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OO 337b - Idee sociali – realtà sociale – prassi sociale – Vol. II



SERATE DI DIBATTITO DELLA LEGA SVIZZERA PER LA TRIPARTIZIONE DELL'ORGANISMO SOCIALE
Quarta serata di dibattito

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Dornach, 16 agosto 1920



La formazione di un giudizio sociale



Roman Boos: Egregi signori qui convenuti, oggi parleremo di come si formi il giudizio nell'organismo sociale triarticolato. Il dottor Steiner terrà la conferenza introduttiva. Già adesso vi invito a prendere parte attivamente al dibattito che seguirà, e invito soprattutto chi ha qualcosa da dire sui temi che verranno affrontati oggi a chiedere la parola. Prego il dottor Steiner di iniziare la conferenza.

Rudolf Steiner: Egregi signori qui convenuti! Stasera vorrei introdurre il discorso partendo da alcune considerazioni sul modo in cui si può arrivare a formarsi un giudizio sociale sul quale fondare, poi, un nuovo ordinamento sociale. Faccio notare fin da subito che proprio di questo argomento non sarà facile parlare in modo popolaresco. In realtà bisognerebbe capire, proprio per i fatti che ci troviamo a vivere, che è impossibile parlare in modo popolaresco di questo argomento.

Vedete, in sostanza per molti versi la nostra epoca si oppone fermamente a che l'uomo si formi un giudizio sociale sano. È giusto che oggi si parli molto dell'uomo come essere sociale, di rapporti sociali e di esigenze sociali. Solo che questo parlare di esigenze sociali non è proprio veicolato da una comprensione profonda dell'essere sociale vero e proprio. E questo non deve meravigliarci, perché l'epoca in cui l'umanità deve maturare fino al punto di formarsi un giudizio sociale è appena cominciata. Finora, in un certo senso, l'umanità non ha avuto la necessità di formarsi un giudizio sociale. Perché? Naturalmente l'uomo ha sempre vissuto all'interno di determinati rapporti sociali, però in sostanza finora non ha organizzato questi rapporti sociali sulla base della sua coscienza sociale, di una vera comprensione. Li ha mantenuti in ordine, se così posso dire, per mezzo di un'attività istintiva. Fino alla forma dello Stato moderno, che in sostanza in Europa non ha più di tre o quattrocento anni, più che altro le persone formavano dei raggruppamenti sulla base dei propri istinti, in realtà non si raggruppavano sulla base del giudizio, della riflessione, della ragione. Invece la triarticolazione dell'organismo sociale vuole porre mano alla questione sociale proprio sulla base di questa ragione, di un giudizio veramente chiaro. In tal modo, in sostanza, essa fa una cosa del tutto insolita, una cosa che per la grandissima maggioranza delle persone di oggi è addirittura massimamente scomoda.

E perché mai? I rapporti sociali precedenti e l'attuale unità statale si sono formati sulla base degli istinti umani e gli uomini del presente si limitano semplicemente ad accettare questa unità che è ancora mescolata ad istinti nazionali di ogni tipo. Le persone si abituano a questa unità. Si abituano istintivamente a questa unità ed evitano di rifletterci sopra – o almeno evitano di pensarci fino ad un certo punto. Al massimo si pensa a fino a che punto si vuole aver voce in capitolo sulle faccende dello Stato, ma la cornice dello Stato la si accetta. Essa viene accettata perfino dall'ala socialista più estrema; anche Lenin e Trotzki accettano lo Stato, lo Stato che è un conglomerato di tutto il possibile, che però si è formato istintivamente e sul quale alla fine aveva operato il vecchio zarismo. Lo accettano e al massimo si chiedono come dovrebbero realizzare, all'interno di questo Stato, ciò che ritengono auspicabile. A chiedersi se questo Stato debba essere lasciato così com'è oppure se si debba introdurre una partizione diversa, basata sulla ragione, non ci si arriva. Però, vedete, proprio questa domanda: “Come si può passare dall'istintività della vecchia vita sociale ad una vita sociale che nasca dall'anima umana?” questa è la domanda principale che sta alla base della triarticolazione dell'organismo sociale. A questa domanda non si può rispondere in nessun altro modo se non facendo emergere una conoscenza dell'essere umano più approfondita, più approfondita di quella conoscenza dell'essere umano che abbiamo avuto negli ultimi secoli e che abbiamo ancora oggi.

Si può dire che l'impulso per la triarticolazione dell'organismo sociale sia nato proprio dalla domanda: “L'uomo come dovrebbe pervenire a formarsi un giudizio su come dovrebbe convivere con gli altri uomini?” L'impulso della triarticolazione dell'organismo sociale è nato da una corretta osservazione di quel che l'uomo deve esigere nel presente. Però in un certo senso la gran parte delle persone non ha voglia di occuparsi seriamente delle esigenze del presente. Le persone vorrebbero tenersi quel che c'è e al massimo apportare qua e là qualche correzione più o meno estrema. Per esempio: probabilmente se, come in linea di massima avviene, un Inglese pensa che ovviamente lo Stato unitario Inghilterra sia un ideale e che, proprio in quanto tale, non possa essere messo in discussione, con questo Inglese sarà più facile parlare di qualsiasi altra cosa che non della triarticolazione dell'organismo sociale. Ovunque si tasti il terreno si trova proprio questo pregiudizio. Però questa non è che l'intromissione dei vecchi istinti dell'umanità legati alla convivenza sociale, e noi dobbiamo superarli. Dobbiamo arrivare ad una convivenza consapevole. Questo è massimamente scomodo per gli uomini del presente, perché in realtà essi non vogliono giungere ad un giudizio partendo dall'attività interiore, attivandosi interiormente. In sostanza, come ho già detto, certamente vorrebbero avere voce in capitolo su quel che c'è già, ma non vorrebbero pensare in modo veramente radicale su come si possa rimediare a quel che c'è e che, con le ultime catastrofi, ha portato all'assurdo. In realtà, sostanzialmente, questa novità assoluta della triarticolazione non la si vuole capire. In realtà, appunto, non si vuole accondiscendere a formarsi un giudizio sociale.

Vedete, la domanda: “Come si forma un giudizio sociale?”, se la si affronta correttamente in modo scientifico-spirituale, si scinde subito in tre domande distinte. E in realtà le sorgenti dalle quali fluisce la triarticolazione dell'organismo sociale si basano sul fatto che questa domanda: “Come ci si forma un giudizio sociale?” si scinde subito in tre domande separate. È impossibile giungere ad un giudizio sulla comune vita spirituale, sulla vita spirituale sociale, come sulla vita giuridica o statale o sulla vita economica nello stesso modo. Recentemente nel Berliner Tageblatt (Il giornale di Berlino) è stato pubblicato un articolo: 'Scolastica politica'. Qui un signore molto arguto (infatti di solito i giornalisti sono arguti) trova ridicolo che a volte nell'attuale vita pubblica si cerchi di separare la politica dall'economia. Naturalmente troverebbe ridicolo anche - e la chiamerebbe 'una cavillosità scolastica' -, che si volesse scindere la vita pubblica nelle tre parti: la parte spirituale, la parte giuridica o statale e la parte economica, infatti ha un motivo molto speciale, un motivo che convince con infinita facilità l'uomo del presente; egli dice: “Ecco, certamente nella vita reale la vita economica non è mai separata da quella politica e da quella spirituale; esse fluiscono ovunque l'una nell'altra, perciò è scolastico, separarle”. Ora, egregi convenuti, io penso che uno possa anche dire che la testa e il tronco e le membra dell'uomo non si debbano percepire come separate, perché nella vita reale stanno insieme. Certamente anche le tre parti dell'organismo sociale stanno insieme, ma non ne veniamo a capo se scambiamo una cosa con l'altra – così come la natura non ne verrebbe a capo se facesse crescere sulle spalle [dell'uomo] un piede o una mano invece di una testa, se essa dunque facesse la testa a forma di mano. È già un contrassegno speciale di queste persone argute del presente quello di avere, con la cosa più stupida di tutte, il massimo successo fra i nostri contemporanei, perché oggi alla grande massa la cosa più stupida di tutte sembra essere quella razionalmente più intelligente.

L'importante è che, nel momento in cui l'umanità non è più istintiva ma deve inserirsi con maggiore consapevolezza di prima nella vita pubblica, cambia tutto il modo di stare nella vita culturale, nella vita giuridica e statale, nella vita economica. È un modo di stare proprio diverso, così come la circolazione del sangue è diversa nella testa, nei piedi o nelle gambe ed è diversa nel cuore – e tuttavia i tre cooperano nel modo giusto proprio se sono organizzati separatamente nel modo giusto.

Disegno

E anche noi, in quanto uomini, dobbiamo formare in modo diverso il nostro giudizio sociale nell'ambito della vita spirituale, nell'ambito della vita giuridica o statale e nell'ambito della vita economica. Ma qui bisogna trovare le vie per arrivare ad un giudizio veramente sano nei tre ambiti. In generale questa via (in sostanza sono tre vie) è veramente stata deviata dai pregiudizi dell'epoca. Bisogna prima rimuovere molti ostacoli da questa via. Per pervenire ad un giudizio sociale sano nella vita spirituale, bisogna che sia chiaro che l'uomo attuale è assolutamente incapace di chiedersi: “Che cosa significa 'sociale' nella vita spirituale? Che cosa significa convivenza umana in senso spirituale?” Ancora non abbiamo un'antropologia che, non vorrei mai dire 'risponda a queste domande', direi solo 'che stimoli a porsi queste domande'. Prima bisogna che la scienza dello spirito crei questa antropologia e che la divulghi diffusamente nell'umanità. Ragionevolmente e come si deve bisogna chiedersi: “Che differenza c'è [se mi trovo di fronte ad una persona] o se da osservatore solitario della natura ho di fronte a me soltanto la natura, se dunque mi creo delle conoscenze su questa natura ponendomi direttamente di fronte alla natura come osservatore?” Mi pongo in un certo rapporto di interazione con la natura; lascio che la natura faccia delle impressioni su di me; rielaboro queste impressioni, mi faccio interiormente delle idee su queste impressioni, mettendomi in un rapporto di interazione con la natura; accolgo qualcosa da fuori, la rielaboro interiormente. Questo in sostanza è il semplice dato di fatto. Visto dall'esterno, sembra esattamente la stessa cosa che se io ascoltassi una persona, se dunque entrassi in rapporto spirituale con lei, se trovassi nelle sue parole il senso che tale persona ha impresso loro. Qui sono le parole di quella persona, ad esercitare un'impressione su di me; interiormente io le rielaboro di nuovo in idee. Entro in un rapporto di interazione con altre persone. Ora si potrebbe credere che in sostanza sia indifferente, che io entri in un rapporto di interazione con la natura o con altre persone. Ma non lo è. Affermare che è indifferente significa non aver mai visto la cosa nel modo giusto. Bisogna anche prestare un po' di attenzione a queste cose.

Vedete, voglio farvi un esempio concreto. Nella vita spirituale tedesca c'è un fatto senza il quale questa vita spirituale tedesca non è affatto pensabile. Normalmente, quando si descrive la vita spirituale di una certa regione, a seconda del motivo che ci spinge, o si descrive la situazione economica nella quale tale vita spirituale si è sviluppata, oppure si descrivono singole grandi personalità che con le loro geniali opere hanno fecondato tale vita spirituale. Ma adesso mi riferisco ad un fatto che è di natura completamente diversa e senza il quale la particolare tipologia della vita spirituale tedesca nel XIX secolo non è affatto pensabile. È, direi, un fenomeno archetipico della convivenza sociale spirituale: è il decennale intimo rapporto fra Goethe e Schiller. Non si può dire che Goethe abbia dato qualcosa a Schiller o che Schiller abbia dato qualcosa a Goethe e che i due abbiano collaborato. Non intendo questo, si tratta di un'altra cosa. Schiller, grazie a Goethe, è diventato qualcosa che da solo non sarebbe mai diventato. Goethe grazie a Schiller è diventato qualcosa che da solo non sarebbe mai diventato. E avendo soltanto Goethe, e avendo soltanto Schiller e pensando così il loro effetto sul popolo tedesco, non viene fuori quel che invece è venuto fuori. Perché se si ha solo Goethe, se si ha solo Schiller, e se si riflette sugli effetti che fluiscono da loro due, non si ha ancora quel che c'è stato, perché è dal fluire insieme dei due che nasce una terza cosa, del tutto invisibile, ma che ha un effetto enormemente forte (viene disegnato alla lavagna). Vedete, questo è un fenomeno archetipico dell'interazione sociale in ambito spirituale.

In realtà che cosa c'è alla base di questo fatto? Queste cose l'attuale, grezza scienza non le studia, perché la scienza attuale non arriva affatto all'essere umano. La scienza dello spirito studierà queste cose e solo così getterà luce anche sulla convivenza sociale spirituale delle persone. Chi di voi ha sentito qualcosa di scienza dello spirito sa già ciò cui adesso accennerò solo brevemente. La scienza dello spirito fa vedere che l'evoluzione dell'uomo è un dato di fatto vero, reale. Essa fa vedere che un uomo, evolvendosi, diventa sempre più maturo, che produce cose sempre diverse a partire dalle profondità del suo essere. E se la vita sociale reprime questo produrre, tale vita sociale è appunto sbagliata e deve essere ricondotta su altri binari.

Ora, socialmente Goethe e Schiller furono entrambi, nel senso più alto del termine, individualità, personalità fortunate. Infatti quando fu che Schiller capì Goethe nel migliore dei modi e che Goethe capì Schiller nel migliore dei modi? Essi si poterono intrattenere nel modo migliore, poterono scambiarsi reciprocamente le idee nel modo migliore e realizzarono qualcosa in comune, appunto questo elemento invisibile, che poi a sua volta continuò ad agire oltre e che è una delle cose più importanti della vita spirituale tedesca. Mi sono impegnato molto per tirar fuori l'anno della convivenza più intima dei due, là dove le idee dell'uno, direi, penetrarono più a fondo nelle idee dell'altro. Secondo me fu intorno al 1795 o 1796 (viene scritto alla lavagna). Nel 1796 c'è veramente qualcosa di speciale in questa collaborazione fra Goethe e Schiller.

Ora, se si ricerca il motivo per cui proprio in quell'anno Schiller capì meglio Goethe e per cui Goethe si fece capire meglio da Schiller proprio in quell'anno, lo si trova. Nevvero, Schiller nacque nel 1759; nel 1796 aveva quindi 37 anni. Goethe aveva dieci anni di più; aveva quindi 47 anni. Ora, la scienza dello spirito ci mostra che nella vita umana ci sono diversi nodi; di solito oggi non vengono presi in considerazione: la seconda dentizione (l'uomo diventa un altro, anche in senso spirituale, superando la seconda dentizione), la maturità sessuale, altri passaggi (che si notano di meno, ma che avvengono a 28 anni, poi a 35 e ancora a 42 anni). Se si è realmente capaci di osservare questa vita umana interiore, direi che nella media il 42esimo anno, se ci si evolve interiormente, se si attraversa interiormente una vita spirituale, questo 42esimo anno è una cosa speciale. Fra i 35 e i 42 anni nell'uomo matura quella che si può chiamare 'anima consapevole'. Ed essa matura del tutto, quest'anima della consapevolezza giudicante, quest'anima consapevole il cui rapporto con il mondo è interamente basato sull'Io, - quest'anima consapevole diventa matura in questo lasso di tempo, Schiller a 37 anni aveva 5 anni di meno di 42, Goethe a 47 anni aveva 5 anni più di 42. Goethe aveva tanti più anni di 42, quanti Schiller ne aveva meno di 42.

Disegno
Tavola 2 a destra, Tavola 3 a sinistra

Schiller era appunto nel periodo dell'evoluzione dell'anima consapevole, Goethe ne era già uscito; essi erano alla stessa distanza da essa. E questo cosa significa? In rapporto all'animico, questo significa veramente un contrasto simile (so che questi paragoni sono azzardati, ma anche la nostra lingua è grezza, e perciò si possono fare solo paragoni azzardati, quando si devono spiegare fatti importanti, fondamentali) questo significa per l'animico-spirituale un contrasto simile a quello che c'è fra il maschile e il femminile in senso fisico-sessuale. In rapporto allo sviluppo fisico, le sessualità si sviluppano appunto in modo diverso. Adesso, per gentilezza verso le signore, per non rendere superbi i signori, non voglio dire quale sesso appunto abbia un'evoluzione più tardiva, quale sesso abbia un'evoluzione più precoce, però hanno uno sviluppo temporalmente diverso. Non è l'intero uomo, la testa non ne prende parte, perciò non c'è bisogno che si sentano offesi coloro la cui sessualità deve essere pensata ad un livello evolutivo precedente. Ma non è così riguardo all'animico; qui il precedente può incontrarsi con il successivo, e allora si ha una fecondazione tutta speciale. Allora nasce qualcosa che appunto può nascere solo grazie a questa crescita diversa in tempi diversi. Questo naturalmente è un caso particolare; qui, nella convivenza sociale, il gioco alterno da anima ad anima avviene in un modo particolare. Sempre, quando gli uomini agiscono l'uno sull'altro, nasce qualcosa che non può mai nascere attraverso la semplice interazione fra l'uomo e la natura che viene osservata. Vedete, si ottiene un certo concetto di che cosa realmente significhi far agire su di sé ciò che non proviene dalla natura, ma da un'altra persona.

Questo, per me, divenne un problema tutto speciale quando per esempio approfondii Nietzsche. Nietzsche aveva qualcosa che adesso ha già un grande numero di persone con una preparazione simile a quella che aveva Nietzsche; solo che egli l'aveva in senso veramente molto estremo. Egli per esempio osservò dei filosofi, gli antichi filosofi greci, osservò Schopenhauer, osservò Eduard von Hartmann, ecc. Si può dire che in realtà Nietzsche non si interessò mai del contenuto di una filosofia. Questo contenuto della filosofia, questo contenuto della concezione del mondo, in realtà gli era del tutto indifferente; però gli interessava l'uomo. Quel che Talete pensò come contenuto della sua concezione del mondo gli era indifferente, ma gli interessava come quest'uomo Talete fosse pervenuto ai suoi concetti. Gli interessava anche di Eraclito: non era il contenuto della filosofia di Eraclito, ad interessargli. Su Nietzsche agisce proprio quel che proviene dall'uomo, e con ciò egli presenta un carattere particolarmente moderno. Ma questo diventerà costituzione universale della vita animica umana. Oggi le persone litigano ancora molto per le loro opinioni. Un giorno dovranno smettere di litigare per le opinioni, per il semplice motivo che ognuno deve avere la sua opinione. Proprio come, avendo un albero e fotografandolo dai diversi lati, l'albero è sempre lo stesso ma le fotografie sono molto diverse, così ognuno può avere la sua propria opinione, a seconda (dipende solo dal punto di vista in cui ci si pone). Se una persona è ragionevole nel senso di oggi, non litigherà mai più per le opinioni, al massimo troverà che alcune opinioni sono sane e altre malate. Non litiga più sulle opinioni. Sarebbe come guardare fotografie diverse e dire: “Ecco, sono completamente diverse, queste sono giuste, queste sono sbagliate”. Al massimo ci può interessare il modo in cui si perviene a farsi un'opinione: se sia particolarmente acuta o stupida, se sia bassa e per nulla feconda o se sia elevata e utile all'umanità – questo può interessare. Oggi si tratta di chiarirci veramente le idee su come gli uomini si rapportino gli uni agli altri nella convivenza sociale spirituale, su come una persona abbia qualcosa da dare ad un'altra persona. Lo si vede soprattutto quando si osserva quel che l'uomo, da bambino ancora in crescita, deve ricevere dall'altro uomo, da quello che è il suo maestro. Qui sono in gioco forze del tutto diverse da quelle fra Goethe e Schiller, sono in gioco forze che, pur non essendo collocate così in alto, sono complicate. Quello che sto sviluppando dà la possibilità di trovare la via per poter arrivare ad un giudizio veramente sociale nell'ambito della vita spirituale.

Vedete, ho già detto che oggi, proprio oggi, non posso parlare in modo particolarmente popolaresco, perché se voglio trattare queste questioni, devo partire dal punto di vista di un'antropologia ancora sconosciuta al giorno d'oggi, da un'antropologia che, almeno, è ancora sconosciuta alle sfere più vaste. Nel mio libro Gli enigmi dell'anima ho richiamato l'attenzione sul fatto che l'uomo è un essere triarticolato: è uomo della testa o uomo del sistema dei nervi, uomo ritmico, uomo del ricambio. L'uomo dei nervi comprende tutti quelli che sono i sensi e gli organi del capo. L'uomo ritmico, si potrebbe anche dire l'uomo del torace, comprende quel che nell'uomo è ritmico, quello che è il movimento del cuore, il movimento dei polmoni, ecc. Il terzo, l'uomo del ricambio, comprende tutto il resto.

Nella natura umana ci sono queste tre parti; in un certo senso sono totalmente diverse l'una dall'altra, ma è difficile trovare le differenze vere e proprie. Qui, nell'uomo ritmico, si può mettere in evidenza quanto segue. - Dell'elemento ritmico nell'uomo sentirete dire ancora ogni sorta di cose più tardi stasera, quando il dottor Boos parlerà della formazione del giudizio sociale nella vita giuridica o statale, che costituirà la seconda parte dell'introduzione. Il dottor Boos parlerà di quel che conosce meglio, della formazione del giudizio sociale nella seconda parte dell'organismo sociale, nella vita giuridica o statale. - Adesso però vorrei sottolineare quanto segue: quella che è l'attività ritmica dell'uomo ci si presenta con particolare forza quando comprendiamo che l'uomo inspira l'aria esterna, la rielabora in sé, che egli inspira ossigeno ed espira anidride carbonica. Inspirazione – espirazione, inspirazione – espirazione: questo è innanzitutto uno dei ritmi attivi nell'uomo. È un processo relativamente facile da capire: inspirare – espirare = attività ritmica.

Alle altre due attività, forse, si arriva solo partendo da questa attività ritmica. In un certo senso, in realtà, l'intero uomo è predisposto per l'attività ritmica. Però in realtà con la scienza ordinaria non si riconosce affatto l'attività neurosensoriale, la vera e propria attività della testa. Non la si può paragonare all'attività dei polmoni e del cuore, all'attività ritmica. Posso citare solo una cosa che a chi abbia poca dimestichezza con la scienza dello spirito, con l'antroposofia, forse sembra paradossale, ma che verrà confermata da una vera scienza. In futuro quello che sto per dire starà al mondo come un dato di fatto scientifico del tutto esatto, se si scopriranno i nessi necessari. Nell'inspirazione ed espirazione, inizialmente è presente un certo equilibrio. Questo equilibrio, che è presente, lo si potrebbe rappresentare come un pendolo che oscilla a destra e a sinistra. Sale da una parte tanto quanto sale dall'altra. Oscilla di qua e di là. Così è presente anche un equilibrio fra inspirazione ed espirazione, inspirazione ed espirazione, ecc.

Disegno
Tavola 3, disegno

Se ora l'uomo non convivesse animico-spiritualmente con altri uomini, se l'uomo fosse solitario e potesse osservare soltanto la natura, se quindi potesse interagire soltanto con la natura, se potesse osservare la natura e rielaborarla interiormente in rappresentazioni, allora per l'uomo succederebbe qualcosa di molto particolare. Come ho detto, oggi alle persone sembra assolutamente paradossale, tuttavia è proprio così: la sua testa diventerebbe cioè troppo leggera. Quando osserviamo la natura, è presente un'attività. Non è che non facciamo niente, osservando la natura; tutto in noi è in una certa attività. In un certo senso quest'attività è un'attività risucchiante nella testa umana – non nell'intero organismo, ma risucchiante nella testa umana. E quest'attività di risucchio dev'essere compensata, altrimenti la nostra testa diventerebbe troppo leggera; sverremmo. Essa viene compensata dal fatto che, per così dire, la testa diventata troppo leggera compie a sua volta un ricambio, sangue – nutrizione, e tutto ciò irrompe nella testa. E così, osservando la natura, abbiamo continuamente un eccessivo alleggerimento della testa e a sua volta un appesantimento dovuto al fatto che l'attività digestiva sale nella testa.

Disegno
Tavola 3, disegno

Questa compensazione deve esserci. È un'attività ritmica superiore. Ma quest'attività diventerebbe massimamente unilaterale se l'uomo stesse solo di fronte alla natura. Di fatto l'uomo diventerebbe troppo leggero nella testa se esternamente stesse solo di fronte alla natura; da dentro non manderebbe su nella testa abbastanza attività compensativa del ricambio. Lo fa in misura sufficiente quando entra in relazione coi suoi consimili. Perciò, vedete, succede che provate un certo piacere, quando entrate in rapporto coi vostri consimili, scambiandovi pensieri o idee o quando essi vi insegnano qualcosa o altro del genere. C'è una differenza, fra camminare attraverso la fredda natura e trovarsi di fronte ad una persona che esprime le sue idee. Quando si sta di fronte ad una persona che esprime le sue idee (basta auto-osservarsi accuratamente), si prova un certo piacere. E chi sia in grado di analizzare questo piacere trova una somiglianza fra questo piacere e il sentimento che si ha quando si digerisce. È una grande somiglianza, solo che un sentimento va verso lo stomaco, l'altro sale verso la testa. Vedete, questa è proprio la caratteristica del materialismo: al materialismo questi sottili processi materiali del corpo umano rimangono inaccessibili. Che qui avvenga un'attività digestiva occulta verso la testa proprio per il fatto di stare seduti di fronte ad una persona con la quale si parla, con la quale si scambiano idee, le persone non si accorgono con l'attuale scienza grossolana. Perciò non riescono nemmeno a rispondere a domande sociali, a domande sul contesto umano, nemmeno a domande assolutamente banali.

Lo scienziato dello spirito, l'antroposofo, sa benissimo perché le compagne di caffè si riuniscano così tremendamente volentieri. Questi incontri non avvengono solo perché piace loro il caffè, ma perché trovandosi insieme digeriscono se stesse. La digestione va verso la testa, ed esse lo percepiscono come piacere. E mentre una compagna di caffè siede accanto all'altra compagna di caffè o anche, ora non posso dire compagno di caffè, ma compagno di skat accanto a compagno di skat[1] col boccale di birra serale ecc., qui avviene naturalmente lo stesso fra maschi. Non voglio offendere nessuno, ma quando le persone siedono insieme in questo modo sentono quest'attività digestiva che va verso la testa, e questo significa un certo piacere. Quello che succede in queste occasioni è realmente necessario per la vita umana. È realmente necessario, solo che lo si può impiegare per attività più nobili di quelle cui si dedicano appunto i compagni di birra e le compagne di caffè. Nell'uomo, proprio come non deve ristagnare il sangue, non deve ristagnare nemmeno quel che avviene nella testa. Se non stessimo nel giusto modo con le persone là fuori in una connessione spirituale, si guasterebbe il ritmo nel sistema neurosensoriale. La nostra giusta umanità, il nostro diventare veramente uomini, dipende dal fatto che noi riusciamo a connetterci in modo ragionevole con le altre persone.

E così ci si può formare un giudizio sociale solo se ci si accorge di che cosa è necessario all'uomo – tanto necessario quanto la nascita stessa. Ci si può formare un giudizio sociale corretto sul modo in cui va configurata la parte spirituale dell'organismo sociale solo se ci si accorge che l'uomo deve venire a trovarsi in un rapporto animico-spirituale con gli altri. Perché allora si sa che questa convivenza sociale poggia proprio sul fatto che una persona deve instaurare un giusto rapporto individuale con l'altra, che qui non deve intervenire una qualche vita statale astratta, che qui niente deve essere organizzato dall'alto, ma tutto dipende dal fatto che ciò che è intrinseco in una persona deve avvicinarsi a ciò che è intrinseco nell'altra, che dunque ci sia libertà reale, autentica, libertà diretta da individuo a individuo, sia nella convivenza sociale dell'insegnante coi suoi allievi, sia nella convivenza sociale in generale. Gli uomini si immiseriscono, se i regolamenti scolastici o i regolamenti della convivenza spirituale rendono impossibile a quel che si trova dentro una persona di fecondare quel che si trova nell'altra persona. Un vero giudizio sociale nell'ambito della vita spirituale può formarsi solo se ciò che eleva l'uomo al di sopra di se stesso, ciò che in una persona è più forte che nelle altre, può agire sulle altre e quando viceversa ciò che le altre hanno più di lei può retroagire su di lei. Per capire la necessità della libertà della vita spirituale è necessario capire che questa convivenza umana si può realizzare sotto l'aspetto animico-spirituale solo se quel che viene al mondo insieme a noi quando nasciamo e poi si sviluppa secondo le nostre predisposizioni può agire liberamente sull'altro. Perciò la parte spirituale dell'organismo sociale deve anche essere gestita solo all'interno di se stessa. Chi è attivo nella vita spirituale deve al tempo stesso avere in mano la gestione della vita spirituale. Quindi: autogestione all'interno di questo ambito spirituale. Vedete, qui abbiamo l'elemento tutto particolare di questa vita spirituale, che risulta da una vera antropologia.

La vita giuridica poi ve la descriverà in modo più preciso e dagli stessi punti di vista il dottor Boos. La vita giuridica va così: quando l'umanità, secondo le esigenze del presente, aspira sempre più ad uno Stato democratico tale per cui l'uomo adulto si confronti con l'altro uomo adulto, qui non si ha ancora a che fare con ciò che agisce da un uomo sull'altro uomo nel modo che ho descritto per la vita spirituale, dove l'attività digestiva si dirige verso la testa. Nella vita giuridica, dove l'uomo maturo si confronta con l'altro uomo maturo, nelle persone non avvengono cambiamenti come quelli che avvengono nella vita spirituale, ma solo interazioni fra una persona e l'altra; invece nella vita spirituale l'azione fluisce facendo nascere nell'altro qualcosa di nuovo. Nella vita giuridica si agisce proprio sulla parte mediana dell'uomo, su quel che si trova nell'elemento ritmico vero e proprio. Lo capirete con le spiegazioni successive.

Adesso, lasciando da parte questo elemento mediano, voglio passare alla vita economica, alla terza parte dell'organismo sociale. Al giorno d'oggi, in realtà, neanche questa vita economica viene capita in modo che da questa comprensione possa formarsi un vero giudizio sociale. Infatti qual'è l'unica cosa che si può chiamare 'vita economica'? Vedete, si può circoscrivere con precisione la vita economica, pensandola inserita nell'organismo sociale. Nevvero, prendiamo una qualche specie animale. Non si può dire che questa viva in una comunità sociale che sia di tipo umano, perché la specie animale trova ciò che desidera nella natura stessa. Essa prende ciò che le serve per continuare a vivere dalla natura esterna; quel che inizialmente si trova nella natura passa nell'animale, l'animale lo rielabora, lo cede di nuovo – di nuovo una specie di interazione. Vedete: qui abbiamo qualcosa che, direi, è stato organizzato nella natura. Una specie animale siffatta per così dire continua la vita della natura soltanto in se stessa. Qui non viene cambiato qualcosa della natura. L'animale prende come proprio nutrimento ciò che c'è in natura – così come esso è inizialmente in natura. C'è anche l'esatto contrario di questo, ed è quanto avviene agli animali degli zoo, che ricevono sempre cibo dato loro dagli uomini, dunque nel caso in cui la ragione umana consegna il cibo all'animale, nel caso in cui, cioè, l'organizzazione umana giudica prima ciò che gli animali ricevono dopo. In questo modo in realtà gli animali vengono del tutto strappati via dalla natura. Anche gli animali domestici sono interamente strappati alla natura; essi sono per così dire talmente cambiati che non introducono al proprio interno solo cibi naturali, ma che viene propinato loro cibo preparato dalla ragione umana. Gli animali domestici diventano un mezzo di manifestazione di ciò che, in un certo senso, è rielaborato spiritualmente, ma per cui essi non fanno niente. Gli animali dunque sono: o tali da assumere inalterato nella loro propria attività ciò che è nella natura, oppure, se gli uomini danno loro qualcosa, essi non possono contribuirvi in nulla; essi non collaborano alla preparazione di quel che viene dato loro.

A metà fra questi due estremi sta l'attività economica umana, massimamente presente nell'organismo sociale non quando l'uomo è allo stadio inferiore di popolo di cacciatori che assume ancora ciò che è presente in natura senza trasformarlo, mangiandolo crudo, cosa che in realtà oggi non fa già più. Ma nel momento in cui in questo senso comincia la cultura umana, l'uomo assume dentro di sé qualcosa che ha già preparato da sé, trasformando la natura. Questo l'animale non lo fa, e se si tratta di un animale domestico gli viene apportato qualcosa di estraneo. Questa è, in realtà, l'attività economica: ciò che l'uomo compie in comunione con la natura, assumendo in sé natura trasformata. Si può dire che tutta l'attività economica umana oscilli realmente fra questi due estremi: fra ciò che l'animale, che non è ancora un essere sociale, assume di non trasformato dalla natura e ciò che assume l'animale domestico che, ormai, nella stalla è totalmente nutrito soltanto con ciò che gli preparano gli uomini. E quando l'uomo lavora, con la sua attività economica è inserito fra il proprio interno e la natura. E questa vita economica, che noi conosciamo nell'organismo sociale, in realtà è solo un riassunto sistematico di ciò che i singoli uomini appunto fanno nella direzione che ho caratterizzato.

Confrontiamo ora in senso sociale la vita economica con la vita spirituale, che abbiamo appunto caratterizzato. La vita spirituale poggia sul fatto che il singolo, in un certo senso, ha troppo. Ciò che gli uomini possiedono spiritualmente, in linea di massima lo cedono molto volentieri; qui essi sono generosi, lo danno volentieri agli altri. Riguardo a quello che è il possesso materiale, gli uomini non sono generosi nello stesso senso; il possesso materiale se lo tengono più volentieri per sé stessi. Ma ciò che possiedono spiritualmente lo cedono molto volentieri, qui sono generosi. Ma ciò poggia su una buona legge cosmica. L'uomo può appunto andare oltre se stesso, in senso spirituale; e nel modo in cui l'ho descritto, per una persona è utile che le si dia qualcosa, anche senza chiedere a propria volta nulla in cambio. Cioè, quando l'uomo in senso spirituale entra nella vita sociale, si può dire che interiormente ha troppo giudizio, troppe rappresentazioni; è spinto a cedere, deve confidarsi con gli altri.

Nella vita economica avviene esattamente il contrario. Ma lo si scopre solo sulla base dell'esperienza, non di una qualche scienza teorizzante. Nella vita economica cioè non si può giungere ad un giudizio nello stesso modo in cui lo si fa nella vita spirituale (cioè da uomo a uomo), nella vita economica si può giungere ad un giudizio solo ponendosi, da persona singola o anche da persona inserita in una qualche associazione, di fronte ad un'altra associazione. Perciò l'impulso della tripartizione dell'organismo sociale richiede l'associatività: gli uomini devono associarsi secondo i loro rami professionali o secondo produttori, consumatori, ecc. Nella vita economica ci sarà associazione di fronte ad associazione. Paragoniamo questo alla singola persona che, per me, ha molto spirito nella testa; questo spirito lo può comunicare a molte persone. Uno lo accoglie meglio, l'altro peggio, ma essa può comunicare questo spirito, che ha, a molte persone. Qui dunque c'è la possibilità che la persona ceda quanto possiede di spirito a molte persone. Nella vita economica avviene esattamente il contrario.

Inizialmente, della vita economica, nella testa non abbiamo proprio niente. Quel che ho già detto ieri ad alcuni di voi è assolutamente vero: se si vuole giudicare su ciò che è giusto o sbagliato, sano o malato nella vita economica, e se lo si vuol fare solo a partire dall'interiorità, si assomiglia appunto a quell'uomo Jean Pauliano che si sveglia nel bel mezzo della notte in una stanza buia e si mette a riflettere su che ora sia, che cioè vuole sapere nella stanza buia, dove non vede nulla e non sente nulla, che ora sia. Non si può sapere che ora sia mettendosi a riflettere. E riflettendo o evolvendosi interiormente non si può nemmeno giungere ad un giudizio economico. Non si può mai giungere ad un giudizio economico dibattendo con un'altra persona. Goethe e Schiller poterono scambiarsi reciprocamente bene ciò che è animico-spirituale. Due persone non possono pervenire ad un giudizio economico l'una con l'altra. Ad un giudizio economico si può pervenire solo stando davanti ad un gruppo di persone che hanno fatto esperienza, ognuna nel proprio settore, e prendendo poi come giudizio quello che esse hanno ricavato in quanto associazione, in quanto gruppo. Proprio come si deve guardare l'orologio per sapere che ora è, così, per giungere ad un giudizio economico, si devono accogliere le esperienze, le esperienze accumulate da un'associazione. E si possono ascoltare cose molto belle su quello che è il dovere di una persona nei confronti dell'altra persona, su quello che è il diritto di una persona rispetto all'altra persona, quando si sta uno di fronte all'altro; ma non si può pervenire ad un giudizio economico, quando c'è solo una persona di fronte all'altra: si può giungere ad un giudizio economico solo capendo le esperienze economiche accumulate nel reciproco scambio economico dalle associazioni, dai gruppi di persone. Qui deve esserci l'esatto contrario di quel che convive socialmente in senso animico-spirituale. Nell'animico-spirituale il singolo uomo deve cedere agli altri quel che egli sviluppa nella propria interiorità. Nell'economia la singola persona deve accogliere quelle che sono le esperienze dell'associazione. Volendo formarmi un giudizio economico, posso formarmelo solo dopo essermi informato presso le associazioni sulle esperienze che esse hanno fatto con questo o quell'articolo nella produzione, nel reciproco scambio, ecc. E nella formazione del giudizio sociale in ambito economico l'importante sarà che tali associazioni costituiscono proprio il corpo economico dell'organismo sociale triarticolato e che ogni singolo fa parte di tali associazioni. Per pervenire ad un giudizio economico col quale si possa di nuovo agire, devono esserci le esperienze economiche delle associazioni. Ciò che dobbiamo sapere di scientifico, di relativo alla conoscenza, lo dobbiamo ricevere nella libera vita spirituale attraverso le singole esperienze individuali. Ciò che deve stimolarci al volere economico, il singolo lo deve sapere facendosi raccontare dalle associazioni le loro esperienze. Solo attraverso l'unione di persone che sono in attività economica, noi stessi possiamo giungere ad un volere economico.

La formazione del giudizio in ambito animico-spirituale e quella in ambito economico sono estremamente diverse l'una dall'altra. E una vita economica non può svilupparsi proficuamente accanto ad una vita spirituale, se i due ambiti ricevono ordini dallo stesso e unico posto, ma solo se la vita spirituale è tale per cui la singola individualità vi possa passare ad un'altra, del tutto liberamente, quello che ha. E la vita economica può prosperare solo se le associazioni si uniscono associativamente le une alle altre in base ai settori economici affini per la produzione o il consumo, dando così vita ad un giudizio economico che a sua volta è alla base del volere economico. Altrimenti se ne fa un guazzabuglio e allora vengono fuori quelle che sono le idee reazionarie o liberali o anche sociali dei nuovi tempi, dove non si capisce mai quanto radicalmente diverse siano le attività umane in ambito spirituale, in ambito economico e, in mezzo fra questi due, in ambito giuridico o statale.

Sostanzialmente al giorno d'oggi per l'uomo è così difficile pervenire ad un giudizio sano a questo riguardo perché in passato le professioni di fede tradizionali ci hanno distolti dal considerare la vera partizione dell'uomo in corpo, anima e spirito. L'uomo deve essere solo un essere duplice, solo corpo e anima. Questo ha gettato tutto all'aria. Solo ripartendo l'uomo in spirito, anima e corpo, solo sapendo che lo spirito è quello che portiamo nell'esistenza attraverso la nascita, che lo spirito è quello che in noi porta ad evoluzione le predisposizioni che appunto dobbiamo introdurre nel sociale, ci faremo un'idea del fatto che questa parte spirituale dell'organismo triarticolato deve avere un'esistenza separata. Se sappiamo che dall'anima, che è strettamente correlata alla nostra vita ritmica, sgorga tutta quella che è la convivenza degli uomini nell'ambito dei doveri, in ambito lavorativo, in ambito affettivo, allora si capisce che cosa deve esserci nello Stato democratico come organizzazione giuridica dell'organismo triarticolato. E se si capisce che realmente l'uomo non può giungere ad un giudizio economico e perciò nemmeno ad un agire economico senza essere integrato in un tessuto di associazioni nell'organismo sociale triarticolato, se lo si capisce, si arriva anche ad intuire veramente che solo quella che è una maniera specifica di formare il giudizio in ambito economico potrà essere di aiuto in futuro.

Adesso è già ora di trovare una reale antropologia e di riuscire, grazie a questa reale antropologia, a comprendere ciò che oggi tende ad una reale intesa. Il modo in cui nella vita sociale si giudica in ambito spirituale è del tutto diverso dal modo in cui si giudica in ambito giuridico, e questo è a sua volta del tutto diverso da come si giudica in ambito economico. Perciò, se questi tre contesti configurati in modo del tutto diverso vogliono svilupparsi in modo sano nel futuro, essi devono anche essere gestiti separatamente e poi cooperare. Proprio come nel singolo organismo, dove deve esserci la testa, non si può formare qualcosa di diverso dalla testa, come qui non può spuntare una mano o un piede o il cuore o il fegato, così l'organismo spirituale non può essere sistematizzato come per esempio l'organismo economico o l'organismo giuridico. Ma proprio se sono correttamente organizzati al posto giusto, essi cooperano ad un tutto, come mano e piede e busto e testa dell'uomo cooperano ad un tutto. La giusta unità sorge appunto per il fatto che ognuno è correttamente organizzato secondo la propria specie.

Da quanto detto, egregi signori, capite sul serio che non è un'idea incosciente, quella che viene posta davanti all'umanità con la triarticolazione dell'organismo sociale, ma che anzi questa idea è tratta da una vera scienza. Tuttavia è necessario che questa stessa scienza si affermi su tutto quel caos scientifico che regna al giorno d'oggi. Ma, direi, non è soltanto una parete, ma una spessa muraglia di pregiudizi, quella attraverso la quale dobbiamo aprirci un varco: prima per affermare quella che deve essere posta alla base come scienza dell'uomo, e poi quello che deriva da questa vera scienza dell'uomo come impulso per una vera ricostruzione sociale. Si può dire: sanguina il cuore, quando oggi si vede questo caos di malgiudizio sociale che regna ovunque e questo torpore sociale. E questo va detto: oggi non è possibile fare un nuovo ordinamento sociale con quello che questa umanità europea ha accolto in sé negli ultimi tre o quattro secoli sotto forma di pregiudizi da una scienza che ha sbagliato strada. È una cosa terribile, quando si parla di un ordinamento sociale sulla base di una scienza che non potrà mai fondare un giudizio sociale perché non conosce l'essere umano. Quella scienza, egregi signori, non considera l'uomo come uomo, ma lo considera solo come la parte superiore del regno animale. Essa non chiede: “Cos'è l'uomo?”, bensì: “Che cosa sono gli animali?” E dice solo: “Quando gli animali raggiungono il massimo dell'evoluzione, si ha appunto l'uomo”. Qui non ci si chiede che cosa sia l'uomo, ma ci sono gli animali, e all'ultimo posto della sequenza degli animali si appiccica l'uomo, senza dire dell'uomo stesso qualcosa di diverso da quello che si dice dell'animale. Una scienza del genere non farà mai nessuna ricostruzione sociale.

È questo, che ci colma di dolore: che oggi le persone non sono abbastanza radicali da dirsi: “Prima dobbiamo chiedere una conoscenza reale, una scienza reale”, ma che oggi hanno ancora più fede nell'autorità scientifica esteriore, di quanta ne avessero in passato i cattolici nell'autorità del Papa. A quei tempi almeno alcuni si ribellavano ancora contro quest'autorità del Papa. Ma oggi tutto sprofonda sotto l'autorità scientifica, perfino socialisti così radicali come Lunańćarskij; nel momento in cui si tratta di proteggere la vecchia scienza da un rinnovamento della scienza, proprio lì egli striscia sotto l'autorità scientifica, perché non è affatto in grado di immaginare che sia la scienza stessa ad avere bisogno di una trasformazione, se vogliamo andare avanti. Queste cose devono essere osservate seriamente fino in fondo, e devono essere dette. E per quanto le persone si riuniscano in tanti club sociali e in tante società liberali, in così tante società propositive e in tanti assembramenti femminili e club femminili, non se ne caverà mai nulla, se non si tratta la cosa in modo radicale, se non si parte da ciò che ci consente di formulare un vero giudizio sociale: ed è solo una conoscenza sociale dell'uomo a poter dare quel che la scienza attuale non può dare. E solo una reale scienza dello spirito può portare ad un rinnovamento della scienza.

Questo è quanto volevo dire come introduzione questa sera. Ora prego in signor dottor Boos di parlare della seconda parte dell'organismo sociale, della vita giuridica.

Roman Boos parla di “La formazione del giudizio nella parte giuridica dell'organismo sociale”. Alla fine, segue un dibattito.

Roman Boos: Forse qualcuno vuole ancora fare qualche domanda, forse qualcuno vuole aggiungere qualcosa? - Sembra di no. Non so se possiamo ancora chiedere al dottor Steiner di dire un'ultima parola. È davvero molto tardi e non so se siano state poste delle altre domande al dottor Steiner.

Rudolf Steiner: tenendo conto che si è fatto molto tardi, vorrei aggiungere ancora un paio di parole, perché dopo un dibattito, ora, c'è la consuetudine di dire qualche parola conclusiva. Queste due cose di questa serata, l'esigenza di una riconfigurazione da una parte e dall'altra parte la necessità di spingersi fino alle fonti della scienza dello spirito, perché solo da lì si possono trarre le forze per soddisfare le esigenze dell'oggi, queste due cose bisogna sempre continuare a sottolinearle nella loro totale serietà, proprio qui. Lo abbiamo detto spesso, ma non è mai abbastanza.

Oggi ho cominciato dicendo che le persone si sono istintivamente abituate all'attuale ordinamento sociale e che in realtà, istintivamente, i materialisti vorrebbero anche rimanerci dentro. Non vorrebbero tener conto del fatto che oggi è giunto il tempo di passare all'attività del giudizio, cioè alla consapevolezza e, a partire dalla consapevolezza, creare anche un nuovo mondo sociale. Però ci dobbiamo arrivare, a questa consapevolezza, se non vogliamo semplicemente continuare a portare avanti la politica catastrofica degli ultimi anni, che ha preso piede in modo così terribile e che adesso prosegue nell'ambito della vita della civiltà europea e dei suoi sostenitori. Anche qui ho già richiamato l'attenzione su come uno spirito da un lato pur sempre geniale, dall'altra parte ammalato come Oswald Spengler arrivi a dimostrare seriamente in modo scientifico che all'inizio del terzo millennio l'Occidente dovrà arrivare alla barbarie, al totale, definitivo tramonto. Si sente appunto quel dolore del quale ho parlato oggi concludendo la mia introduzione, quando si vede quanto straordinariamente difficile sia introdurre nelle anime di oggi il sentimento della gravità dell'epoca, e quanto ancora molto più difficile sia introdurre il sentimento della necessità di compiere una reale trasformazione nella scienza del presente.

Egregi signori, non dite che questa scienza del presente esista solo in un paio di eruditi o in alcune concezioni del presente. No, questa scienza è ovunque, solo che le persone non lo ammettono. Ora non si tratta del fatto che venga sostenuta un'ipotesi o l'altra, una teoria scientifica o l'altra, ma del fatto che ci stiamo muovendo con tutta la vita di rappresentazione e di sentimento in una certa direzione che infine sfocia in questa vita del presente che immiserisce l'uomo, che svuota l'uomo. Certamente c'è chi non vuole occuparsi del fatto che nella consequenzialità della scienza attuale emerge che la Terra si è formata a partire da una nebbia cosmica e che arriverà ad un certo stato finale di calore in cui tutta la vita verrà sterminata. Forse ci sono perfino alcuni che dicono: “Sia pure, non mi riguarda”. Però, egregi signori, non si tratta di questo. Oggi aprite un qualsiasi libro di chimica, una qualsiasi zoologia o una qualsiasi antropologia, leggetevi cinque righe e prendete queste cinque righe – vi troverete che c'è qualcosa che va in quella direzione. È indifferente che apriate un libro o un altro, qualsiasi cosa leggiate vi trovate nella direzione che porta a queste concezioni. Naturalmente al giorno d'oggi è comodo, quando si vuole sapere qualcosa su un qualche argomento, ricorrere alle cose in uso e non riflettere sul fatto che anche cose del genere hanno bisogno di una radicale trasformazione. Oggi è comodo, quando si vuole sapere qualcosa sulla malachite, andare sul dizionario enciclopedico, prendere il volume con la 'M', aprire su 'malachite' e leggere che cosa c'è scritto. Se si prende quello che c'è scritto senza provarlo, indifferentemente da che cosa se ne pensi, e se non si diventa coscienti del fatto che oggi viviamo in un'epoca seria di trasformazione, allora si dorme, non ci si avvede di quel che è necessario nella nostra epoca. Oggi è importante che non si sia coscienti della gravità delle cose solo in certi momenti, quando si riflette sugli ultimi problemi riguardanti la concezione del mondo, oggi è importante che in ogni minuto della giornata si sia consapevoli del fatto che collaborare alla trasformazione è un dovere, perché viviamo in un'epoca gravissima. E proprio in questi giorni riviviamo la tragicità del fatto che si presentano problemi importantissimi, forse ancora più importanti che durante gli anni della guerra esteriore, e che le persone si impegnano il più possibile a dormire, a non partecipare nemmeno un attimo con la loro coscienza a ciò che in realtà si sta compiendo.

Prendere l'antroposofia come una professione di fede non significa sostenere una cosa o l'altra solo a livello teorico, parlare di corpo eterico e di corpo astrale, di reincarnazione e karma. Accogliere l'antroposofia significa essere legati con tutti se stessi, nei propri sentimenti, a quello che si realizza, sia in giornata che nella grande epoca, come impulso per una trasformazione importante. E quando oggi si osserva come le persone dormono, appunto il cuore sanguina. Infatti oggi bisogna di svegliarsi. E vorrei ripetere ancora, anzi vorrei sempre concludere dicendo: 80si cerchi di raggiungere le sorgenti della conoscenza spirituale; perché l'acqua che ci bagna da queste sorgenti proviene da una vera sorgente di coscienza. Questa conoscenza tocca la propria persona in modo tale che la si porta, vorrei dire, dalle più profonde profondità dell'essere della Terra fin su all'interiorità dell'uomo: svegliati, e svolgi i tuoi compiti nei confronti delle grandi esigenze dell'epoca.

Roman Boos: elencheremo anche gli argomenti che verranno trattati nei prossimi otto giorni. Per oggi abbiamo concluso.


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Note:

[1] E' un gioco di carte. N.d.T.