei citarvi innumerevoli casi che vi consentirebbero di vedere che chi è in condizione di pensare in modo corrispondente alla realtà, chi vuole realmente avere in testa idee pratiche, nei tentativi che sono già presenti nella realtà ci sono già le basi per una vera, giusta socializzazione sana per gli uomini.

Ma tutto ciò che vi ho detto presuppone la vera tripartizione dell'organismo sociale. Di capitalisti nel senso attuale, che nascono solo dalla vita economica, non ce ne saranno. Devono esserci uomini che crescono sulla base della vita spirituale libera, come l'ho caratterizzata nelle conferenze precedenti, la quale non produrrà prodotti spirituali estranei alla vita, astratti, ma dischiuderà un patrimonio spirituale che sicuramente, da un lato, ascenderà alle altezze spirituali più elevate, e dall'altro formerà l'uomo come un uomo veramente pratico. A tutti i livelli della vita spirituale non si formeranno persone estranee alla vita, persone che sanno e basta, ma uomini che sanno pensare, che sanno pianificare. Ci sarà un circolo, nei limiti che oggi ho già indicato, all'interno del quale (come ho spiegato nel mio libro) i centri amministrativi delle organizzazioni spirituali eleveranno le loro persone più capaci alla vita economica e la vita economica eleverà le sue persone alle organizzazioni spirituali, affinché vi approfondiscano ulteriormente ciò che hanno maturato in termini di esperienze fatte nella vita economica oppure, come insegnanti, istruiscano le giovani leve nella vita economica. Ci sarà un circolo vivente, messo in atto dall'uomo stesso, fra le tre parti dell'organismo sociale. L'organismo tripartito non si spaccherà in tre settori che stanno l'uno accanto all'altro. L'uomo, che vivrà in tutti e tre i settori, diventerà l'unità vivente. L'uomo con i suoi interessi sociali e le sue forze sociali in futuro costituirà quel che sta alla base di tutta la vita. Dall'uomo dipenderanno molte più cose di adesso, quando uno Stato unitario suddivide ancora l'umanità in classi e in ceti, e non lascia che gli uomini siano interamente e pienamente uomini.

Oggi si crede ancora che avendo, da qualche parte, una costituzione si sia già ottenuto molto. In futuro si capirà che una costituzione non è nulla, se mancano le persone che, nella loro vivacità, abbiano le forze di redigersi l'un l'altro, se posso esprimermi così. È questo l'importante, che si capisca quel che recentemente ho già spiegato così: Gladstone, lo statista inglese, una volta disse che la costituzione più vantaggiosa ce l'avrebbe lo Stato libero nordamericano. Un altro inglese, che mi sembra più arguto di Gladstone, gli rispose: “Ma questi nord-americani (questo era appunto il suo parere) potrebbero avere una costituzione di gran lunga peggiore, perfino una costituzione ridicola, sono persone che farebbero le stesse cose sia con una buona costituzione, sia con una cattiva costituzione!” Quello che bisogna raggiungere è di mettere l'umano al posto di ciò che è separato dall'uomo. Da una vivace vita spirituale verranno fuori i vivaci dirigenti delle aziende. Il capitale decade! L'operaio libero starà accanto a questi vivaci dirigenti da uomo intero. Ponendosi la domanda: “L'ordinamento sociale mi dà la mia dignità umana?” potrà rispondersi di sì. E un mercato che non sia anarchico, ma organizzato, sarà in grado di provocare un corretto aggiustamento del valore delle merci. Su tutte queste cose ci sono molti singoli dettagli da esporre. Oggi potrei solo accennarvi, e voi potreste porre molte domande.

So che alcune delle cose che ho detto oggi non possono ancora essere capite fino in fondo. Venerdì prossimo parleremo dei dettagli, delle prove e di ulteriori cose che vi mostreranno che qui non si tratta di qualcosa che viene buttato nel mondo a cuor leggero, ma di qualcosa che dovrà portare quel che giustamente si rivendica con l'appello alla socializzazione. Quello che viene giustamente richiesto, ma che forse non viene ancora riconosciuto con piena chiarezza da chi lo richiede. Ciò che viene dato con la tripartizione dell'organismo sociale non dovrebbe essere qualcosa di simile alla descrizione di una casa. Per quanto bella sia la descrizione di una casa, si può obiettare che, per quanto sia bella, la descrizione di una casa non serve proprio a niente, la casa va realizzata. Ma c'è una differenza fra la bella descrizione di una casa e un progetto. E tutto quel che viene dato in termini di impulsi per la tripartizione dell'organismo sociale vuole essere un progetto. Per quanto oggi lo si possa ancora fraintendere così tanto, sarà la sola e unica cosa che potrà tirar fuori l'umanità dal caos e dai disordini nei quali essa è stata trascinata. So che oggi mi si può ancora fraintendere. Alcuni dicono che qui vogliamo dar vita ad un nuovo partito. Non si tratta neanche lontanissimamente di formare un nuovo partito. L'importante, qui, è quel che deriva dall'evoluzione umana stessa, che non ha nulla a che vedere con la formazione di un qualche partito. E chi, qui, vuole trovare all'interno dell'evoluzione umana quel che è l'epoca stessa ad esigere si espone anche al malinteso di coloro che, volendo fraintenderlo o forse fraintendendolo in buona fede, credono che egli voglia qualcosa di personale. Infatti sa che, poiché le persone hanno dei pregiudizi e si sentono prevenute, non è tanto facile inserire nell'evoluzione umana ciò a cui si aspira in modo impersonale. Però oggi viviamo in un'epoca, soprattutto qui in Europa centrale, nella quale dobbiamo fare attenzione ciò che è stato causato dalle ultime aberrazioni del vecchio lavoro concorrenziale capitalista. E noi, nell'Europa centrale, sperimentiamo in modo particolarmente doloroso le conseguenze di quel che le cerchie dominanti, le cerchie finora dominanti, hanno scaricato sull'umanità. Lo sperimentiamo nel dolore e nella sofferenza, lo sperimentiamo in questi giorni con l'anima che sanguina. Possiamo dire che si mostrano chiaramente giorni di prove. In giorni del genere è lecito sperare, è lecito credere, che di fronte ad esperienze insolite vengano anche capiti pensieri insoliti e che, affrontando questo grande dolore, si trovi anche il grande coraggio non per una piccola rivincita, ma per una grande rivincita. Perciò anche in questi giorni pieni di dolore io credo (e voglio anche dirlo) che attraverso il dolore, la sofferenza e le prove troveremo il coraggio, l'audacia, la comprensione per una ricostruzione. La ricostruzione non deve avvenire solo trasformando le vecchie istituzioni, bensì trasformando tutto il nostro pensare, tutte le nostre abitudini di sentimento, trasformandoci totalmente nella nostra interiorità.

Conclusione dopo il dibattito

Stimatissimi convenuti! Le parole del secondo signore che è intervenuto, anche se io sono convinto che egli stesso non sappia affatto come sia giunto alle proprie affermazioni e anche se non voglio negare nella benché minima misura la sua buona volontà, mi danno l'impressione che egli abbia capovolto di volta in volta e pezzo per pezzo quello che ho detto io, a volte per un quarto, a volte per metà, a volte perfino del tutto, e che poi abbia fatto una polemica contro le sue stesse affermazioni, che ci abbia litigato, per giungere infine a qualcosa che non aveva più assolutamente a che fare con quello che mi avete sentito dire sia oggi che ieri. Succede molto spesso che ci si crei la possibilità della discussione con queste premesse, e così vorrei dire solo qualcosina a proposito di questo modo di discutere forse del tutto inconscio. Per esempio il signore che è intervenuto ha ricamato più volte sull'idea che io avrei sostenuto la tirannia o il predominio di coloro che sono spiritualmente dotati. Da che cosa ha dedotto che quello che ho spiegato avrebbe come conseguenza il predominio di coloro che sono spiritualmente dotati? Ora, io non so se il signore che è intervenuto abbia ascoltato anche quello che ho detto qui recentemente, o se sappia che cosa c'è scritto nel mio libro. Altrimenti saprebbe che gli impulsi dei quali parlo si basano proprio sul fatto che tutti i talenti umani vadano ad inserirsi nella posizione sociale corrispondente. Si tratta proprio di suddividere l'organismo sociale in modo tale da non dare la priorità ad un unico talento, ma da rendere possibile ad ogni singolo talento di andare nel suo giusto posto. Questo non si può raggiungere per nessun'altra via che selezionando e sviluppando fino in fondo i diversi talenti, dove ci si intende di talenti, dove i talenti possono essere gestiti nel modo giusto. L'organismo spirituale dovrà considerare suo compito principale quello di sviluppare i talenti. Legga attentamente il mio libro. Non aggiunga nulla a quello che dico, ma prenda le cose così come io le dico veramente, e vedrà che nell'ambito della vita spirituale non vengono sviluppati solo i talenti spirituali, ma tutti i talenti fino a quello più fisico. Lo scopo dell'organismo spirituale non è quello di creare un'aristocrazia spirituale, ma quello di sviluppare veramente tutti i talenti. A prescindere dal fatto che la volta scorsa ho richiamato l'attenzione sul fatto che un talento spirituale non può realmente esistere nella realtà senza offrire al tempo stesso la possibilità, se necessario, di sviluppare un talento manuale. In breve, il signore che è intervenuto non si è affatto preso la briga di andare oltre le abitudini di pensiero invalse fino ad oggi, e di darsi veramente da fare per avere la volontà di cambiare modo di pensare, ma, secondo quella che finora è stata la consuetudine, ha criticato qualcosa che vuole consapevolmente andare oltre a quella che finora è stata la consuetudine. Però questa mi pare essere la prima cosa da superare. Le persone che, pur avendo buona volontà, non si danno la pena di rendersi conto di quel che dice e vuole l'altro sono proprio quelle che ci hanno trascinati nella situazione attuale. E per quanto mi sia penoso, tuttavia devo dirlo: nel signore che è intervenuto riesco a vedere solo una di quelle persone che non vogliono lasciarci uscire dal caos. Prima della grande catastrofe mondiale per me si potevano capire persone così, perché allora la grande prova e le grandi domande non erano ancora arrivate. Ma oggi veramente non dovremmo volere fermare il corso dell'evoluzione con la nostra testardaggine. Questo è quello che mi rende così apprensivo, quando le persone presentano tutti i vecchi concetti schematici e vogliono perfino innervosire, dicendo che l'altro sia un anarchico del pensiero o altro del genere, non ho capito l'aggettivo. Sono cose che possono innervosire parecchio. A tutto questo bisogna contrapporre quello che può veramente nascere da quanto detto. È un'illusione, che la tripartizione provochi quello che ha detto il signore che è intervenuto, ma leggete il mio libro, e vedrete che qui sono presi tutti i provvedimenti possibili, se posso esprimermi così, affinché proprio quel che pare debba succedere non possa affatto succedere. Per esempio, il signore che è intervenuto ha affermato che sorgono gli interessi contrari delle professioni. Questa è un'ovvietà. Ma proprio grazie alla separazione della vita spirituale, grazie alla separazione della vita giuridica, questo viene annullato. Oggi vi ho trattenuti a lungo con questo, per farvi una specie di introduzione: se si realizza il socialismo lasciando nell'organismo sociale tutto ciò che provoca quel che ho descritto, allora si verifica questo. Certamente, nell'organismo sociale che si immagina il signore che è intervenuto, questo vi sarebbe incluso. Nella tripartizione proprio quello che egli vuole includere nell'ordinamento economico viene tolto dall'ordinamento economico. Anche se il signore che è intervenuto dice di essere favorevole al sistema del consiglio, mi sembra sostenere lo stesso modo di pensare di un consigliere di corte che una volta mi ha mosso un'obiezione simile non a partire dal sistema del consiglio popolare, ma dal sistema del consiglio di corte. La cosa non ha nemmeno quell'aspetto della politica estera dipinto dal signore che è intervenuto, bensì una totalmente diversa. L'unico risanamento della situazione in cui ci troviamo in merito alla politica estera, che ci ha trascinati in questa catastrofe, (ovviamente in una conferenza non posso parlare di tutto) si è dovuta presentare parlando delle cose della politica estera. La prima cosa che eliminiamo con l'organismo sociale tripartito, anche se esso viene introdotto solo da uno Stato e non negli Stati confinanti, che conservano ancora il vecchio ordinamento capitalista, è il gioco di interessi che c'è stato finora. È proprio questa la caratteristica, il fatto che ogni Stato può introdurre la tripartizione di per sé, del tutto indifferentemente dal fatto che gli altri rimangano col vecchio sistema, e che per esempio attraverso quel gioco di interessi, che sarà del tutto diverso da com'è stato finora, se gli interessi economici solo per sé in quanto interessi economici agiscono anche oltre i confini, che allora possano essere rimossi quei motivi di conflitto che hanno portato alle guerre che tecnicamente vengono chiamate guerre per le materie prime. Ora, il consigliere di corte che mi ha mosso questa obiezione, mi ha detto: “Certo, finora una grande parte della guerra è stata la guerra delle materie prime, se si realizza il Suo sistema, non ci saranno più guerre per le materie prime, perciò il Suo sistema contraddice la realtà”. Gli dovetti dire: “Se lo avesse detto per conferma, lo capirei; che Lei lo dica come obiezione è strano”. Così devo dire: L'unico appoggio di fronte a quello stato d'animo che è presente da parte dell'Intesa consiste nel fatto che noi spezziamo questo stato d'animo, questo sfavore, in tre parti. Questo è quello che questa tripartizione porterebbe in questo ambito per la politica estera del momento. Consiglierei al signore che è intervenuto, proprio a partire da un punto di vista più elevato da quello del consigliere di corte, di studiare la politica estera che deriva dalla tripartizione, così potrebbe risparmiarsi di definire in modo assolutamente inutile se l'organismo tripartito sia anarchico o cose del genere. Potrebbe capire quanto è vero quello che appunto posso esprimere solo a mezzo di un paragone, l'ho già accennato qui, i fanatici dell'unitarietà assomigliano appunto a persone alle quali si deve dire: una famiglia di campagna è composta da marito, moglie, bambini, servo, domestica e tre mucche, tutti loro hanno bisogno di latte. Devono dunque tutti produrre latte? No, basta che diano latte solo le tre mucche, e così tutti avranno il latte. Così è necessario che l'intero organismo venga suddiviso nel modo giusto; allora anche le parti collaboreranno correttamente per l'unità, e quel che ha origine in un ambito potrà agire nel modo giusto sulle altre parti. Poiché il signore che è intervenuto non ne tiene conto, dovrebbe decidere il talento basandosi sul diritto di voto universale. Ora, a mezzo del diritto di voto universale si può decidere sull'occupazione di un posto, si può decidere su tutto il possibile. Ma come Lei voglia gestire i talenti per mezzo del diritto di voto universale, La prego di rifletterci bene, una buona volta, e allora vedrà che se io seguissi il metodo del signore che è intervenuto e ve ne descrivessi le conseguenze (ma questo metodo io lo riconosco solo come un metodo sofistico, perciò non vado oltre con queste cose) ma se io volessi descrivervene le conseguenze, vedreste che cosa ne verrebbe fuori. Con una democratizzazione dei talenti Lei forse non direbbe 'anarchia di pensiero', ma qualcos'altro. Di cose del genere ne sono state presentate molte. Sono rimasto sorpreso soprattutto di sentire la parola 'capitalismo dello spirito'. Che cosa si debba intendere con questo, non lo so, soprattutto non so come possa essere usata dopo una conferenza in cui si è parlato della circolazione del capitale nel modo in cui ne ho parlato io. Proprietario spirituale! - ecco, egregi convenuti, si cerchi una buona volta di pensare con le realtà! Immaginatevi l'organismo sociale (il signore che è intervenuto non ha descritto come se lo raffigura) secondo i pochi accenni che ha fatto il signore che è intervenuto. Allora dovrete ben dirvi: che cosa c'è, dunque, in realtà, se, diciamo, grazie ad un certo ordinamento spirituale socialista, i lavoratori spirituali lavorano, appunto, accanto al lavoratore manuale? Non so quale differenza dovrebbe esserci rispetto a quel che dovrebbe esserci anche nel mio organismo economico, nel fatto che il lavoratore spirituale lavori accanto al lavoratore manuale. L'ho spiegato in modo chiaro: la proprietà cessa nel momento in cui si realizza il capitale, cioè dal momento in cui ci sono i mezzi di produzione. Come poi si possa parlare di proprietario spirituale mi è proprio del tutto inspiegabile. Dalle singole esperienze specifiche esposte dal signore che è intervenuto, ovviamente si può far derivare tutto quello che si vuole. Dal deperimento della vita animica e altro del genere ovviamente si possono far derivare molte cose. Non ho trovato molto di buon gusto la conclusione del signore che è intervenuto, quando ha detto che lascia a me la borghesia in modo da esser sicuro che a lui resti il proletariato. Ora, non c'è alcun bisogno di occuparsi oltre di cose del genere, perché in conclusione che si consideri tutto ciò sedizioso o meno è solo una questione di gusti. Ma quello che è stato detto qui riguardo alla fiducia e riguardo alla fede nella fiducia – vedete, devo anche aggiungere che al giorno d'oggi in realtà non si tratta di criticare le circostanze che ci sono note dal passato, ma piuttosto al giorno d'oggi si tratta di fondare nuove condizioni. Se adesso uno, e poi un altro, e poi un centesimo e un millesimo venissero a raccontarmi di non credere che ci sia la fiducia, ma di aver dovuto lottare in tanti e tanti casi con la diffidenza, direi: niente migliorerà, se non ci impegniamo a creare questa fiducia, perché oggi dobbiamo lavorare con la fiducia. Tutti gli altri fili coi quali finora sono state tirate le masse falliscono. I fili del futuro possono essere solo quelli della fiducia. Anche se domani e dopodomani la diffidenza riuscisse ancora a prendere piede, dovremmo appunto aspettare quel che seguirà al domani e al dopodomani, perché se deve venire il bene, esso può venire solo dalla fiducia. La fiducia che intendo e alla quale dobbiamo lavorare, questa fiducia dovrà venire dalle anime. Questa fiducia deve appunto essere creata, e oggi è perfino più importante di tutto il resto. Poi, quando si sarà creata questa fiducia che io intendo, allora ci saranno le giuste condizioni fra i lavoratori manuali ai mezzi di produzione e i lavoratori spirituali. Allora questa fiducia renderà impossibile quell'immagine orrenda dipinta come su una parete dal signore che è intervenuto. Questo è proprio quello che oggi, in quest'epoca socialmente turbolenta, manca così terribilmente: la volontà di costruire sulla fiducia. Oh, questa fiducia, sarà tanto più presente quanto più numerose saranno le prove che colpiscono l'umanità, e io dovrei disperarmi per l'umanità, almeno per la ricostruzione di condizioni sane, se non potessi più credere che un uomo potrà trovare la via all'altro uomo grazie alla fiducia. Infatti, egregi convenuti, socializzate quanto volete, parlate di socializzazione quanto volete, alla base di questa socializzazione dovrà esserci una cosa: la socializzazione delle anime. Chi non cerca la via alla socializzazione delle anime può socializzare esteriormente quanto vuole, condurrà gli uomini a condizioni più anarchiche di quelle che il signore che è intervenuto ha voluto presentare come una specie di anarchia. E il socialismo dell'anima non è altro che fiducia. Ma a questa fiducia bisogna lavorare. E oggi questa fiducia non è un po' scossa? Egregi convenuti, io sono legato da molto tempo a quello che è il movimento sociale del XIX e del XX secolo. Ci ho lavorato; lo so. Quello che ha detto l'egregio signore che è intervenuto, lo si è potuto ascoltare in continuazione, contro ciò che ho detto oggi. A prescindere dalla tripartizione, le obiezioni che il signore che è intervenuto mi ha mosso oggi sono le stesse che hanno già mosso altri nel 1898, 1899. Ma questa è la cosa più necessaria: che noi ci eleviamo al di sopra dei vecchi pensieri, che riusciamo a cambiare il modo di pensare, che non rimaniamo attaccati al vecchio. Per quanto mi sia doloroso dirlo, io credo che a frenarci siano più di tutto coloro che non riescono a convincersi ad abbandonare i loro vecchi pregiudizi. E i signori che applicano il metodo di: prima, ribaltare le frasi a metà o del tutto e poi polemizzare contro quello che dicono loro stessi, hanno sempre il gioco facile, perché ovviamente dopo aver ascoltato una sola conferenza non capiranno tutto, di come le cose sono intese, di come devono essere capite quando inserite nella realtà. Infatti proprio ciò che non corrisponde a teorie, né soltanto alla buona volontà, ma che deriva da un'esperienza di vita, da un'osservazione della vita, coscienziosa, consapevole della responsabilità, non si può proprio esaurire in una conferenza, ma si possono solo dare degli stimoli. Ma di questi stimoli, da da quando parlo di tripartizione, ed è già parecchio tempo, ho sempre ripetuto: può essere che i dettagli nella loro realizzazione avranno un aspetto totalmente diverso da quello che dico io stesso, a mo' di esempio, su questi dettagli. A me interessa che il progetto sia preso dalla realtà e che si possa adattare alla realtà, che sia conforme alla realtà. E poiché credo che non sia la volontà soggettiva umana, a figurarsi di dover realizzare questi impulsi, ma è l'osservazione stessa delle forze evolutive dell'umanità del presente e del futuro a spingerci in quella direzione, credo anche che si troverà comprensione per questo. E io spero, devo dirlo ancora una volta, che dalla nostra epoca pesantemente provata e dalla nostra situazione di dolore troveremo ancora comprensione per qualcosa per la quale al giorno d'oggi forse non possiamo nemmeno immaginarci di poter riuscire a trovare comprensione.


IndietroAvanti
5. Quinta conferenza7. Settima conferenza
Indice

Note:

[1] Il riferimento riguarda ovviamente il Trattato di Versailles che sarebbe stato ratificato da lì a poco. N.d.C.